Sono sicuro che Virginia Woolf fosse una cinofila piuttosto attenta: questa è stata la mia impressione, già a partire dalle prime pagine di questo suo piccolo libro. Biografia di tradizione britannica, ma dal protagonista… canino, è la storia di Flush, il bel Cocker spaniel rosso della poetessa Elizabeth Barrett Browning.

In queste pagine, la prospettiva del quadrupede è resa in un modo insieme realistico e dettagliato, quanto metaforico dove serve (e quanto basta): tratto molto avvincente e gradevole, secondo me.
< Dove Mrs. Browning aveva visto, lui aveva odorato; dove lei aveva scritto, lui aveva annusato […] Il naso umano praticamente non esiste. I più grandi poeti del mondo non hanno annusato che rose da un lato e letame dall’altro. Le infinite gradazioni non hanno codifica alcuna >.
Questa è senza dubbio la presa di coscienza di una alterità e vicinanza allo stesso tempo, tra il mondo percepito dal cane e il mondo percepito dall’uomo: uno sforzo d’osservazione quasi etologica ammirevole, se pensiamo che il testo risale al 1933!
Non va dimenticato che questa è anche una storia d’amore, con i suoi alti e bassi, veri oppure ancora una volta metaforici.
< Divisi eppure fatti col medesimo stampo, era forse possibile che ognuno riempisse i vuoti dell’altro? >.
Sicuramente è vero, per un certo periodo della loro storia Elizabeth e Flush si sono completati a vicenda, e in una maniera molto moderna, degna dell’attaccamento (a volte anche esagerato) che abbiamo verso i cani al giorno d’oggi.
Anzi, così vero che giungere al riconoscimento di una barriera tra uomo e cane, risulta quasi traumatico: per Flush, per la signorina Barrett… e per il suo sposo in divenire, Robert Browning, non solo poeta come lei, ma quanto lei (e per fortuna) paziente cinofilo, poco turbato dal gelosissimo Spaniel!
Le vicende sono ambientate a partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, e la cinofilia, come interesse comune sempre più influente, fa da metafora ad una interessante rappresentazione della società vittoriana: le classi sociali sono ben definite, esattamente come le razze canine. Anzi, fin troppo divise direi, sia in senso sociale che in senso cinotecnico… e credo che lo lasci intendere anche l’Autrice.
Flush, come la sua padrona, è un cane d’alta borghesia… ed ecco che si attira l’attenzione del famigerato Taylor, il rapitore di cani che sta negli oscuri bassifondi di Londra e aspetta che i soggetti più pregiati, e lasciati senza guinzaglio, gli capitino a tiro!
Che fare, ora che Flush è stato rapito? Darla vinta alla criminalità pur di aver salva la vita dell’amato cane, o cercare di fermare la malavita proprio non assecondando le sue richieste? Bel dilemma sociale, che affliggerà anche me insieme a Robert Browning, bene o male dalla parte della giustizia.
In effetti, il problema più grosso da affrontare, sarebbe stato capire come diminuire il divario così spiccato tra condizioni tanto umane, quanto canine.
Per chi è studioso della storia dei cani, non è infatti difficile capire che in quella stessa epoca, i sicuri giardini borghesi furono la prima casa dei fini ed eleganti Spaniel e Setter (cani da caccia e da salotto), mentre tra le baracche e le catene di Taylor e dei suoi vedevano la luce ad esempio i primi Terrier di tipo bull, ugualmente fedeli ai loro padroni, ma loro malgrado, attori sempre più richiesti per i combattimenti e simili loschi spettacoli.
Sulla storia di Flush, direi che io non vi anticipo più niente, ma vi invito a leggerla da voi, perché vale davvero, sia per chi è amante dei cani, sia per chi è più genericamente appassionato di storia sociale e letteratura.
D’altro canto, in tema di cani vorrei segnalarvi ancora un paio di fatti che ho trovato curiosi.
In primo luogo, nella parentesi italiana della storia, è un po’ triste constatare come noi ci facciamo riconoscere per una grande, principale popolazione canina: quella dei randagi.
La mia seconda nota riguarda un cane che compare in secondo piano nella residenza dei Barrett insieme a Flush: Catilina il Segugio cubano, il vecchio, temibile cane guardiano che fa la spola tra l’ingresso e le cucine. Nonostante la traduzione in parte impropria (da Cuban bloodhound in inglese, in spagnolo Dogo de Cuba), si tratta di una razza molossoide da presa, ormai estinta e forse per comprensibili ragioni: era rinomato non tanto per la caccia agli animali selvatici, quanto per quella che dava agli esseri umani, e purtroppo, in particolare agli schiavi delle piantagioni coloniali.

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