James Herriot, “Cose sagge e meravigliose”

Se anche voi, come me, siete appassionati di racconti a sfondo biografico, ovviamente di gente che si occupa di animali, allora di sicuro le avventure quotidiane di James Herriot vi piaceranno.

Una delle sue opere più complete è Cose sagge e meravigliose (1976), e qui il veterinario scozzese ci accompagnerà nelle sue uscite dirette da Darrowby fino alle più sperdute fattorie nella brughiera dello Yorkshire. Oggi per curare gli zoccoli malati di un grande e paziente cavallo da tiro, domani per aiutare vacche e scrofe non sempre collaborative a partorire, e il giorno dopo ancora per rimettere a nuovo cani e gatti poco attenti al traffico stradale… quasi tutto con grande fatica, e sempre con ammirevole dedizione da parte del nostro medico, chino sui suoi pazienti fino all’ultimo, spesso sfidando il gelido vento inglese e la proverbiale umidità che per quasi tutto l’anno spirano nelle semplici stalle e scuderie nelle quali si trova a lavorare. 

In questo libro pieno di humour e simpatia, il dottor Herriot ci racconta le sue avventure di veterinario alle prime armi negli anni Trenta del secolo scorso, appena prima della Seconda Guerra Mondiale.
In realtà, il conflitto fa proprio da cornice al romanzo: il giovane Herriot è stato infatti arruolato nella Royal Air Force in vista del conflitto, e quasi in ogni capitolo, inizia la sua narrazione con le sue poco convinte fatiche di aviere in addestramento… per poi scivolare quasi per caso, come se si perdesse nei suoi pensieri e lasciasse l’aereo a guidarsi da sé, nei racconti della sua vita appena passata, tra stravaganti clienti a bipedi e multiformi pazienti a quattro zampe.
Nonostante io fossi ovviamente in attesa di conoscere quanto prima un nuovo paziente animale ad ogni capitolo, ho trovato questo alternarsi tra esperienza militare e famigliare-lavorativa un ottimo espediente narrativo: permette di godere dell’atmosfera sicuramente colma di fatiche ma anche rassicurante del lavoro quotidiano, confrontata con l’incertezza e lo spaesamento della guerra, nonostante la gradevole ironia dello scrittore.

Quasi ogni racconto ha un elemento di suspense: si rimane letteralmente incollati alle pagine per scoprire se la vacca, il vitello e… il dottore ce la faranno ad arrivare tutti interi alla fine della mattinata, e se il vecchio cavallo dagli zoccoli rovinati riuscirà ancora a camminare. Intanto, si conoscono volentieri tanti agricoltori sicuramente un po’ rudi, ma il più delle volte animati da sincera passione per il loro lavoro e da grande ingegno, doti che non di rado si accoppiano ad un toccante, forse inaspettato amore per i propri animali: il cane pastore ormai quasi cieco con cui si divide fino all’ultimo anche la birra al pub, oppure la vecchia vacca dalle mammelle consunte, che si chiama per nome e che si risparmia dal macello per semplice, quasi umana affezione. 

Sono tutte storie che scaldano il cuore, e tutte portano con loro delle belle morali: ci sono cani e gatti che salvano dalla miseria i loro amici umani grazie anche solo alla loro presenza, ma pure vitelli e suini testardi che insegnano come il buon senso sia una risorsa migliore della violenza per scendere a patti anche con gli animali meno docili… proprio perché, citando lo stesso Herriot, “la vittoria su un animale è una vittoria vuota.

Sicuramente non ci si sofferma a raccontare delle “mele marce” che saranno di certo esistite anche tra i clienti e compaesani di Herriot: direi però che il mondo che si descrive qui rappresenta un optimum immanente per quel che riguarda i nostri rapporti coi compagni di viaggio non umani. Senza contare poi il messaggio di onestà e abnegazione quasi utopico che ci manda il dottor Herriot, quando non si fa pagare le cure al cagnetto di un indigente, o rinuncia a una serata in società per salvare un malconcio randagio: mi auguro che possiate notarlo anche voi e farne tesoro, nonostante sia sicuramente un contesto idealizzato e non sempre applicabile alla vita fuori dalle pagine di un libro.

Può darsi che questo genere di pratica della veterinaria – e anche dell’agricoltura e dell’allevamento – sia cosa superata, e a volte lo lascia intendere lo stesso Autore. Ad esempio, l’avvento dell’industrializzazione estrema, delle vacche senza più un nome proprio ed anzi rese numeri, è già descritto come imminente.

Non c’è dubbio che una certa parte di queste pagine possano riportare storie almeno un po’ romanzate. Eppure, direi che restano anche oggi ottimi scorci di umanità e “animalità”, presi nel loro verso più genuino: dovrebbero quindi tornare ad esempio anche ai nostri giorni.
Io personalmente ringrazio il dottor Herriot, perché mi ha dato lunghe ore entusiasmanti di lettura fin dalla mia prima adolescenza, e con le sue parole mi dà ancora la speranza che esista un modo sano ed equilibrato di concepire il rapporto con gli animali. Inoltre, gli sono grato anche perché… mi ha aiutato a capire che il mestiere del veterinario non è impresa adatta a tutti, e molto probabilmente non è fatto per me.

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