< Michael aveva nel sangue l’odio per i negri… >.
Ed ecco, già in prima pagina, un crudo particolare razzista, che da ragazzino mi ha fatto accantonare in fretta questa lettura: e fosse l’unico pugno nello stomaco che dà questo… racconto per ragazzi!
Ancora oggi, a ventitré anni come a dieci, ho fatto una fatica non indifferente a leggere fino alla fine questo libro, ma me lo sono imposto: del resto, è il terzo romanzo cinofilo di Jack London (datato 1917), e con lui dobbiamo concludere il nostro viaggio intorno all’Autore statunitense e ai suoi eroi canini.

Venendo ora però alla nostra storia, ecco il protagonista: Michael, un Terrier irlandese, razza già allora ben definita e tuttora esistente. Si tratta infatti di un cane pregiato, nato e cresciuto insieme al fratello Jerry tra agiati padroni di piantagioni.
In questo contesto, viene presto in contatto con i già citati braccianti di colore, portati da un posto di lavoro all’altro dal suo primo proprietario (il capitano Kellar, della nave Eugenia): ecco perché il giovane cane è abituato a far loro la guardia e a pedinarli con ferocia se non fanno il loro dovere! Anche Michael insomma, come Zanna Bianca e Buck, è un cane classista e razzista, che adora i suoi “dei bianchi”, mentre mal sopporta le attenzioni di chi è asservito ai suoi padroni.
L’impalcatura razzista del romanzo rimane evidente in tutto il corso della storia, che è ambientata in vari luoghi esotici nei mari del Sud in un’epoca imprecisata, ma posteriore al grande terremoto di San Francisco del 1906, dettaglio che si scopre leggendo. La descrizione dei nativi neri delle varie isole è spesso frutto di caricature: sono sicuramente peggiori e più definite di quelle già tracciate da London a proposito degli Indiani d’America.
Non mancano però in questo testo altri stereotipi più o meno sgradevoli.
Seguendo le vicende, insieme a Michael e allo steward Dag Daughtry ci si imbarcherà su una delle tante navi su cui viaggerà il nostro Terrier… e si scoprirà nientemeno che un equipaggio così composto: Kwaque, l’immancabile “negro” di proprietà dello steward, un cuoco cinese apostrofato come “scimmione giallo”, un ebreo spilorcio, e (per lo meno, come in ogni storia di mare che si rispetti) il vecchio marinaio Stough Greenleaf. Quest’ultimo, rigorosamente bianco, è in realtà un personaggio per lo più positivo e avvolto da affascinanti misteri: mutilato di parte di una mano, ovviamente naviga alla ricerca di un mitico tesoro sottomarino.
Nota per appassionati di pennuti: nel rispetto della tradizione piratesca, non manca nell’equipaggio sopra citato un cacatua parlante! Si tratta di Cocky, ed originariamente è il beniamino del cuoco cinese, ma perderà la sua aura di pregio non appena si farà amico del ragazzo nero Kwaque… elemento infimo in fatto di rango e razza.
Anche Scraps è un altro membro non umano della comitiva, secondario ma degno di nota: è infatti il cane delle navi per antonomasia, un Terranova. Ma soprattutto, è descritto nel libro come “piccolo Terranova”, e se così fosse chiamato per via della sua taglia, potrebbe essere un mitico Cane di Saint John, o comunque un probabile antenato del mio caro Labrador!
Tornando però ora agli umani del romanzo, chi è per l’esattezza Dag Daughtry?
È il personaggio principale (umano) del romanzo, uno steward che fa il giro di più navi in cerca di lavoro, per ritrovarsi infine a far parte dell’equipaggio sopra descritto. Viene scelto da Michael come sua figura di riferimento, eppure non va dimenticato di dire che Dag è un ladro di animali domestici, peraltro alcolizzato: soprannominato “l’uomo dai sei litri di birra (quotidiani)”, in origine ha rubato Michael, nella speranza di pagarsi la dipendenza. L’ambiente degradato descritto da Jack London nelle sue storie cinofile è sempre lo stesso, insomma.
In fondo però, Dag è una persona di buon cuore, e si lascerà presto conquistare da Michael, a cui resterà affezionato, proprio come il cane stesso si è legato a lui: lo addestrerà con modi amichevoli e intelligenti a compiere un gran numero di giochetti interessanti, e grazie a lui migliorerà anche parte della sua qualità di vita… alla fine, senza nemmeno doversi separare di proposito dal suo ormai fedele amico a quattro zampe.
Cosa combinerà Michael per mare ve lo lascio da scoprire se vorrete leggere il libro. Il contesto non è mai troppo invitante e siete avvisati, ma a tratti è divertente, e preso dal rollio delle onde, io stesso ho finito per gradire almeno un terzo del racconto. C’è addirittura una balena di mezzo, che porrà giustizia sulle cattiverie dell’uomo nei confronti della natura, in un simpatico messaggio ambientalista! In effetti, un altro tema non nuovo per lo standard di Jack London.
L’equipaggio già descritto andrà disgregandosi via via, ma Michael e Dag cercheranno di rimanere insieme anche sulla terra ferma, una volta sbarcati a San Francisco (altro luogo ricorrente, London è californiano).
Dag e Kwaque però, manifesteranno ad un certo punto i sintomi della lebbra… e come farsi mancare simili particolari macabri in una storia che già ne è così ricca?
Questo triste evento rappresenterà però una nuova svolta per l’avventura di Michael, che per forza di cose si separerà dal suo compagno umano.
Michael è un “cane da circo”, giusto? Grazie alle astuzie di Dag, per il popolo dell’epoca era in effetti diventato un famoso “animale sapiente”: era in grado di contare, ballare, cantare… Ecco allora dove finirà, suo malgrado: tra le mani di una serie di loschi mercanti di animali, di crudelissimi domatori di circo.
Se nella prima parte del romanzo è sgradevole la forte impronta razzista, per completare l’opera si finisce in ambienti in cui la crudeltà contro gli animali non ha limiti, presentando scene stomachevoli di doma brutale, forse anche al limite del romanzato. E qui non sono solo le fiere ad essere piegate con una violenza incredibile, ma anche i cani, che forse se la passano ancor peggio…
< È impossibile […] di dimostrare affetto ai cani che si stanno ammaestrando […] se fate mostra di debolezza affettiva verso il vostro allievo, se lo accarezzate con la mano o la voce quando ha finito il suo esercizio, cesserà di temervi. Verrà allora quel giorno in cui non potrete più contare su di esso… >.
Non tutto il pubblico degli spettacoli è però ignorante o insensibile alle violenze inflitte agli animali, e così Michael finirà per avere la sua riscossa, “nella pace di Glen Ellen”, altra eco californiana cara all’Autore e presentata sempre in termini idilliaci.
Per concludere, direi che questo è sicuramente un buon romanzo d’avventura, ed è anche un decente spunto animalista, a tratti ambientalista. Però, direi che la crudezza e lo squallore dei contesti presentati mettono a dura prova gran parte dei lettori moderni (e probabilmente non solo loro). Ciononostante, se proprio volete leggere questo romanzo anche voi, potreste trovare oggi delle nuove edizioni, che a quanto pare riportano una traduzione più completa e di maggior valore rispetto a quella “vintage” su cui ho letto io.

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