R. L. Stevenson, “Il carattere dei cani”

Difficile che non conosciate Robert Louis Stevenson: da bambini avrete sicuramente letto il suo famosissimo L’isola del tesoro! Io… no, o per lo meno ricordo di averne letto solo un pezzo e controvoglia, alla fine delle scuole elementari.

In seguito, ho mollato lo scrittore scozzese al suo destino sugli scaffali delle librerie. Almeno finché, nel Natale del 2015, Clint – ebbene sì, il mio vecchio cane – non mi regala questo minuscolo libretto scritto proprio da Stevenson: si intitola (nemmeno a dirlo) Il carattere dei cani. Da allora, ecco che la mia curiosità verso questo letterato, scoperto cinofilo e zoofilo quanto me, si è ravvivata.

Fine del liceo, lezione di letteratura e cultura inglese: come mio solito, sono piuttosto interessato alla questione. Si parla di epoca vittoriana, guarda caso la stessa in cui Stevenson è vissuto e ha scritto questo pamphlet (1887). Doppio codice morale: e mi si accende la lampadina.

Ecco cosa nota Stevenson in veste di cinofilo, oltre che di osservatore dei costumi della sua epoca: i cani, come e forse più degli gli uomini, hanno abbandonato la loro natura istintiva e tutto sommato innocente a favore (addirittura) della menzogna, pur di conquistare il loro posto nel branco per le strade cittadine, e in prima istanza, per piacere al proprio padrone! Dolce in salotto e ladro in cucina, impettito di fronte al rivale canino e arrendevole al fianco dell’amico umano… in questa carrellata di ritratti vittoriani a quattro zampe, ritroviamo metafore fiabesche sottilmente umoristiche, ma anche la fine simpatia di un acuto osservatore del comportamento animale. 

<In quest’epoca di psicologia e scienza, “Istinto del cane” e “cane-automa” suonano come bizzarri anacronismi>.

Seguiremo le furbate dei suoi amati Skye terrier, ma anche di un astuto “cane fattosi da sé”, non meno di un uomo, che di fronte all’incipiente evolversi del suo mondo impara presto ad adattare la propria apparenza e a compiere al meglio la “scalata sociale”.

<… ciò illustra in modo evidente la nostra ignoranza della vita reale dei cani, delle loro ambizioni e delle loro gerarchie sociali>.

Tutto vero, oppure l’Autore si è lasciato prendere la mano dall’antropomorfizzazione? Beh, forse è così, e non va preso proprio tutto alla lettera… eppure, è una lettura che consiglio vivamente, sia per sorridere di umanità e caninità, sia per scoprire qualche spunto interessante dalla cinofilia del passato. 

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