Anche con la lettura di oggi, proseguiamo coi nostri argomenti asinini.
Alla ricerca di un testo ricco e vario, che parlasse dell’asino a tutto tondo, ho tirato giù dalla mia libreria questo saggio di Jill Bough (prima edizione 2011): evidentemente, io e la professoressa australiana di studi umanistici, condividiamo la passione per gli equini dalle orecchie lunghe. La ringrazio quindi per questi spunti interessantissimi, ed ecco qui per voi lettori la mia recensione de L’asino.
Tanto tempo fa in Nordafrica, un piccolo equino dalle tinte grigie incedeva fiero nel deserto: sopportava l’aridità e il calore, solcava terreni ostili coi suoi zoccoli duri e resistenti, s’accontentava di poco cibo e d’acqua ancora meno. Poco ci volle perché l’uomo di 6000 anni fa intuisse il potenziale di questo animale, e cominciasse ad addomesticarlo. Da allora, una schiena forte e quattro zoccoletti sicuri si fecero carico di tanto, a vantaggio della nostra specie. Due occhi grandi e malinconici e due orecchie lunghe ripiegate nella rassegnazione, dicono però molto di quanto noi abbiamo reso in cambio al nostro primo mezzo di trasporto, compagno di viaggio quadrupede per antonomasia.
Ci avete mai pensato? L’asino non è un semplice animale domestico dall’aspetto poco appariscente e dall’indole in qualche modo ombrosa: è stato una delle cause della prima globalizzazione, della creazione del mondo sociale umano come lo conosciamo ora. Un mondo fatto di scambi e di commerci, che… senza il suo passo lento e costante e la sua forza impressionante in relazione alla taglia, mai avrebbe potuto prendere forma e complessità.
Vero è però che meno di un migliaio d’anni dopo, dalle steppe dell’Asia centrale, avrebbe fatto la sua comparsa sulla scena il cugino cavallo…
< … è il confronto con i cavalli che ha maggiormente fatto soffrire gli asini >.
(INtroduzione)
Tra disamine storiche e osservazioni sulla biologia degli equini, l’asino figura come paziente ausiliare dell’uomo in tutte le sue imprese: in quelle del quotidiano e del necessario, fino alle conquiste di nuove terre e alle più turpi guerre. Insieme al suo “figlio ibrido” mulo, viene sfruttato nella maniera più cieca, eppure non arresta mai il passo: dalle strade alle miniere, fino ai campi di battaglia di ogni epoca. Qui, asini e muli sono gli eroi mai cantati, capaci di trasportare e custodire orde di umani spesso accecati da cupidigia e violenza, poco degni di un aiuto così disinteressato. Anche in contesto bellico del resto, non sono i soldati comuni ad essere immortalati in statue per il loro valore e la loro distinzione, ma il più delle volte i generali e i condottieri… insieme ai loro nobili cavalli.
Lenti, testardi, grigi sia nell’indole percepita che nel colore tipico, fin dall’epoca romana passando per il medioevo e finendo addirittura all’epoca moderna, gli asini (e i muli) sono connotati da una miriade di simbologie negative.
Eppure, questi equini dimessi nascondono un messaggio silenzioso, che non è rimasto inosservato da tutti: popoli antichi come quello degli Ebrei, profeti come Gesù Cristo e Maometto, filosofi e poeti e semplici amanti degli animali di tutti i tempi, sono consapevoli del loro alto valore, sia reale che simbolico. Sobri, robusti, umili e perseveranti, restano spesso emblema delle classi sociali emarginate, eppure intimamente sanno di essere speciali. Attendono, forse con fare un po’ burbero e trasandato, l’avvento della loro riscossa. Una rivincita che sta avvenendo sempre più chiaramente anche nel mondo contemporaneo, in cui si impara ad amarli pure come compagni di vita e cavalcature ecologiche.
Che non siano svelti come i cavalli, che abbiano una voce effettivamente orrenda, e delle orecchie lunghe e sproporzionate… tanto quanto altri attributi più intimi, è forse una loro colpa? Un insieme di pecche tali da associarli a pigrizia e lussuria, inferiorità e ignoranza, addirittura al maligno?
Un dualismo ambiguo senza tempo avvolge questi nostri compagni a quattro zampe: tutto ciò ricorda per molti versi gli atteggiamenti storici nei confronti del cane, altro alleato insostituibile, paziente silenzioso della specie umana.
Non a caso, un altro saggio affine a quello di Jill Bough fa parte della collana Animalia di Nottetempo: è Il cane di Susan McHugh, che io ho già recensito in un’altra edizione. Rispetto a McHugh però, Jill Bough non scade nel pietismo e nel giudizio esagerato, dunque questa lettura di storia sociale dedicata all’asino risulta a mio parere molto più gradevole di quella dedicata al cane, e soddisfacente anche come apparato di fonti.
Ulteriore pregio di questo libro è il grande equilibrio tra componente scientifica e storico-umanistica. Tantissime illustrazioni e fotografie ci accompagnano in più capitoli ben organizzati non solo a conoscere razze e specie equine, ma anche opere d’arte, letterarie e cinematografiche che hanno asini e colleghi come protagonisti. Ritroviamo in questa sezione il cupo Benjamin orwelliano, l’esuberante Ciuchino di Shrek, gli umani mutati in asino raccontati da Apuleio e da Shakespeare… e ancora, spunti linguistici sul nome del nostro famoso equino e sui suoi vari significati. Noi italiani forse, potremmo sentire la mancanza di Pinocchio e annessi (mai citato nel testo, che strano!); non possiamo però lamentarci più di tanto, perché una cospicua selezione di arte cristiana celebra proprio gli artisti (e i somarelli) nostrani.
Insomma, direi che questa è una presenza che non può mancare nelle librerie di qualsiasi appassionato di asini. Nonostante l’apparenza, è anche un saggio scorrevole e avvincente. Quindi… buona lettura!


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