Finesettimana appena trascorso. Passeggio con Jimi per le vie del centro di Monza. Cammino quasi di fretta, affinché mia madre non mi dia per disperso data l’ora di pranzo decisamente passata. Eppure, non manco di fare il mio consueto animalwatching urbano – come direbbe Desmond Morris – e anche una buona dose di di manwatching.
Ebbene… cosa avvisto di bello?
Due bambini, che stanno finendo la loro focaccia intorno a una panchina, e attorno a loro una piccola folla di comuni piccioni dall’atteggiamento pigramente mendicante. Li guardo con la coda dell’occhio, ché i bambini mi son sempre simpatici. Fratello e sorella, con tutta probabilità: età scolare, credo proprio da elementari. I piccioni, beh… so che non sono amati da tutti e per diverse, spesso comprensibili ragioni, ma a me non dispiacciono, come “banali” entità zoologiche tipiche di ogni angolo della città.
Ascolto i discorsi dei bambini, altro frequente oggetto dei miei interessi.
La bambina al fratello, con voce piena di (anche troppa) pietà: “Non inseguirli, sono come cagnolini!”. Per tutta risposta, proverbiale amor di fratello eccetera eccetera: “Ma no, sono come giochini, non vedi?”. E intanto, lui continua a tampinare il malcapitato pennuto, e a sottolineare la sua teoria mimando il telecomando di una di quelle divertenti automobiline radiocomandate, che secondo lui era impersonata più o meno dal piccione, che intanto manteneva passo svelto ed evitante.
Dunque, chi dei due ha ragione? Beh… direi nessuno. Eppure non accuso di certo i piccoli umani, che in quanto tali hanno solo da imparare, nel nostro caso come osservare e approcciarsi agli animali.
I “grandi” dov’erano, invece? Evidentemente, a guardare dall’altra parte, ed ecco da dove prende il via il mio sbuffo di stamani.
Partiamo dalla bambina. Eh sì, perché solo una società condizionata piuttosto male, insegna ai piccoli a porre come modello di osservazione zoologica quasi esclusivamente i “cagnolini”. C’è molto di più oltre a cagnolini e gattini, e lo dico da cinofilo quasi-patito, istruttore di cani eccetera eccetera!
Il piccione non è un cane, ha tutt’altra etologia, morfologia, fisiologia e così via… eppure è molto meno “carino”, nessuno lo può negare, e dunque quasi nessun “grande” farà mai posare gli occhi su di esso ad un bambino più volentieri di quanto magari – ma non sempre, ahimè – li guidi verso un tenero cagnolino (o cagnolone).
Quante cose divertenti ed istruttive si potrebbero insegnare ai bambini (ad averne la buona volontà), semplicemente stando ad osservare piccioni e altri ordinari passanti non umani, seduti su una panchina del centro cittadino? Direi decisamente tante!
Visto che normalmente ho la testa “infestata” di parole, partiamo dal nome di questo… anonimo pennuto.
Piccione. Nome comune, c’è chi dice improprio, perché appunto viene dal latino pipio, -onis: è un nome onomatopeico, che si rifà al verso del nidiaceo della specie (pipiare, dal latino pigolare), quindi in effetti, ad esser molto pignoli, sarebbe più indicato per i soli esemplari giovani.
Colombo, altro nome comune e forse più appropriato: del resto, il nome scientifico del nostro personaggio con le piume è Columba livia… e columba capirete bene che altro non vuol dire che colomba in latino. Per favore però, non chiamatelo colombaccio, ché lui è suo cugino Columba palumbus, egualmente avvistabile in città, ma di modi decisamente più riservati.
E questo livia, che tecnicamente – secondo la nomenclatura binomia ideata da Linneo – è l’epiteto pospecifico del nostro amico colombo, da dove viene? Si tratta del femminile del latino livius (da cui anche il nome proprio Livio/a), parente di lividus, che vuol dire grigiastro, bluastro… insomma, si pensi semplicemente al nostro “cielo livido”, e appunto… al colore tipico del colombo, per lo meno nella forma selvatica!
Un altro nome affascinante – stavolta dal punto di vista ecologico – è piccione/colombo torraiolo: un tempo infatti, questi animali cittadini per antonomasia, preferivano vivere sulle alture rocciose, o appunto, negli anfratti delle torri, anche allo stato selvatico. Poi si son trasferiti in città… e hanno assunto la cattiva nomea di approfittatori e infestanti, da cui addirittura l’accostamento con un’altra bestiolina quasi-urbana e bistrattata: gli inglesi lo chiamano colloquialmente sky-rat, ovvero… ratto del cielo.
Quest’ultimo mi sembra un po’ uno sgarbo linguistico e zoofilo sia a Columba livia sia a Rattus norvegicus, ma mi aiuta a riallacciarmi alla lingua inglese, e al già citato cugino colombaccio. Stavolta infatti, gli anglofoni hanno avuto un’ottima idea: il nostro colombo comune lo chiamano rock pigeon, mentre Columba palumbus lo chiamano wood pigeon, giustamente in riferimento al suo maggiore amore per le alture degli alberi, la pace dei boschi e dei giardini.
Colore triste eh, quello del piccione comune? Beh, forse è vero. Ma avete mai notato quante colorazioni diverse girano in realtà per la città? Ve ne sono di marroni cioccolato, di rosati, di pezzati, di bianchi… e allevati con cura e passione come domestici (quali entro certi limiti dovrebbero restare), ne esistono tante razze quante quelle dei nostri (più) amati cani!
A parte il discreto numero di malattie che veicolano, le quali esigono ovvia cautela (ma potrebbero essere un altro ottimo spunto anche per i piccoli affascinati dai temi biologici), è bello anche sapere che è un pennuto dalla storia millenaria accanto all’uomo: ci ha aiutati come messaggero sia in pace sia (purtroppo) in guerra, impara velocemente ed è un animale di poche pretese, facilissimo da addomesticare.
Sempre restando su tematiche biologiche-zoologiche, va ancora approfondito il loro fantastico senso dell’orientamento, correlato alla loro proverbiale memoria spaziale, tra le varie doti nascoste del più sottovalutato degli uccelli. E in fatto di etologia, che dire del tenace corteggiamento del signor piccione alla sua bella, e del legame strettissimo che – se il tutto va a buon fine – crea la coppia? E ancora, delle implicazioni che ha nel nostro parlare comune il comportamento riproduttivo di questi animali?
Insomma… “ratto del cielo” a chi? Pennuto banale a chi? Almeno voi bambini amanti di tutti gli animali, che son sicuro che vi siete incuriositi col mio racconto, dategli un occhio di riguardo, al nostro grigio piccione. Unico appunto serissimo: non dategli mai da mangiare se è selvatico, anche se mendica col suo occhio un po’ storto e passo divertente. Il cibo, qualsiasi selvatico lo deve trovare da sé. Non è una cosa crudele, ne va solamente della sicurezza sua, e nostra. E non toccatelo nemmeno né avvicinatelo troppo, cosa che è sempre meglio evitare, con gli animali selvatici, ma anche con alcuni domestici.
Photo credit: Ilaria Romagnuolo


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