Cosa combina Mattia Ceruti a Morbegno, dopo un’ora e mezza di pensosa pazienza da viaggio in treno? Innanzitutto, esce dalla stazione e cerca di orientarsi, perché nonostante l’allenamento all’avventura, è proprio a due passi da casa che sa di… perdersi in un bicchier d’acqua.
Su e giù per le vie della città alpina valtellinese, eccomi con il fedele navigatore che mi parla insieme, ad ammettere che la sua voce meccanica è comunque una rassicurazione. In ogni caso, la mia meta principale si rivela essere appena “sempre dritto, oltre il ponte”, e ci arrivo senza grossi problemi.
Nel frattempo però, il mio tragitto si ramifica non meno dei miei soliti pensieri, e allora divago dal mio primo obiettivo: guardo le montagne all’orizzonte, austere e innevate (le trovo sempre un po’ malinconiche), poi sbircio in qualche chiesetta e in qualche cortile e stradina laterale, trasportato dalle eco natalizie… e intanto, penso al bitto e alla bresaola e ai pizzoccheri, visto che è praticamente ora di pranzare!
Prima di pranzo, mi decido alla ricerca di quello che dovrebbe essere il principale edificio storico di Morbegno: Palazzo Malacrida, che prende il nome da una nobile famiglia locale che lo eresse nel XIII secolo.
Ecco che mi perdo, stavolta, davvero: cavoli miei se non mi affido poi tanto al buon navigatore, faccio l’originale e mi infilo in via Tommaso Nani, giurista morbegnese (1757-1813) il cui cognome mi richiama a quelle creature mitologiche per cui avverto una scherzosa vicinanza di statura. Sciocchezze a parte, sarà stata l’aria di montagna e la neve tutt’intorno, e mi prende la vena dell’arrampicatore: non mi faccio domande, mi inerpico sul Sentiero del viandante, e per un discreto tratto!
Un momento, Mattia: sei proprio sicuro che Palazzo Malacrida si trovi in alto sui monti? Anche il povero navigatore nel cellulare vibra in disapprovazione, e allora mi decido a fare dietrofront. Rischio anche di scivolare mentre mi appoggio in discesa sui disomogenei costoni rocciosi, e mi scappa pure qualche maledizione, ma questi sono rischi del mestiere: quello di avventuriero… sempre imbranato!
Alla fine ci arrivo, a Palazzo Malacrida: so già che devo guardarlo solo da fuori, e che sono gli interni il vero gioiello artistico. Peraltro, era lì, appena dietro l’angolo, ma non è stata una cattiva idea l’arrampicata fuori programma: la facciata dell’edificio è infatti abbastanza triste e confondibile col resto della città, forse più ancora di altri palazzi decorati appena nei dintorni. Magari dovrò rimediare una prossima visita più approfondita, ma ora veniamo alle soluzioni gastronomiche.
Vagabondo ancora un po’, come se mai mi bastasse, ed ecco che finalmente mi cade l’occhio su una lista di menu dai nomi decisamente locali: mi ispirano, e tra queste pietanze vincono i taròz, visto che i pizzoccheri e la bresaola li conosco già fin troppo bene. Un sostanzioso purée di patate, formaggio e verdure, che mi riempie la pancia per bene e riesce anche a rispettare certe mie inclinazioni non-troppo-carnivore. Conclude il tutto un bel gelato non proprio natalizio (a parte per il curioso gusto panettone), e presto riprendo la marcia.
Non perdo ancora l’occasione per allungare il tragitto sbagliando direzione, ma alla fine giungo alla mia meta primaria: il Museo di Storia Naturale di Morbegno, che aveva appena aperto gli ingressi, di primo pomeriggio.
Vengo accolto cordialmente, e me la prendo comoda, ben conscio dei miei tempi decisamente lunghi: si tratta di un museo abbastanza piccolo, dunque… alla fine, ho girato per un paio d’ore. Nemmeno tanto, considerando che nell’omologo milanese (per quanto molto più esteso) sono capace di passare più di mezza giornata!
Lo sfondo tematico delle esposizioni è marcatamente rivolto alla storia naturale delle Alpi lombarde, fattore che dona un’essenza intima e speciale a questa raccolta.
Gli ambiti di studio principali delle scienze naturali sono presentati con un piacevole ordine didascalico: si parte con la conoscenza geografica e morfologica del territorio, per passare ad un approfondimento geologico, alla composizione delle rocce e dei cristalli rinvenuti nella zona… che mi ricorda quanto sia ancora piuttosto ignorante in tema di mineralogia. Interessanti reperti fossili mi ricordano le mie relative lacune anche di paleontologia, ma mi riservano lo stesso piacevoli osservazioni e un gradevole ripasso: i tabelloni esplicativi sono infatti tutti molto chiari.
Tra un piano e l’altro si possono notare erbari istruttivi e decorativi allo stesso tempo, ma la sezione dei diorami (sia quelli piccoli, sia quelli grandi) è ovviamente quella che colpisce di più la mia attenzione, da bravo appassionato di zoologia ed ecologia. Pesci di fiume e di lago, dall’habitat tipico dell’Adda a quello lacustre di Novate Mezzola, passando per rettili e anfibi e anatidi e altre interessanti bestie d’altri ordini abbastanza note. Tra i grandi vertebrati, salta fuori anche un orso bruno, presenza lombarda quasi insospettabile, e a buon diritto: è il cranio dell’ultimo esemplare abbattuto dall’uomo in zona, a fine Ottocento… ahimè, sempre a causa del suo conflitto scriteriato con la fauna selvatica.
Sempre in campo zoologico, devo però ammettere che la sala più interessante e completa ai miei occhi è stata quella di entomologia. Una collezione completissima, vasta e ordinata, che mi ha fatto ripassare “faccia a faccia” le tante specie di invertebrati artropodi con le quali mi sono approcciato in maniera eccessivamente teorica, nel mio rinnovato e recente studio di zoologia sistematica.
Non sono mai stato un grande appassionato di invertebrati e affini, ma non si può negare che anche loro conservino un fascino assai marcato: se per di più le spiegazioni mescolano con chiarezza dati di storia sociale degli animali (sulla percezione degli insetti da parte dell’uomo) e dati di biologia, e inoltre le nomenclature di origine greca e latina sono spiegate in maniera davvero esaustiva… sia il mio lato umanista sia il mio lato naturalista sono stuzzicati allo stesso momento, e non può che conseguire allora un voto pienamente positivo da parte mia, per questa parte della gita.
Verso la fine del giro, mi sono anche trovato in mezzo a una simpaticissima combriccola di piccoli naturalisti in erba, probabilmente alle prese con una attività didattica: non posso negare di aver riso compiaciuto ascoltando certi discorsi da piccoli umani, un po’ affascinati e un po’… disgustati, dalla mostruosa natura di alcuni insetti! Allo stesso modo, tutto quello sgambettare sconnesso e vociare martellante, hanno fatto vacillare almeno qualcuno dei miei ultimi, originali progetti di paideutica… ma anche in questo campo, non è detta l’ultima, sul mio destino.
Anche il mio lato artistico ha potuto concedersi qualche osservazione di rilievo, tra fumetti a tema zoologico in esposizione, e cartelloni di vecchie mostre e progetti ecologici dall’aura vintage: i naturalisti morbegnesi si sono fatti avanti presto nel divulgare la sensibilità per il nostro mondo con convegni scientifici e artistici insieme. Eppure, è abbastanza amaro riflettere su come si stia oggi, e come la coscienza generale sia comunque manchevole, anche a distanza di più di quarant’anni da certe iniziative culturali.
Finita la mia indagine approfondita di quasi ogni angolo del museo, sono tornato per un po’ ad attendere al gelo. Ad attendere cosa, in particolare? Beh… il leopardo delle nevi! Tranquilli, niente paura: tra poco vi spiegherò meglio, e scoprirete che non c’è nessuna belva alloctona nascosta tra le vie di Morbegno.
In paziente attesa, mi sono poi rifugiato al caldino nella bella Biblioteca Vanoni, dalle forme affascinanti a dall’atmosfera tranquilla, che mi ha aiutato a procedere in alcuni studi che vi presenterò prossimamente.
Col mio solito anticipo da persona ansiosa, sono già ritornato al museo, e sulla porta d’ingresso incrocio cautamente il Prof. Sandro Lovari, uno dei massimi esperti italiani di zoologia e conservazione della fauna selvatica. Ecco chi sono venuto a conoscere, proprio qui a Morbegno alle ore sei di sera, ed ecco chi è l’esperto dei famosi, già citati leopardi delle nevi!
A Morbegno è tornato dopo tanti anni, ed è venuto a presentare il suo ultimo libro, sunto delle sue avventure e ricerche sul campo nell’Asia d’alta quota, sulle tracce di grandi felini elusivi e straordinari ungulati: Il leopardo dagli occhi di ghiaccio, che spero di reperire e leggere, e presentarvi tra le recensioni anche qui, nei prossimi tempi.
Siccome però io faccio sempre le cose a scoppio ritardato, mi sono portato nello zaino il suo precedente scritto – L’enigma delle pecore blu – ed è questo che, pur con un po’ di imbarazzo, mi sono fatto autografare.
Chissà cosa avrà pensato il professore, di me farfugliante mentre gli chiedo una firma sul libro e qualche augurio per i miei studi, eterogenei ma sempre ammaliati dalle prospettive zoologiche! Resta che finalmente, sistema le diapositive e inizia a spiegare: io mi sono già accomodato al mio banchetto. Come fossi tornato in università nonostante gli ultimi impedimenti da pandemia, mi si è riattivato il cervello: una materia che mi interessa veramente… ci voleva davvero!
Mi parte la mano da scriba e prendo un sacco di appunti sul mio quadernetto tuttofare. Si parla di posti lontani, di vecchi zoologi di cui conservo le opere proprio in camera mia, di habitat e di ecologia, di specie animali ignote ai più ma che mi suonano nel cervello coi loro strani nomi fin dall’infanzia: oltre al leopardo delle nevi ci sono il lupo tibetano, gli yak e gli asini selvatici, il mosco, il tahr, il bahral… Tutte bestie misteriose di cui dobbiamo ammettere di sapere troppo poco, ma sulle quali serve sempre nuova divulgazione, e impegno per la loro tutela. Animali che si intrecciano nei loro luoghi di vita con culture umane eterogenee, che li identificano e chiamano con significati e parole diverse, non meno importanti da conoscere rispetto alle caratteristiche ecologiche delle singole specie d’interesse.
Dentro la testa mi si attiva tutta la mente, mi partono le fantasie, mi si riaccende pure qualche speranza: si parla di zoologia ovviamente, di ecologia ed etologia, ma anche di linguistica e scienze umane, in un continuum irrinunciabile, proprio come ho sempre pensato che debba funzionare lo studio del mondo nella sua interezza.
Tra le varie, mentre ascolto e scrivo, comincio a ondeggiare per l’eccitazione, e un piede comincia a battere ripetutamente a terra per estrinsecare tutti i giri di rotelline nel mio cervello, che avvengono al ritmo della voce dello zoologo: segnali importanti questi, per il mio standard di disposizione mentale! Non perdo la voglia di prendere note per più di un’ora e mezza, senza più la ruggine che temo sempre di avere quando si tratta di studio e lezioni varie.
Alla fine però, giunge la sera inoltrata e il professore si congeda. Io torno allora di nuovo fuori, e ho una meta precisa: la stazione, onde evitare di passare una vera e propria “notte al museo”. Per fortuna torno a Monza in orario e posso rifocillarmi. Quel che mi auguro, è di esser tornato a casa anche con una meta più chiara e praticabile per i miei studi e impegni, rivolti ai miei principali interessi: ovviamente quelli per le bestie più impensabili in ogni loro forma… ma non solamente, come già spiegato.


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