
Questa che segue non è esattamente la mia recensione de Il piccolo principe.
Diciamo che verrebbe quasi fuori tema rispetto al nostro standard, nonostante la grande varietà di animali simbolici presenti nel racconto, e tra gli altri, un interessante messaggio ecologista ante litteram da parte dell’Autore.
Questi in realtà, vi invito a trovarli da voi, leggendo il romanzo.
Nel suo viaggio, il piccolo principe incontra un animale in particolare, e sono sicuro che avete già capito di chi si tratta, tanto è celebre: voglio parlarvi (anche io) della volpe.
Vi parlo, stavolta, soprattutto di una volpe letteraria, filosofica, simbolica, ma direi che anche la volpe zoologica mi ha sempre affascinato. Come cinofilo, potrei dire che mi piace perché è quasi un cane. Allo stesso modo però, potrei dire che di fatto è ben diversa da un “vero” cane, e non per niente, di genere tassonomico fa Vulpes e non Canis.
Più di ogni cosa, quel che è curioso sulla volpe è che essa può essere selvatica e domestica in una volta sola. Data la sua proverbiale adattabilità, c’è infatti chi la volpe riesce a tenersela come animale da salotto e chi la alleva come animale da pelliccia, chi sa che dovrebbe restare a casa sua tra campi e boschi, e chi (comprensibilmente) sta in guardia perché può portar malattie e anche perché, ora predatrice e ora opportunista, sa fare veri disastri nei pollai e tra i rifiuti urbani.
Insomma, direi che è stata una scelta davvero azzeccata da parte dello scrittore, questa della volpe come animale da associare a un discorso sulla domesticazione! Credo infatti che Antoine de Saint-Exupéry l’abbia individuato volutamente, questo quadrupede dalla natura ambigua, tanto nell’universo delle bestie quanto tra le pagine della letteratura di tutti i tempi.
Per varie ragioni che non sto a spiegare qui, gli animali domestici propriamente detti sono rappresentati da un numero di specie estremamente limitato, e sono tutti accomunate dall’essersi evolute accanto all’uomo, più o meno spontaneamente e per vantaggi sia nostri che loro. Da questa premessa evolutiva, si sono differenziati fisicamente e psichicamente, diventando sempre più diversi dai loro progenitori selvatici: basta pensare ai maiali domestici in paragone ai cinghiali, o ai nostri cani di casa confrontati ai lupi delle foreste, per avere un’idea molto elementare della questione.
Veniamo allora ai nostri spunti letterari…
< Chi sei? > domandò il piccolo principe, < sei molto carina… >
< Sono una volpe >, disse la volpe.
< Vieni a giocare con me >, le propose il piccolo principe, < sono così triste… >
< Non posso giocare con te >, disse la volpe, < non sono addomesticata. >
< Ah! Scusa >, fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: < Che cosa vuol dire addomesticare? > […] < È una cosa da lungo tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami… >
< Creare dei legami? >
< Certo > disse la volpe < Tu fino ad ora non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo >.
I legami che si creano tra le specie viventi secondo le leggi della natura sono vari, ma quello della domesticazione è forse quello che porta i significati più diversi, probabilmente proprio perché vede interessata la nostra specie in prima persona.
Certamente però, la domesticazione può essere un processo assolutamente spontaneo e inconsapevole, questo a differenza di come avviene per il bambino e la volpe del nostro romanzo: proprio così è successo infatti ai primi uomini e ai primi cani, dapprima ignari vicini di casa, commensali tra i resti delle rispettive battute di caccia, poi alleati nella caccia stessa, e solo alla fine, compagni inseparabili e spesso intimamente affezionati gli uni agli altri.
Alla luce di questo esempio, va quindi precisato che l’animale domestico è di certo legato alla casa dell’uomo, come da etimologia, ma spesso i nostri legami si limitano a vantaggi reciproci molto elementari (in genere relativi a condivisione di territorio e risorse di cibo), e qui si fermano. Insomma, l’animale domestico non entra necessariamente in comunicazione con noi umani, condizione invece necessaria perché la nostra volpe di turno possa arrivare a giocare con il suo nuovo compagno umano.
In questo senso, il riferimento al cane può essere utile ancora una volta, perché troppo spesso si è portati a pensare che, essendo quest’ultimo un animale vicino all’uomo fin dalla notte dei tempi, gli sia automaticamente congeniale rapportarsi con noi come con una specie amica, aver voglia di seguirci sempre, di farsi toccare o di lavorare o giocare con noi. In realtà al contrario, per moltissimi cani (come i cosiddetti paria o cani da villaggio) questo “salto di qualità” nella relazione con noi umani non è mai avvenuto e non ha senso che avvenga per forza.
Ed ecco qui dove cade la volpe: con il piccolo principe non parla semplicemente domesticazione, ma di un rapporto socio-affettivo, da cui partire per evolvere nella loro relazione e rendere davvero tae la reciproca unicità e necessità che pone come obiettivo finale.
< … se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica >.
Una confidenza tale, che rappresenta in effetti la magia positiva del rapporto diretto tra un uomo e un animale, si può di fatto creare solamente con un precoce lavoro di socializzazione dell’animale interessato, che lo renda disponibile e fiducioso verso la presenza umana fin da quando è molto giovane.
A dire il vero, questo obiettivo non è neanche sempre raggiungibile, specie con animali selvatici incompatibili per indole o altre caratteristiche con la vita associata all’uomo, soprattutto in età adulta: del resto, non è un caso che ci sia quasi solo il cane, come animale associato spontaneamente a noi umani fin dalla preistoria, a cui si può accordare quasi sempre e realisticamente una sicura intimità!
Una volta che si sarà però accettato il rischio di socializzare una volpe o un felino o una scimmia con gli esseri umani, si passerà allora ad un insieme di pratiche che si possono definire di “doma“, per quanto possa suonare come un termine strano o fuori moda.
< Che bisogna fare [per addomesticare]?> domandò il piccolo principe.
< Bisogna essere molto pazienti >, rispose la volpe. < In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… >
Il piccolo principe ritornò l’indomani. < Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora >, disse la volpe.
< Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. […] Ci vogliono i riti >.
Ecco che qui si delineano le componenti necessarie dello spazio, del tempo, della ritualità. Troppo spesso li dimentichiamo, nella nostra frenesia quotidiana, questi fattori fondamentali nel processo di avvicinamento tra uomo e animale: tutto si svolge con gradualità, come fa notare giustamente la volpe, e con la sicurezza del rito, dell’abitudine (a cui gli animali possono essere davvero sensibili), accompagnate dalla giusta dose di cautela, di osservazione e silenzio.
La questione spaziale poi, richiama, forse involontariamente ma in maniera interessante e profonda, il tema della prossemica: distanza di fuga, distanza critica… ovvero, lo studio della comunicazione non verbale attraverso lo spazio, argomento imprescindibile ad esempio, per chi voglia cimentarsi nell’addestramento di quell’animale così particolare che è il cavallo.
Il nostro millenario compagno equino è un animale che ragiona come una preda, e tende quindi a fuggire di fronte al pericolo: non manca di poter risultare pericoloso, tanto per via dei suoi istinti quanto per la sua mole non indifferente, quindi è nostro compito di umani cercare di rompere le distanze tra le nostre due specie, mantenendo fede a un rituale nel corso della doma. Processo spesso faticoso per entrambe le parti, che alla fine però restituisce un’altra delle relazioni storiche più affascinanti e ricche di simbologia tra uomini e animali.
< È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante […] Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa… >.
Che si tratti quindi di un cane, di un cavallo, di un pappagallo, la nostra volpe letteraria ci aiuta qui a riflettere sul valore dello sforzo, quindi del tempo che investiamo per avvicinarci reciprocamente al nostro animale domestico (o pianta… antropomorfa, nel caso della rosa del piccolo principe): la fatica che abbiamo fatto per conquistare la fiducia reciproca, per creare un legame sociale e comunicativo, che risulta nel cavallo che ci accompagna sulla sella, nel pappagallo che si posa sul nostro braccio, nel cane che torna da noi al nostro richiamo, dà forma agli elementi che rendono speciale il nostro rapporto con l’animale.
Inoltre, ritorna il tema della responsabilità, e di quale sottovalutata importanza! Una responsabilità personale verso l’animale che si affida a noi, che invece troppo spesso noi non sappiamo onorare.
A volte siamo spinti dalla cultura della negligenza: basti pensare ai tantissimi cani abbandonati oppure uccisi se “inutili” o incompresi, oppure lasciati liberi di generare cuccioli senza alcun controllo.
Qui però si parla anche di una di responsabilità di più vasta portata, che ci pone di fronte al peso del voler addomesticare anche animali che non sono stati predisposti dalla natura per questo percorso evolutivo: è giusto abituare una tigre al contatto con l’uomo facendole perdere il senso della distanza tra noi e minando tanto la sicurezza nostra quanto la sua, o rendere avvezza una volpe (vera) ai nostri bocconi, ed esponendola così ad accettare anche esche avvelenate, o ad avvicinarsi alle automobili rischiando di farsi uccidere? Personalmente credo di no, anche se ovviamente esistono le eccezioni, e come per tanti aspetti della vita servirebbe prima di tutto il buon senso. Peccato che questo buon senso manchi a fin troppa gente, e purtroppo, anche a tanti di quelli che si definiscono “animalisti”.
Domesticazione e legame tra noi e gli animali rappresentano quindi un fardello non indifferente anche e soprattuto per noi umani: diventiamo noi infatti i loro custodi, ma spesso non ci rendiamo nemmeno conto di tale responsabilità, che al di là dell’emozione di montare un cavallo, o di accarezzare un cane o addirittura un leone abituato all’uomo, ci obbliga a portare sulle nostre spalle tanto la loro vita quanto la loro morte.
Non mi resta quindi che congedarmi con quest’ultima citazione, riflessione dello stesso Autore, a conclusione dell’avventura col piccolo principe e la sua amica volpe…
< Mi ricordavo della volpe. Si rischia di piangere un poco se ci si è lasciati addomesticare >.

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