Inverno del 2012: un bellissimo cavallo baio campeggia sulla copertina di War Horse, tra le vetrine dei cinema della mia zona. Diretto da Steven Spielberg, dicono che si tratta di un film spettacolare, e sicuramente sarà affascinante per un amante dei cavalli come me. Buona strategia per cercare di aggregare alcuni dei miei compagni di classe e andare a vederlo insieme. Peccato che i miei tempi sono sempre biblici, e le mie proposte mai tra le più brillanti: il nostro termine per la riunione davanti al grande schermo fa in tempo a scadere.
Il tempo scorre, e quasi mi dimentico di questa storia. Almeno finché, un giorno dell’estate del 2014 non mi trovo a Dublino, e mentre sto girando come mio solito in una libreria… mi capita in mano questo stesso titolo in un libro: autore, Michael Morpurgo. “Ecco da dove viene quel film, e pensare che conosco già anche lo scrittore!” – esclamo tra me, e nemmeno a dirlo, l’ho già acquistato.

Ad affrontarlo per intero e con attenzione ci ho messo un bel po’, forse per la pignoleria con cui leggo i libri in inglese annotando ogni parola insolita che possa sfuggire al mio essere non madrelingua. In ogni caso, fresco di lettura integrale, eccomi qui oggi, con la mia recensione.
A proposito: se voi volete risparmiarvi la fatica linguistica, qui trovate un’edizione in italiano di questo bel racconto, pubblicato per la prima volta nel 1982.
Il cavallo dal manto marrone-rossiccio che subito colpisce per maestosità sia nella versione audiovisiva che nella descrizione cartacea è, ovviamente, l’eroe della storia: Joey, di madre Irlandese da tiro e padre Purosangue inglese. Chi si intende abbastanza di cavalli, noterà che si tratta di un incrocio studiato e conosciuto, detto Hunter. Quel che sappiamo in più sull’origine di Joey, è che si trova catapultato nell’umida e buia atmosfera della stalla di una fattoria inglese a seguito di una scommessa. Ancora poco più che un puledrino, la sua nuova figura di riferimento dopo mamma cavalla diventa subito Zoey, la vecchia giumenta con cui condivide il ricovero.
Il suo nuovo padrone è il signor Narracott, un agricoltore burbero e ben poco amante dei cavalli, peraltro pieno di debiti ed incline all’alcolismo. Brutto inizio, se non fosse per suo figlio Albert: sarà il ragazzino a vincere i modi bruschi del genitore, e ad addestrare Joey al lavoro fino a creare con lui un legame di complicità che diventerà profondissimo.
Presto però in casa Narracott subentrano le urgenze della ristrettezza economica. Nel frattempo, si avvicina minacciosa la Prima Guerra Mondiale: Joey dunque, non può che essere venduto all’esercito britannico… nonostante le resistenze di Albert.
Ecco allora che per il giovane cavallo comincia un addestramento ben più rigido di quello ricevuto in fattoria, e per l’animale, come per il suo giovane amico umano, inizia un faticoso periodo di dolorosa lontananza.
Il turbinio distruttivo della guerra si fa sempre più vicino e il conflitto entra nel vivo: il cavallo serve volenteroso sempre nuovi compagni umani a cui spesso si affeziona e dai quali, regolarmente, si deve separare in maniera tragica. Si farà anche nuovi amici equini, ma tutti i rapporti si rivelano transitori, nella devastazione che l’evento bellico genera tutt’intorno a sé.
L’atmosfera della guerra è resa con un’abilità ammirevole, così vivida e angosciante sia per le persone che per gli animali coinvolti, che insieme a loro ci si trova a godere ogni attimo dei periodi di tregua, e a chiedersi in continuazione: “ma tutto questo, durerà ancora a lungo? E quale è il senso di questo disastro?”
Il tratto più toccante a parer mio, è che il cavallo (come del resto tutti gli altri animali), assume nel conflitto un ruolo non solo di ausiliario insostituibile e di compagno silenzioso con cui confidarsi nei momenti più bui, ma anche di collante tra apparenti nemici: non importa che siano Inglesi, Tedeschi o Francesi a secoda del caso, tutti accudiscono con riconoscenza il buon Joey sia nel mezzo degli attacchi che nella tregua. Soprattutto, in un passo quasi commovente, il sentimento zoofilo condiviso permetterà, a Inglesi e Tedeschi insieme, di salvare il loro eroe con gli zoccoli: con il cavallo ferito come interesse comune, si rendono conto della loro uguaglianza, e allo stesso modo di come sia naturale e possibile risolvere questioni anche urgenti con la mediazione, anziché con la cieca violenza.
Insomma, ancora una volta notiamo come noi e gli animali siamo legati a doppio filo, sia per reciproco beneficio e cooperazione in termini pratici, ma anche secondo un disegno spirituale e non meno prezioso, anche se spesso meno evidente. In effetti, guai se entrambi questi lati della nostra relazione non coesistessero con una relativa armonia!
Tornando ai miei cenni alla storia, alla fine verrà a chiudersi una sorta di cerchio simbolico (e per fortuna, finirà la guerra). Ma se volete scoprire per bene tutto questo intrico di peripezie e relazioni, ora invito voi a leggere questo bel libro, che siate lettori giovani o meno.

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