Bonardi & Varotto, “Paesaggi terrazzati d’Italia”

Si vede che sono proprio un essere di pianura: spesso infatti, così abituato come sono ai miei piatti dintorni, mi sfugge di mente che il nostro Paese ha in gran parte una geografia fisica collinare oppure montana. E che gli umani – questo in ogni parte del Globo – sono riusciti a inerpicarsi e insediarsi con successo non solo tra valli lineari e lande omogenee, ma anche sulle alture più elevate e sui versanti più scoscesi della nostra polimorfa crosta terrestre.

Questo libro, almeno in parte, parla di come la nostra specie sia riuscita a conquistare ogni angolo della Terra per renderlo un posto ospitale, una fonte di sostentamento e protezione: per farne insomma la sua casa, nonostante tutte le avversità imposte dalle condizioni naturali.
Non bastano in questo senso il coraggio e la volontà esplorativa, ci vogliono anche l’ingegno e l’organizzazione, la capacità e volontà di lavorare: all’apparenza contro la natura, ma in realtà insieme ad essa. Così, pietra dopo pietra, scavo dopo scavo, con una geometria di terrazze e muretti, gradini e gradoni, l’uomo ha domato la sua terra e l’ha resa produttiva, le ha permesso quindi di nutrirlo in quasi ogni condizione.

Quest’opera incessante di modifica ambientale da parte dell’uomo appare forse come una serie di ferite inflitte al mondo primigenio e naturale, ma a ben guardare non funziona così: l’uomo plasma il suo intorno e spiana intere porzioni di monti e colli, e nello stesso tempo crea nuovi habitat fruibili non solo dalla sua specie, ma anche da un microcosmo di piante e animali che le vivono accanto, siano essi domestici o selvatici.

Il positivo agire dell’uomo che rispetta i cicli della vita, che non ammette sprechi né si abbandona a interventi deturpanti, viene meno solo quando la modernità fa la sua comparsa in una veste distorta ed effimera: da spinta benefica verso il miglioramento generale, questo moto di progresso si trasforma in frenesia, in profitto senza scrupoli, in interventi aggressivi verso la stessa terra che è qui per nutrirci. Sotto questa onda di modernità male interpretata, l’ambiente viene modificato senza criterio e perde via via il suo equilibrio, e la gente fa allora in fretta ad abbandonare i luoghi sempre meno attraenti. Ecco allora che i muretti crollano, le terrazze coltivate lasciano spazio alle erbacce o al limite alle monocolture più lucrative… e il risultato di secoli di simbiosi tra uomo e natura rischia di perdere la sua armonia.

C’è ancora tempo per salvare dall’incuria questi paesaggi unici, fatti di terrazzamenti e muretti a secco in via d’estinzione? Agli studiosi (e ai lettori) le loro conclusioni.
Quel che è sicuro, è che questo saggio ci offre tanti spunti per agire, e molti racconti di realtà che hanno saputo rinascere, capaci di mettere a miglior frutto anche contesti in reale crisi: è un ordinato viaggio in Italia che va da Nord a Sud, ma anche un viaggio nella storia dell’agricoltura tradizionale e nel cuore delle persone che la portano avanti guardando al futuro di tutti.

Ammetto che i messaggi ecologici di fondo, per quanto sicuramente di ottimo spessore, alla lunga si fanno quasi ripetitivi e martellanti nel corso dell’esposizione. Forse, permane anche un’ombra di irrisolto pauperismo, di opposizione generale alla modernità che sicuramente è preziosa, ma che spesso scade in un’estetica troppo prevedibile… e così, esce quasi dagli occhi, soprattutto da quelli del lettore che non sia fortemente appassionato alla materia.
Insomma, è una lettura che vi consiglio se siete curiosi di geografia ed ecologia, di storia, archeologia e agricoltura, ma non è di certo delle più agevoli né appieno coinvolgenti.
Del resto però… per riuscire a scrivere più di duecento pagine su un argomento così specialistico, qualche ripetizione o licenza iper-tecnica, è davvero difficile da evitare!

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