Eugenio Cherubini, “Ricordi di un asinello”

No, nessuno ha ancora scritto le mie memorie in metafora animale: al massimo, saranno quelle di un mio lontano antenato quadrupede. Certo è che per l’immagine di copertina, ho sottratto alla polvere un mio vecchissimo cimelio, risalente addirittura agli inizi della scuola materna!

La mia passione per la specie asinina, in effetti, ha radici lontane: forse sono state le frequenti visite ai somarelli del Parco di Monza a farmeli piacere, ma di sicuro ha presto contribuito anche Pinocchio, sia quello collodiano che le sue tante versioni cinematografiche a cui da sempre sono misteriosamente affezionato.

Capitò poi per caso che tra i tanti libri vecchi di famiglia spuntasse questo Ricordi di un asinello. Roba “recente”, datata 1932! Un libro conciato e mezzo giallo per la vecchiaia insomma, che parla di animali e per di più di asini: non posso certo lasciarlo in qualche scatolone a prendere altra muffa, dunque lo metto presto al sicuro nella mia personalissima libreria.

Già da qualche tempo ho cercato più informazioni sull’Autore di questa storia, Eugenio Cherubini: direi che stavolta conviene presentarlo.
A onor del vero, su di lui si rintraccia poco o niente. Guarda caso però, il suo racconto in qualche modo più famoso è Pinocchio in Africa (1911), sostanzialmente un sequel “esotico” delle Avventure di Pinocchio del già citato Carlo Collodi.
Quasi sicuramente, Cherubini è toscano come Collodi: lo si capisce da alcuni riferimenti nel testo, e soprattutto facendo attenzione alle espressioni linguistiche che usa.
Del Collodi (1826-1890) è un successore cronologico, ma anche lui mantiene la tradizione della simbologia asinina nel racconto per ragazzi. Una tradizione toscana, si direbbe… e del resto, questa Regione si è da lungo tempo distinta per una popolazione equina interessante, che include proprio l’asino Amiatino, col suo manto sorcino brillante, la croce evidente sul dorso e le curiose zebrature agli arti.

Come dite? Queste elucubrazioni di storia culturale asinina le produco solamente io? Beh… vi basti sapere che ci tengo, ai miei amici dalle orecchie lunghe, e che non sono solo i blasonati cavalli a meritare qualche racconto glorioso in più sul loro conto! Ma ora torniamo al sodo, insomma al nostro libro del giorno.

Marchino, questa volta, non è un bimbo svogliato che viene trasformato in asinello per espiare un qualche peccato scolastico: è un somarello vero, nato nella stalla del padron Tonio e della sora Crezia da mamma asina e babbo asino. Un puledrino che cresce in fretta, e che sostiene d’esser stato molto precoce nel capire come gira il mondo.

< Ne ho conosciuti molti che non volevano rassegnarsi a fare l’asino, e, assillati da questa idea, dispregiavano anche quel po’ di bene di cui avrebbero potuto godere nella loro condizione. Questo è per me il più grave malanno che possa capitare ad un asino, e se le mie parole e il mio esempio potessero aiutarlo a liberarsi da quella fissazione di non essere mai contento del proprio stato, mi parrebbe di non avere scritto invano >.

dall’introduzione

Tutta questa saggezza, si sa, è cosa tipicamente asinina.
Marchino ha imparato molto dalla sua mamma, poi s’è fatto le sue esperienze ed ha arricchito il suo bagaglio di sensibilità. Ormai anziano, ci racconta delle sue avventure.

Se l’onestà è un caposaldo morale del nostro narratore con gli zoccoli, l’istinto di sopravvivenza è il sentimento che prevale. Insomma, si capisce che abbiamo di fronte un mondo di animali antropomorfi, ma si può dire che sono piuttosto ben presentati (nonostante alcuni punti oscuri).

Ancora giovanotto, c’è qualcuno tra gli umani che lo crede una bestia dalla salute cagionevole. Insomma, c’è addirittura il rischio che finisca presto sotto forma di salsiccia! Che fare dunque, per salvarsi il pelo? Recitare, piuttosto… ed ecco che per evitare altre ispezioni e “medicamenti” a base di alcolici Marchino – peraltro dichiaratamente astemio, ma mica tutti gli asini lo sono! – finge un paio di esaurimenti nervosi. Difetto grave questo, per un asino da lavoro, ma non così tanto da dover finire macellato, né per diventare una cavalcatura di piacere!

Qualche giro di soldi dal sapore truffaldino e Tonio e Crezia si liberano del somarello debole col loro bel gruzzoletto: lo scelgono i piccoli Alberty e Nelly, figli del Conte Marulli. Insomma, Marchino va a star bene, mentre i ragazzini si preparano al futuro cavallo in sella a lui.

Tra città e campagna, tra le stanghe del carretto e i maldestri (dolorosi) speroni di Alberty, consolato lo stesso dalla sua ironia e dalle carezze di Nelly, Marchino ci apre di fronte un mondo di contrasti. Una famiglia perfetta all’apparenza, ma in casa Marulli le tensioni sono all’ordine del giorno. Tutto è preciso e ordinato nella scuderia, ma un po’ di nascosto, l’artiere è ben più crudele di Tonio il contadino. Il Conte è quasi sempre assente e tutto preso dalla politica, la moglie e i figli dunque se la prendono coi subalterni. Tra questi spicca la tata inglese: personaggio singolare, riceve trattamenti non proprio lusinghieri, specie dal pestifero Alberty. Eppure, anche lei diventa presto amica del somarello, e ci racconta di un mondo tutto sommato ipocrita. Anche nei nomi, storpiati in un inglese… decisamente maccheronico!

Grazie alla visita di un’anziana di famiglia – una delle prime adepte della Protezione Animali, eppure rigorosamente coperta di pellicce – dell’altra ipocrisia tagliente si evidenzia sul tema del (mal)trattamento degli animali, argomento che ritorna almeno tra le righe nel corso della storia, e ora condanna le atrocità reali, ora sottolinea in maniera quasi moderna le falle del protezionismo.
Scopriamo anche una strana pratica venatoria di casa Marulli, tanto per restare in tema: la caccia ai pettirossi con la civetta… attività preferita di uno zio, illustre professore universitario!

Se la caccia con la civetta rappresenta l’uscita più mondana dai confini della scuderia dei Marulli, ecco che presto Marchino si annoia, e trova il pretesto migliore per scappare. Alla volta della libertà, seguendo le orme del babbo rivoluzionario, e raccontando intanto a noi lettori le gesta e i miti (veri e ben presentati) che circondano gli asini selvatici e domestici nella storia dell’uomo.
Non passa però molto tempo, e il freddo, la pioggia e la fame colgono Marchino impreparato: è un animale domestico e se ne rende duramente conto. Quanto gli costa alla fine, questa ricerca della libertà?

Sfinito, segue il richiamo dei suoi fratelli asini finché non ritorna tra la gente umana, e cede alle lusinghe – e al fieno, alla stalla e alla striglia – del signor Marcantonio.
Tra una spazzolata e una boccata di biada, una volta rifocillatosi, scopre la vera natura di questo Marcantonio e del posto in cui l’ha condotto: è nelle mani di un domatore di circo, che non esiterà d’allora in poi a umiliarlo con esercizi pericolosi e allenamenti brutali. Qui ritorna il topos ricorrente dell’asino circense, destino condiviso col più celebre Pinocchio, insieme al rischio di dar la pelle a un tamburo dopo un eventuale infortunio. Ancora una volta, si sottintende una certa condanna all’abuso degli animali, in questo caso negli spettacoli.

A consolarlo dalla durezza del contesto, accanto a Marchino arriva Martina, sua amica d’infanzia e anche lei asinella da circo. Per lei alla fine le cose andranno in maniera decisamente straziante, ma per il nostro primo eroe asinino il cerchio si concluderà. Per coincidenza, si verrà a ritrovare con Tonio e Crezia e poi… poi, se mai troverete questo libretto, scoprirete di più anche voi.

Niente di grandioso in questo libro, ma in conclusione direi che racconta una storia simpatica. Per il suo standard vintage, non ha nemmeno un registro troppo difficile da comprendere anche per i piccoli lettori di oggi, né eccede in particolari cruenti (cosa che invece temevo). Purtroppo però, dubito fortemente che se ne riescano a trovare tanti altri esemplari in commercio.

Lascia un commento

Scopri di più da di Pagine e di Bestie

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere