Ritorno al Parco Faunistico “Le Cornelle”… (circa) 15 anni dopo!

Che anno era, il 2007? O addirittura il 2006?
Non ricordo con precisione quando è stata la mia ultima gita a Le Cornelle.
Quel che so per certo è che ero piccolo, non ero nemmeno alle scuole medie! E so anche che da bambino, questo giardino zoologico così vicino a casa era un must: visitato almeno tre volte, ovviamente in spedizioni approfonditissime.

Una volta cresciuto, l’ho lasciato un po’ da parte come meta per le mie osservazioni zoologiche a chilometro zero. Ecco allora che ultimamente la nostalgia si è fatta sentire, insieme al desiderio di rivedere il parco con l’occhio da grande…

Dunque, armato di cinepresa e memoria storica (mancava giusto il taccuino a completare il quadro), eccomi di ritorno, appena qualche settimana fa. Stavolta con l’anima di un vero reporter… o quasi.

Già dall’ingresso mi son trovato disorientato, questo è poco ma sicuro!
Dov’è finita la visuale ampia e quasi spoglia che avevo ancora impressa nella mente? La vista dritta sul recinto delle zebre? Per non parlare della lontanissima immagine dei buoi dei Watussi e dei pony delle Shetland, che contemplavo ammaliato addirittura dal passeggino, al tempo della mia primissima visita?

Ora lo stile è del tutto rinnovato! Come si dice, il design dell’ingresso è diventato immersivo: una cascatella incastonata tra rocce color sabbia si nasconde tra cespugli, piante sclerofille e agavi che emulano in maniera ben riuscita l’arida prateria africana… il tutto, con un tocco da giardino botanico. E appena sotto, la casa attuale delle Zebre comuni (Equus quagga), ora lontane dagli sguardi indiscreti grazie a un dislivello che separa gli osservatori sul piano del percorso. Qui, il mio sguardo viene accompagnato su un variegato habitat di polvere e ghiaia, erba e punti d’abbeverata, quasi del tutto privo di sbarre.
A prima vista questa può sembrare una ricostruzione in qualche modo artefatta della savana africana, soprattutto se si notano le conifere tutt’altro che esotiche che svettano sulle alture ornamentali. Eppure, nonostante possa sembrare che il terreno calpestabile per gli animali sia diminuito in favore delle trovate scenografiche, alla fine la resa è proprio bella. Sono anche aumentati i ripari per i quadrupedi, e gli arricchimenti ambientali come laghetti, pozze di fango e punti strategici per i loro salutari bagni di polvere.

Senza dubbio, oggi è proprio questa rinnovata sezione africana, la più accattivante del parco. Giustamente, è anche quella più immortalata dai visitatori… senza bisogno che abbiano le mie stesse fisse per il particolare, in fatto di design zoologico.

Coinquilini delle zebre sono oggi dei giganti del regno animale, subito in risalto ad appena a pochi metri dalla biglietteria: i Rinoceronti bianchi (Certatotherium simum). Anche qui, si tenta di conservarli dal continuo rischio d’estinzione, secondo i piani dell’European Ex-situ Program (EEP), al quale il parco ha aderito fin dalla sua fondazione nel 1981.

In questo ampio habitat multispecie, un altro animale da tutelare spicca agli occhi dei più esperti: è il Lichi comune (Kobus lichi), cugino rosso del più minacciato Lichi del Nilo (Kobus megaceros), che abita appena dall’altra parte del sentiero.
Sull’altro lato, poco è cambiato dai miei ricordi di bambino: una fila di semplici recinti per ungulati, che forse meriterebbero qualche miglioria. Ci sono alcune altre antilopi oltre ai lichi, incluso lo Gnu striato (Connochaetes taurinus) dall’estetica infelice, e il possente Eland (Taurotragus oryx) dal manto di sabbia.

Appena accanto a questi ungulati africani, il mio flashback più remoto rievoca i bellissimi cervi pomellati e forse i dromedari. Ora c’è l’inconfondibile, enorme pennuto corridore: lo Struzzo (Struthio camelus). Nonostante sia una presenza comune negli zoo, ne è un ospite tutt’altro che frugale! A conferma però della buona forma degli struzzi del parco, ho potuto osservare un certo numero di grandi uova, deposte dalle femmine direttamente sul terreno del recinto.
Vicini di casa degli struzzi sono i Cammelli (Camelus ferus), che forse in pochi immagineranno come una specie ad alto rischio d’estinzione allo stato selvatico.

Visto che si è appena accennato a bestie alate, direi di fare adesso qualche passo indietro e tornare all’ingresso. Insomma, c’è da parlare di voliere.
Non sono così ferrato in fatto di uccelli e ritengo di aver ancora moltissimo da imparare sul loro conto, ma ho apprezzato la nuova struttura semplice e funzionale per gli Ibis scarlatti (Eudocimus ruber), dove un tempo c’erano i posatoi per i pappagalli ara. Chi non manca mai qui è un coinquilino quasi banale, che scivola pigramente nello specchio d’acqua: la Testuggine dalle orecchie rosse (Trachemys scripta scripta).

Altre presenze interessanti nelle restanti voliere sono: i minacciati Avvoltoio grifone (Gyps fulvus) e Ibis eremita (Geronticus eremita); più avanti qualche rapace come l’Aquila delle steppe (Aquila nipalensis) e il Gufo delle nevi (Bubo scandiacus); alcuni psitaccidi di rilievo, come il pappagallo Ecletto (Eclectus roratus) dall’incredibile dimorfismo sessuale, e la magnifica Ara giacinto (Anodorhynchus hyacinthinus).

Arriviamo ora a un punto chiave del parco, che al tempo della mia scorsa visita era la grande novità: la cosiddetta Selva Tropicale.
Questa sì che è una voliera tutta particolare: consente una vera e propria immersione tra interessanti strutture arboree e grandi posatoi, laghetti e cascate… e pare che un design del genere sia unico in Italia!
Confesso che non mi ha mai fatto impazzire, forse per quel verde smeraldo dei praticelli curati, che quasi stona con l’effetto foresta che si vorrebbe creare… ma sarò io ad avere le mie idee eccentriche. Resta che qui si trovano un buon numero di uccelli amanti dell’acqua, tra cui i Pellicani ricci (Pelecanus crispus) e le Gru coronate (Balearica regulorum), oltre ad altri animali curiosi come i simpatici Lemuri catta (Lemur catta) e gli elusivi cervi Muntjac (Muntiacus vaginalis), ben separati dal sonnacchioso ma temibile Coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus).
Qui ci sono anche i fenicotteri, ma loro li si incontra anche negli altri specchi d’acqua sparsi per il parco, e in ben tre specie diverse: il famoso Fenicottero rosa (Phoenicopterus roseus), il Fenicottero cileno (Phoenicopterus chilensis), e il mio preferito e più insolito, il Fenicottero minore (Phoeniconaias minor). Lui, oltre che per la taglia più minuta, lo si riconosce dal suo piumaggio rosa tenue che contrasta con zampe e becco violacei.

Una versione molto migliore di foresta tropicale, ricreata con tanto di microclima, è la nuovissima Isola Aldabra, una vera e propria collezione botanica nella quale trovano riparo le già rinomate Testuggini giganti (Aldabrachelys gigantea), e svolazzano le Volpi volanti (Pteropus rodricensis). Nota ecologicamente ammirevole: questa grande serra è alimentata ad energia solare!

Esperienze uditive direi che non ne sono mancate: il ruggito di un grande felino troppo distante per essere identificato, i tonanti sbuffi di rinoceronti e ippopotami, ma soprattutto… chi si fa sentire per tutto il giardino zoologico sono i Gibboni dalle mani bianche (Hylobates lar)! Si chiamano a gran voce, con i loro urli e cinguettii, passando da una parte all’altra dell’inticata rete di tubi che collega il loro ingegnoso insieme di alloggi. Insieme ai Siamanghi (Symphalangus syndactylus), sono i principali primati ospitati nel parco: anche loro, un ricordo che risale già ai tempi del passeggino… anche all’epoca, soprattutto sonoro.

Un nuovo arrivo sono i Suricati (Suricata suricatta), che vivono in una sorta di rocca sabbiosa cinta da vetrate e mura rossastre tutte istoriate in stile africano.
Sarà che sono un tipo fin troppo sobrio, ma l’ho trovata una scelta estetica piuttosto pesante, per lo stile semplice del parco nel suo complesso.
Al contrario, un’altra soluzione a tema africano l’ho apprezzata davvero molto: il vecchio fossato degli orsi, decisamente artificiale e asfittico per i grandi plantigradi, è stato adattato ad osservatorio comodo, ampio e ombreggiato dove incontrare due animali insoliti per le collezioni zoologiche del nostro Paese. Si tratta del Potamocero (Potamochoerus porcus) e dell’Otocione (Otocyon megalotis): coinquilini pacifici, l’uno della famiglia dei maiali selvatici e l’altro delle volpi.

Rinnovamenti gradevoli li ho notati anche nelle ariose gabbie in rete dei felini, davvero ben ambientati in spazi vasti e ricchi di copertura vegetale. Tra di essi ho potuto apprezzare un impaziente Puma (Puma concolor) e un Leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa), così ben mimetizzato da risultare quasi invisibile.
I velocisti del mondo felino – i Ghepardi (Acynonyx jubatus) – sono invece ospitati in una zona a parte, all’interno di un adeguato recinto dagli spazi aperti e pianeggianti, in cui spiccano dei curiosi ponticelli di legno dai quali gli animali possono sporgersi in osservazione.

Ora, se conoscete il parco sono sicuro che vi chiederete se ho dimenticato le famosissime tigri! Ebbene, eccole che arrivano: le immancabili tigri bianche, esemplari di Tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) colpiti da una mutazione genetica detta leucismo. Insieme a loro, quelle dalla livrea comune e… addirittura, un soggetto “golden”, rarissima varietà che si incontra più spesso nei giardini zoologici che in natura. I punti di osservazione a vetrata sono ormai organizzati alla perfezione in questo settore, e anche gli spazi dedicati a questi gattoni striati sono più che accettabili. Nonostante ciò, è ancora evidente il solito passeggiare avanti e indietro di alcuni esemplari… molto probabilmente, in attesa dell’arrivo del pasto!

Come estimatore della gran parte degli ungulati, sono rimasto favorevolmente impressionato dal nuovo recinto – vasto e protetto – che da una parte ospita i Sitatunga (Tragelaphus spekii) e dall’altra i Bongo (Tragelaphus eurycerus). Sono maestose antilopi dal bel colore, tipiche delle zone più boscose dell’Africa: stavolta, osservate con tanto di prole al seguito!
Un’altra eco dal passato mi ricorda nella stessa posizione alcuni cammelli, e quella strana antilope indiana nota come nilgau.
Non altrettanto ben ambientati mi sono sembrati invece i loro vicini Tapiri di Baird (Tapirus bairdii), assopiti in un recinto abbastanza spoglio per animali della foresta, e soprattutto, senza una piscina di dimensioni decenti per degli amanti delle immersioni come loro! Dunque, direi che qui mi aspetto qualche rinnovamento…

Una gradevole fusione tra recinto classico e habitat minuziosamente ricreato è la casa dei Canguri rossi (Macropus rufus): gli iconici marsupiali australiani si vedono da dietro una semplice rete, ma in un bel contesto semidesertico. Intorno a loro, piante appropriate, e una vera e propria perla di paleobotanica: il Pino Wollemi (Wollemia sp.), una conifera preistorica riscoperta solo nel 1994 e bisognosa anch’essa di protezione… non meno degli animali a rischio d’estinzione.

Per lasciarvi giusto un po’ di suspense in vista di una vostra eventuale visita, qualche ospite non ve lo svelerò. Ora quindi, saliamo direttamente a destra della casa delle tigri e finiamo in quella delle Giraffe (Giraffa camelopardalis)! Un edificio quasi immutato dai tempi della mia infanzia, a tratti vintage ma niente affatto malmesso, ornato di un simpatico murales coi musi delle sue abitanti.

Quasi confinanti, altre bestie grosse davvero, e una ricostruzione che ci voleva: gli Elefanti asiatici (Elephas maximus) – due femmine – in un ambiente finalmente non spoglio né stretto, con una bella stalla a mo’ di tempio in rovina e tanto spazio per fare il bagno, cospargersi di fango… e farsi compagnia. Mancanze gravi per il povero elefante africano solitario che ricordo da bambino: tra i pochi animali che mi fecero gran pena, già allora. Ottimo progresso quindi, e interessante anche il progetto di collaborazione con il Pinnawala Elephant Orphanage di Sri Lanka, che ho avuto il privilegio di visitare personalmente.

Sempre nella sezione pachidermi, la famiglia degli Ippopotami (Hippopotamus amphibius) si è fatta ammirare mentre riposava tranquilla nella vasca del suo recinto (sempre quello, a memoria mia): madre, padre e… un piccolissimo e recente nuovo nato, di sesso maschile!

Direi che siamo giunti buon punto col nostro giro tra bestie raccontate: vi ho detto tanto… forse troppo! Ora però vorrei spendere qualche parola come disabile motorio, e apprezzare l’accessibilità di tutto il parco. Mi risulta privo di barriere non evitabili o dislivelli pericolosi. Un unico appunto, in favore dei curiosi che vogliono vedere le Foche comuni (Phoca vitulina) anche dalla visuale subacquea: sarebbe molto utile aggiungere un corrimano rigido o una rampa alla scalinata che conduce al vetro, tanto per rendere l’esperienza fruibile a tutti in autonomia.

Dimenticavo, un pensiero per per gli amanti dei rettili e degli anfibi in particolare.
In questo parco, mi sa che rimarrete un po’ delusi: il rettilario è una struttura dallo strano design desertico e ospita una collezione davvero esigua. Da quel che ricordo, un paio di serpenti della famiglia dei pitoni, una coppia di robuste Iguane rinoceronte (Cyclura cornuta), e qualche colorato Mostro di Gila (Heloderma suspectum). Forse, poco altro.

Quale è stato il mio animale preferito? Vi confesso che non saprei scegliere… ma ricordo bene quale mi colpì di più nella mia prima visita ai tempi della scuola materna! Era un ospite assolutamente insolito per uno zoo: il mulo! Ormai da qualche anno questi leggendari equini ibridi non sono più presenti al parco e… insomma, ci sono rimasto quasi male. Se però aguzzate la vista davanti alla biglietteria, noterete un omaggio artistico a questi formidabili ausiliari dell’uomo.

Per salutarci, che dire in definitiva?
Beh, che questo è di sicuro uno zoo abbastanza piccolo: nulla di grandioso se confrontato con altre strutture come lo zoo di Londra, di Berlino o di Zurigo, posti che ho avuto la fortuna di visitare. Eppure, la sua fama almeno in zona se la merita: la spinta al continuo miglioramento e l’attenzione verso gli ospiti animali (e non), si percepiscono sul serio. Ben poco ha quindi da invidiare ad altri parchi più in vista, anche se magari questi sono più estesi e hanno un percorso più complesso.
Vale quindi una bella gita, da rinnovare almeno ogni tanto.

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