Dentro di me, sento sempre molto forte il passaggio all’anno nuovo, direi ben più delle ricorrenze religiose più o meno contemporanee: si conclude l’anno solare, inizia un nuovo ciclo, bisogna cercare di ripartire col piede giusto. Come introdurre dunque, il nuovo anno di scritti e racconti? Ci ho pensato con non poco impegno, in questi ultimi giorni…
Se seguite il mio profilo Instagram, sapete che mi tengo allenato nel disegno con una certa regolarità. Ovviamente, la mia vena artistica genera per lo più strane bestie, a volte per caso, a volte per sfida, a volte per simpatia verso una data specie. Dalla seconda metà dell’anno appena passato, forse sulla spinta di una ritrovata forza dopo diversi mesi di buio interiore, il mio percorso artistico-zoologico ha ripreso una serie di personaggi molto particolari e preziosi per me: alcuni animali tipici del Sudafrica.
I grandi animali africani sono inconfondibili, si sa: soprattutto leoni, leopardi, elefanti, rinoceronti, bufali… Eccoli, sono loro i famosi big five, così riveriti da noi umani da essere stati oggetto di miti e leggende, di cacce vere (purtroppo) e fotografiche (meglio). Sono anche i protagonisti di diverse serie di francobolli, e visto che la filatelia zoologica è un altro dei miei occasionali interessi, ve ne lascio di seguito un esempio.

Sudafrica, ebbene sì. Anno 2010. Sono proprio quelli che custodisco nel mio album, e non a caso: appena un anno dopo, nel 2011, in Sudafrica ci sono stato personalmente.
Un’esperienza di sicuro particolare, che conservo e rievoco nella mia mente abbastanza spesso. Non credo si tratti del noto “mal d’Africa”, questo mio ricordare un po’ nostalgico: nonostante per fortuna sia un discreto viaggiatore, non sto aspettando di poter tornare tra bush e savana alla prossima occasione, ma avrei altre mete da esplorare. Piuttosto, richiamando nel cuore e nel cervello il Sudafrica, riporto a me un’epoca intimamente preziosa della mia vita.
Ero in terza media, anzi la scuola media l’avevo appena finita, con un esame non privo di tensione, ma brillante e affrontato con relativa sicurezza. Il mio giovane cervellino – anche spinto dal sollievo di un sereno successo scolastico – frizzava sempre più di curiosità e interessi, che andavano dalle lingue agli interrogativi biologici, per finire sempre, immancabilmente al mondo animale.
Fortuna vuole che, giunta l’estate e la sua pausa di vacanze, con i miei si organizzasse un grande viaggio: niente compiti né grandi scadenze, visto che la tappa successiva sarebbe stata il liceo, dunque avremmo avuto tutto il tempo a nostra disposizione. Un regalo prezioso, qualcosa di non scontato: uno dei miei primi grandi sogni realizzati, il primo viaggio importante ed esotico che so di aver scelto personalmente. Come vagheggiavo fin dalla scuola elementare o forse ancora prima (anche spinto dai racconti di una vecchia avventura di mio padre in Tanzania), ecco che mi sarei trovato con la macchina fotografica in mano, a cercare le bestie più straordinarie, finalmente nel loro habitat naturale!
Non era da tanto che avevo scoperto il vasto mondo di internet, e nelle mie cronologie di ricerca pullulavano animali dai mirabolanti nomi scientifici, che già da inizio scuole medie mi divertivo a elencare, e catalogare in base alla loro nomenclatura o alla loro provenienza geografica o al loro status di conservazione.
Ho sempre avuto una predilezione per le bestie grosse, ma non scontate: soprattutto per i vertebrati, per i mammiferi in particolare. Ungulati a dita pari o dispari, canidi più o meno domestici, simpatiche proscimmie notturne… qua e là qualche uccello curioso o anfibio minacciato, o pesce che si potesse allevare nell’acquario di casa. Riuscivo poi sempre a trovare l’unicum della banda, come quando mi prese la passione per la Zebra di montagna (Equus zebra) indagando sul genere Equus, dunque cavalli, asini e mie vecchie conoscenze affini.
Durante le mie navigazioni sul web, ancora sulle tracce dei miei affascinanti equini striati in versione montanara, vengo a scoprire del loro status vulnerabile, insomma della loro relativa rarità. Chissà se mai ne avrei vista qualcuna, per lo meno in un giardino zoologico… Leggo che la popolazione più consistente e di aspetto particolare, la Zebra di montagna del Capo (Equus zebra zebra), è protetta nel Mountain Zebra National Park: fondato nel 1937, si trova non lontano da Port Elizabeth, in Sudafrica. Che fortunata coincidenza, insomma!
Non fu proprio questa la prima tappa dell’avventura sudafricana, ma parto lo stesso da qui. Prima vera immersione tra le tinte gialle e polverose tipiche degli habitat africani, qui specificamente del karoo, un alternarsi di distese erbose, modeste alture rocciose e boschetti di acacia: nonostante l’apparenza, non si tratta di savana, la morfologia del terreno è più disomogenea e la flora è forse più varia. Un contesto unico che mi è rimasto nel cuore, insieme alla sua fauna speciale.
Ovviamente il primo avvistamento non poteva che essere un piccolo branco di Zebre di montagna, discendenti dei sei capi introdotti alla fondazione del parco. Striature marcate, ampie e serrate, taglia non grande, fisico tozzo e profilo più asinino della zebra comunemente immaginata. Zoccoli duri per incedere sul terreno sconnesso come un piccolo fuoristrada a quattro zampe, orecchie larghe e all’erta, un’espressione vigile e quasi dolce che scivola verso un musello nero dalle caratteristiche sfumature rossastre. Più sobria e resistente della Zebra comune (Equus quagga burchelli), la si riconosce anche per un piccolo gozzo adiposo: occasionalmente, convive anche con la sua cugina più famosa, che alla fine è stata l’oggetto del mio primo tributo artistico, un esperimento abbastanza improvvisato di acrilici su superficie di sughero.

La compagna di pascolo preferita della nostra Zebra di montagna è l’Antilope saltante (Antidocas marsupialis), nota in Sudafrica come Springbok. Altro endemismo dell’Africa meridionale, condivide erbe e cespugli anche con un altro ungulato comune quasi solo qui, altrimenti rarissimo da vedere: lo Gnu nero (Connochaetes gnou), diverso e molto più caratteristico rispetto al parente Gnu striato (Connochaetes taurinus) che si avvista in altre zone del Paese e del continente.
Con i miei soliti tempi biblici e piani disomogenei, ho reso poi omaggio grafico anche ad altri animali a dir poco unici del Mountain Zebra: schizzi veloci a matita colorata e penna, tra i quali spicca un mio piccolo amico, il Protele (Proteles cristata). Si tratta del più piccolo rappresentante della famiglia delle iene, tutto sommato difficile da avvistare, timido mangiatore di termiti. Per pura fortuna, eccone uno che ci taglia la strada, al tramonto: io esulto riconoscendolo, e lo immortalo in qualche modo, mentre purtroppo, corre presto via a coda alta non facendosi più vedere. Di lui, vi presento più volentieri la mia rivisitazione artistica, in una posa sicuramente più rilassata.

Altro giro alle soglie del crepuscolo, altro regalo tra gli avvistamenti senza eguali: un rarissimo esemplare di Rinoceronte nero (Diceros bicornis) che sbuca da dietro un cespuglio. E che spavento, ricordo… visto che nel tempo di un paio di frettolosi scatti, già tenta una carica! Tutti interi però, per fortuna. Increduli i ristoratori, comunque, per questo incontro estremamente insolito: io, prontamente mostro il mio trofeo fotografico… e sì, ammettono anche loro che è proprio lui, il più raro tra i big five. Non potevo dunque mancare di rievocarlo, e conservarlo anche nella mia ultima sfida artistica. Giustamente, con la sua espressione non proprio accomodante…

Facciamo ora un passo indietro nella nostra avventura. Torniamo in città, e restiamo proprio a Cape Town, la capitale del Sudafrica. Giro per le strade con la curiosità di un ragazzino che a scuola ha seguito le tormentate vicende storiche e sociali del Paese africano, che ricorda un po’ di questa storia straziante fatta di guerre e conflitti razziali, che conosce almeno qualche dato su Nelson Mandela, un po’ in lingua italiana e un po’ in inglese, tanto per tenersi sempre allenato. Ero piuttosto preparato, la tesina l’avevo fatta bene, e giustamente tutta in tema.
Pur sempre più attratto dal tema animale, ammetto che ho sviluppato un insieme di ricordi piuttosto intensi su Sudafrica e tematiche razziste e coloniali. Ero già molto permeato da questi temi, visto che tra i miei amici ne avevo… di ogni colore, e mi piaceva stare ad ascoltare le loro storie di diversità e Paesi lontani, spesso a differenza di altri compagni di scuola che li guardavano con sospetto e purtroppo, a volte anche con punte di odio e discriminazione.
Tornando a noi, di Cape Town è indubbio il passato coloniale, lo stile architettonico chiaramente europeo continentale, come da eredità dei Boeri. Case alte e austere, edifici colorati, guardano sul waterfront che ci permette una comoda passeggiata affacciati tra l’Oceano atlantico e l’Oceano indiano, mentre l’insospettabile aria fredda dell’inverno africano mi taglia le labbra screpolate. Ci sono i pontili per le barche e… i Leoni marini sudafricani (Arctocephalus pusillus)! Più di tutti, tra questi pinnipedi tutt’altro che diffidenti ricordo un grosso maschio, che potei fotografare in tutta tranquillità… a distanza di sicurezza. Non sarà proprio lui, ma ecco uno schizzo anche per questo cittadino sudafricano tutto particolare.

Lasciate da parte le maestose Table Mountains, restiamo lo stesso rivolti verso il mare e inclusi in una atmosfera occidentale, esotica eppure vagamente familiare: siamo a Hermanus, dove restiamo seduti per ore tra rocce ed erbe della costa ripida, a scattare fotografie alle Balene franche australi (Eubalaena australis) che sostano nella baia protetta, sotto un cielo decisamente azzurro. Bestioni enormi e lenti, fanno sporgere la loro grande appendice posteriore adattata ad efficiente meccanismo natatorio durante brevi emersioni, si fanno notare, ed espellono poi acqua dallo sfiatatoio, che si vaporizza in maniera spettacolare.
Credete però che io mi accontenti delle balene, come avvistamento? No di certo: la vera star del posto, per il mio standard, era la Procavia delle rocce (Procavia capensis), che abita sulle scogliere e nei dintorni. Un incontro estremamente ravvicinato, soprattutto per il mio incauto genitore… che da allora non dimentica l’animaletto insolito dalle intricate relazioni filogenetiche. Con un po’ di sforzo coloristico date le sue forme curiose, anch’io lo rievoco con simpatia, ed eccolo qui di seguito.

Procedendo nel viaggio, passiamo per un altro luogo di mare popolato da presenze animali a dir poco singolari: è Boulders Beach, sempre parte del Table Mountains National Park, e dagli anni Ottanta del secolo scorso è il rifugio dei Pinguini sudafricani (Spheniscus demersus), a cui ho dedicato una prova di pazienza da disegnatore, a matita colorata. Ricordo ancora i nidi artificiali (e il pungente odore del guano prodotto dalla colonia), posti sotto alle piante riccamente fiorite, sulla spiaggia chiara oltre la quale spiccano i famosi boulders, enormi massi levigati che danno il nome al luogo. La mano dell’uomo dovrebbe servire a proteggere questo uccello marino, ma purtroppo inquinamento e cambiamenti climatici lo rendono ancora un animale molto minacciato.

Tra le altre esperienze curiose e difficili da dimenticare, ricordo che abbiamo quasi sfiorato il confine con il Mozambico. Eravamo, se ricordo con precisione sufficiente, presso lo iSimangaliso Wetland Park: un fascinoso intrico di habitat salmastri e lacustri, di bosco e di foresta, del resto come dice il nome, una riserva palustre: qui ho visto tanti pennuti dalle dimensioni importanti, come fenicotteri e pellicani, che riposavano sulle spiaggette dorate al limite della lussureggiante verzura. Una meraviglia: proprio questo significa iSimangaliso in lingua zulu… uno degli undici idiomi parlati e riconosciuti in Sudafrica!
Sotto l’ombra dei boschetti del Greater St. Lucia Wetland Park (nome complessivo di iSimangaliso) si celano i buffi cercopitechi e becchettano le galline faraone dalle capigliature originali, ma soprattutto, passeggia una mia vecchia simpatia delle scuole medie: il Cefalofo del Natal (Cephalophus natalensis), una piccola antilope tozza adattata alla vita di foresta, ben diversa dalle slanciate parenti adattate agli ambienti aperti. Bestiolina dalle tinte rosso-arancioni, ha corna sviluppate al minimo che compensa con una marcata sclerificazione dell’apice del cranio, da cui il nome scientifico, che significa in greco “testa ad elmo”. L’epiteto pospecifico, tanto per esser pignoli, fa riferimento al fatto che… è proprio sudafricano, diffuso maggiormente nella provincia del KwaZulu (“terra degli Zulu”) Natal. La mia illustrazione in suo onore è molto meno pignola delle mie spiegazioni, ma ve la lascio volentieri qui, perché questo piccolo ungulato mi è proprio simpatico.

Verdi come le fronde grazie ad un pigmento loro proprio detto turacoverdina, anche loro adattati dal corso dell’evoluzione a vivere sicuri negli ambienti boscosi, ci sono dei curiosi pennuti che – come il Cefalofo del Natal – prendono il loro nome comune da un toponimo sudafricano: sono i Turaci di Knysna (Turaco corythaix). Bellissimi ma difficili da vedere, in realtà non ne ho avvistati dal vivo: mi ricordo di loro solo perché a Knysna (città costiera del Capo Occidentale) ci sono proprio stato, tra le tappe del viaggio che stiamo ripercorrendo insieme.

Chi ho davvero intravisto, più a nord, è il loro cugino grigio, a sua volta meglio adattato agli habitat secchi del bush: il Turaco unicolore (Corythaixoides concolor), dagli ovvi pigmenti diversi, ma facente parte della stessa famiglia dei Musophagidae. Lui… si distingue per i modi forse poco ospitali, visto che il suo richiamo quasi umano gli dà il nome inglese di Go-away bird! Appellativo un po’ ridicolo, che mi è rimasto decisamente impresso, a differenza del richiamo stesso, che credo proprio di non aver sentito. Purtroppo, o forse meglio così? Non è il caso di disturbarlo o ci darà una rispostaccia, in effetti…
Il nostro viaggio sta per volgere al termine, e arriviamo finalmente più a nord, al famosissimo Kruger National Park. Sono sicuro che lo conoscete, che sapete che la fauna che ospita è estremamente varia, ma più classica, per così dire. L’ecosistema tipico alterna bush e scorci di savana a boschetti di mopani, cespugli relativamente piccoli dove gli animali trovano rifugio e nutrimento. Antilopi, zebre, giraffe, bufali, leoni, iene e molti altri dei più noti abitanti dell’Africa, per lo meno tra i grandi vertebrati e nella classe dei Mammiferi ancor di più.
Sapete allora io chi vi presento, di più insolito? Un vicino di casa del già citato Turaco unicolore, il Buceretto beccogiallo meridionale (Tockus leucomelas). Con il grigio uccello inospitale, questo pennuto piuttosto comune e socievole condivide non solo habitat e classe zoologica, ma anche un nome inglese tutt’altro che lusinghiero, foriero di umane risate: Flying banana… per colpa dell’enorme becco sproporzionato, che in effetti pare una grossa banana che abbia preso il volo!

Lo sguardo severo e un po’ ridicolo del nostro Bucerotidae conclude l’avventura di oggi, ancora con un a certa nostalgia da parte mia. La nostalgia verso un me stesso ancora pieno di sogni e curiosità, di capacità di apprendimento fluida e relativamente serena. Una componente significativa del mio essere che se ne sarebbe presto andata, inghiottita dai successivi anni di buio e insicurezza, i cui strascichi ancora influenzano il mio presente tutt’altro che lieve.
Disegnare e scrivere mi aiutano a sopportare il dolore che a volte ritorna in me come un’onda struggente. Rievocare tempi più felici però, non solo mi fa tornare in qualche modo ragazzino, ma… perché no, potrebbe essere un buon rituale propiziatorio per questo imminente futuro.
Buon anno nuovo dunque, sempre tra bestie, pagine, fogli e colori!
Con un augurio particolare a tutti coloro i quali – come me – affrontano ogni giorno le tante insidie della diversità, gli ostacoli che essa pone in ogni sua forma, la fatica di rialzare la testa ogni volta e di crederci ancora, almeno un po’.
(per chi fosse interessato anche ai miei primi esperimenti con la macchina fotografica “da grande” – scatti sudafricani, appunto – vi rimando a questo link del mio canale di YouTube)

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