Eric Knight, “Torna a casa Lassie”

Chi non conosce Lassie? Sono sicuro però, che molti di voi assoceranno la bella cagna da pastore al cinema, o per lo meno alla televisione, e non alla letteratura: infatti, lei è l’eroina di una serie interminabile di telefilm, più un buon numero di interpretazioni della sua storia, più o meno rimaneggiate per il grande schermo.
Però appunto, la sua avventura nasce come romanzo nel 1940: l’autore è lo scrittore inglese Eric Knight, e la storia originale non è americana come forse potreste pensare, ma tutta britannica in quanto ad ambientazione e personaggi.

Tutto ha inizio nello Yorkshire (nel nord-est dell’Inghilterra), nell’umile famiglia CarracloughSam e suo figlio dodicenne Joe coltivano in comune la loro passione per i cani. Una cinofilia attenta ed entusiasta, che unisce tutti gli abitanti del villaggio di Ponte Greenall, indipendentemente dalla loro estrazione sociale.

Nel caso dei Carraclough, questo interesse è rivolto ai cani da pastore, e in particolare alla loro amata Lassie. Nel romanzo, la denominazione della sua razza è genericamente “cane da pastore”, e direi che è un fatto da notare: si sottintende infatti che in Gran Bretagna quello che noi chiamiamo Pastore scozzese o Collie è il cane da pastore per antonomasia, appartenente al tipo originario del luogo, pur nelle diverse varianti. Altra finezza da cinofili: la Lassie dei film è sempre fulva, mentre nel libro viene descritta come “un cane bianco, nero e oro”. Nulla esclude quindi che possa esser stata ideata come Collie tricolore, manto probabilmente più apprezzato all’epoca delle vicende (a quanto sembra, ambientate nel primo dopoguerra).

Le ristrettezze economiche (per non parlare proprio di miseria) costringono presto papà Carraclough – minatore rimasto disoccupato – a vendere l’adorato cane al ricco duca di Rudling. Il giovane Joe è disperato, il papà è rassegnato, la mamma più realista…  e almeno apparentemente, sollevata dall’essersi liberata dell’animale, a suo dire “più impegnativo di un bambino”. Tutti e tre hanno le loro ragioni, ciononostante tirano avanti la loro dura esistenza cercando con fatica di dimenticare la cagna, che per bellezza e buon carattere suscitava la meraviglia dell’intero villaggio.

Anche Lassie però, fa valere le sue ragioni: nei canili del duca si sente spaesata, nonostante le abbondanti razioni di cibo e qualche cara attenzione da parte della nipotina del duca, coetanea del suo amico Joe.
Ogni giorno poi, l’assale una particolare inquietudine alle quattro del pomeriggio: deve andare a prendere il suo padroncino a scuola!
Ed ecco ricorrere nel romanzo il topos del “senso del tempo” negli animali: questo addirittura prevale sulla decantata fedeltà di Lassie come motore dell’intera vicenda!

Complice suo malgrado Hynes, l’addetto ai canili insensibile e distratto (che vuol sicuramente figurare come uno degli antagonisti di Lassie), ecco allora che Lassie riesce a scappare, spinta da quella strana forza interiore, verso casa.

Il perseverante quadrupede da allora va e torna più volte dai canili alla casetta dei suoi padroni originari e viceversa, puntualmente riportato indietro dai Carraclough, esasperati dall’insistenza della cagna, affezionata a loro, ma ormai proprietà del vecchio duca. Almeno finché, un giorno, questi parte per la Scozia e porta con sé Lassie: nella sua magione scozzese, il duca vuol valutare l’idoneità della cagna come animale da mostra.

Il senso del tempo però si fa sentire ancora come una morsa, anche nelle Terre Alte, e l’impulso a tornare a casa fa sì che Lassie, senza nemmeno accorgersene, guidata da istinto e attaccamento alle sue abitudini, riesca ad evadere un’altra volta – quella definitiva – e compia un viaggio di più di seicento chilometri verso sud.

No, Lassie non è un cane tanto speciale come appare a prima vista: sicuramente nella sua impresa da romanzo farà salti fin troppo alti per un cane normale (ma si farà anche male), scamperà ad annegamenti certi, e mostrerà doti di vera combattività difficilmente riscontrabili in un cane della sua razza, eppure ci sono stati altri cani capaci di imprese simili, per lo meno in fatto di “viaggi di ritorno a casa”, e proprio nella vita reale!

A questo punto voglio quasi esser cattivo, e sfatare anche il mito della sua incrollabile fedeltà: è un cane di sicuro legatissimo ai suoi padroni, ma soprattutto è un cane abitudinario. La morale importante che ci passa la sua storia, più che la mitica fedeltà del cane, è che per Lassie è meglio sentirsi sicura in un gruppo stabile e nelle sue routine, con soli avanzi di pane e burro a pranzo e cena, che isolata socialmente in un canile, ma col manzo nella ciotola ogni giorno. E questo come ogni cane del mondo, animale sociale che vede come suo gruppo e riferimento principale la famiglia umana.

La nobile figura di Lassie si ridurrà, nel corso del suo faticosissimo viaggio, a quella di un arruffato animale pelle e ossa, pieno di spine nelle zampe, e pure con un proiettile di fucile nella pelle di una spalla. Sfuggirà agli accalappiacani, imparerà cosa vuol dire esser presa per un cane randagio… e queste circostanze ci aprono una finestra sull’ambiguità del cane, ora intimo compagno e prezioso ausiliare e ora pericolo per la pubblica sicurezza o dannoso predatore. 

< È strano che il cane debba essere il nostro più grande aiuto e nello stesso tempo il nostro grande nemico […] proprio noi che vogliamo più bene ai cani siamo costretti a distruggerli >.

 Così affermano i due pastori che si vedono costretti a sparare di striscio a Lassie scambiandola per un cane vagabondo a caccia di pecore, presenza assolutamente da allontanare, se non proprio da abbattere. Essendo la Gran Bretagna un luogo da lungo tempo privo di grandi selvatici predatori di bestiame, oltre che fortemente cinofilo, questo ragionamento sulla natura del cane si rivela ancor più profondo, malinconico e molto vero.

Lungo la strada Lassie incontrerà tante persone e animali e imparerà ad essere diffidente, ma avrà pochi veri nemici, al contrario un buon numero di aiutanti. Pur nella loro umile condizione, ci saranno sempre persone che la ristoreranno e le vorranno bene, e tra gli altri si distinguono gli anziani coniugi Fadden, che si legheranno a lei, eppure… anche dalle loro amorevoli cure la caparbia Lassie finirà per volersi sottrarre, decisa a continuare la sua missione. Continuerà la sua strada accanto al carro del simpatico ambulante Rowlie Palmer, alla sua cagnetta Toots e alla cavalla Bess: si affezionerà a Palmer e glielo dimostrerà eccome, ma anche con lui non si tratterrà.

C’è anche un importante insegnamento umano che ci trasmette Sam Carraclough, che nonostante la situazione tormentata, così si rivolgerà al figlio Joe…

< Bisogna essere onesti […] E, vedi, quando una persona è ridotta in angustie, proprio allora si sforza di essere proba più che mai, perché se non altro le rimane l’onestà. Ed è una cosa curiosa l’onestà; non ci sono due modi d’essere onesti. C’è un modo solo […] quando hai venduto un cane e hai preso i soldi e li hai spesi, quel ch’è fatto è fatto. Noi abbiamo venduto Lassie, e allora basta… >.

Ironicamente però, sarà proprio un’unica macchia di disonestà di papà Carraclough a vincere la simpatia del duca (personaggio burbero, non negativo di per sé ma piuttosto ambiguo, e che sicuramente “con i soldi può tutto”). E sarà ancora questa curiosa falla a cambiare il destino suo, della sua famiglia e dell’amato cane!
Ma se procedessi ancora a raccontare vi toglierei il gusto di scoprire la storia…

Devo dire che ho preferito di gran lunga la ricchezza del romanzo ai telefilm, e anche alla versione cinematografica, per lo meno quella della mia generazione: Lassie del 2005, la cui visione non posso che consigliarvi comunque.
Diretto da Charles Sturridge, del film mi restano impressi tra tutti il duca (molto bene interpretato dall’anziano Peter O’Toole) seguito da Palmer (Peter Dinklage) che nel film fa il burattinaio viaggiante. Le colonne sonore e i paesaggi ripresi si fondono in maniera mozzafiato nella corsa di Lassie verso casa, e la fedeltà del film al romanzo è genuina eppure innovativa: non ferrea, ma con varianti sottili, quasi adattate ai tempi e mai fuori luogo, che si confondono con grazia con la trama letteraria originale, e con i tempi e luoghi in cui le vicende vengono narrate.

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