VeronaReptiles 2022: il mio felice debutto tra i pet più insoliti (con note serie sul tema)

Che ho una disabilità motoria – per quanto abbastanza lieve – è probabile che in tanti lo sappiate già. Ma oggi vi svelo che questa storia delle gambe, è solamente la punta dell’iceberg dei miei “problemi”, come si suol dire. Fin da piccolissimo infatti, ho sentito, detto, letto e immagazzinato nel mio cervellino tutto particolare, un sacco di cose. Alcune belle, sicuramente, ma tante dolorosissime. Tra qualche piccola tensione familiare, e qualche incomprensione ben più grande da parte dei “grandi” e non solo da parte loro sulle mie varie “divergenze” dagli altri ragazzini, e tra visite, interventi e lunghe sedute di terapia spesso al limite del vessatorio… gli animali sono sempre stati il mio felice rifugio. Sui libri, ovviamente. E dal vivo, invece… a parte al di là del recinto di uno zoo?

La massima gioia della domenica fin dalla scuola materna, per me era andare a portare le carote agli asini e ai cavalli del Parco, miei amici da sempre, nonostante qualche avventura rischiosa: ricordo ancora i pomeriggi di primavera in cui venivo accompagnato dai miei in bicicletta, e mi inebriava l’odore dell’aglio orsino misto a quello dello sterco degli animali… e mi eccita tuttora la consistenza dei sacchetti di carta e delle carote che in essi conservavo!

Almeno dalla terza elementare poi, vivevo con l’enciclopedia dei cani in mano, messaggio chiaro per il mio punto di vista di ragazzino: mi stavo preparando seriamente come mio solito, a manifestare e realizzare il mio primo sogno, quello di avere un amico a quattro zampe scelto e fidato, con cui potessi interagire un po’ più serenamente che con gli umani, soprattutto coetanei, che spesso capivo davvero poco. Il cane alla fine è arrivato, ma la storia di Clint la ritrovate in larga misura su Ti presento il cane: io ve la riassumo qui come quella di un cane scelto totalmente a caso, puntando sul mio sfinimento da ragazzino non ancora abbastanza paziente, un cane di costruzione bassa e pure acondroplastico, indocile, frequente morsicatore. Insomma, un cane da recuperare, più che un cane con cui vivere un’adolescenza serena tra condivisione di passeggiate e prime esperienze più o meno ludiche tra obedience e agility. Forse siete già al corrente del fatto che l’ormai vecchio quindicenne è fortunato ad aver trovato me che ho la testa più dura della sua, che ho passato un vasto numero di istruttori e pseudo-tali affinché qualcuno ci desse una mano, e alla fine istruttore di cani son diventato io stesso. Eppure, meno male che ora c’è anche Jimi, nonostante anche lui sia costato anni di tensioni familiari, di negoziazioni e di studio faticoso. E per fortuna che ai tempi della fine delle elementari, ho avuto almeno una amica canina un po’ speciale: un Pastore scozzese, che proprio fuori dal postaccio – come allora chiamavo il centro di riabilitazione in cui regolarmente mi venivano tirate le gambe di qua e di là – aveva modo di attendermi per giocare all’indovinello del boccone nei miei pugni chiusi, abbaiare a comando e soprattutto farsi portare un po’ a spasso al guinzaglio con una delicatezza commovente. Intanto che con lei mi distraevo un po’ dalle incombenze della fisioterapia, speravo che i cosiddetti grandi recepissero il messaggio senza troppe parole: “questo è il tipo di cane con cui mi sento felice e al sicuro, questo è quanto ho bisogno di fare insieme al mio cane, al mio supporto non umano in una vita già più dura di tante altre”. Direi dunque, che si sarebbe dovuto puntare a un suo parente, o a un cane molto simile, scelto con cura… E invece no: evidentemente ero un ragazzino illuso, che abbastanza comprensibilmente, rimase molto, molto deluso.

E che dire degli altri animali da affezione, visto che il tema di oggi dovrebbe essere proprio questo?
Diciamo che al desiderio di avere con me un asino, un cavallo o una capretta tibetana ho posto un ragionevole freno diventando grande… ma chi ha ancora detto l’ultima? Resta che in città, in appartamento peraltro (e purtroppo), ci sono e ci sarebbero state tante diverse alternative ugualmente interessanti per uno “zoologo” in erba: ma qui in casa, il messaggio di base è sempre stato: “che impegno il criceto, che brutti i topini, che schifo gli uccellini…”. E allora, mi sono rassegnato: massima concessione, i pesciolini rossi, ovviamente tenuti al risparmio in condizioni quasi totalmente inadeguate. E una povera Trachemys scripta elegans, la classica “tartarughina” che in terza elementare mi sembrava già grasso che colava, come si dice… ma era tenuta nella classica, terribile vaschetta di plastica ed è perita più o meno di conseguenza.
Al passaggio alla scuola media, mi scattò una passione seria per l’acquariofilia, mentre cominciavo ad essere affascinato sempre di più dai nomi scientifici degli animali e soprattutto dei pesci, tutti da imparare a memoria. Ancora una volta, ci ho provato, sempre con libri di acquariologia a portata di mano… ma mentre i manuali tecnici consigliavano tutti di partire con un acquario di dimensioni medie (non meno di una cinquantina di litri), i miei mi accontentarono sommariamente come al solito, buttando a mare tutti i miei studi e le mie letture: acquarietto da venticinque litri, dal filtro inefficiente che si ruppe presto, dal rapporto qualità-prezzo a dir poco pessimo, consigliato praticamente a caso dal negoziante di zona sotto Natale. In questa vaschetta tenni qualche pesce, ma piuttosto male, e tuttora me ne pento. Per fortuna, ebbi l’accortezza di orientarmi sui Poecilidi, e potei almeno assistere ad un paio di riproduzioni fruttuose di Poecilia reticulata, il famoso, piccolo Guppy.

Dopo tutti questi tentativi malriusciti, capirete bene che mi sono rassegnato, e mi sono accontentato di ciclici esperimenti a costo quasi zero con qualche microorganismo o pianticella acquatica. Eppure, non ho mai smesso di fantasticare, e di studiare le caratteristiche di una serie di animali più o meno insoliti, coi quali cullo tuttora il sogno di poter condividere qualche esperienza.
Gli anni passano, attendo con la testa un po’ tra le nuvole e un po’ tra web e libri… ma ecco che a un certo punto, arriva in scena la mia ragazza: una giusta, che apprezza senza riserve blatte e serpi, topi e ratti. Giunge anche il periodo di VeronaReptiles 2022, finalmente una fiera con animali vari da poter condividere alla pari con una persona che mi stia davvero a cuore.

Mi sblocco. Scopro un mondo che avevo nascosto da tempo, per timore d’essere frenato per l’ennesima volta. E alla bella età di venticinque anni, ritrovo il mio fascino di bambino per le bestie più strane, inebriato ancora dallo spirito di Durrell e di Lorenz, mie storiche voci ispiratrici.
Felici ed entusiasti come fossimo tornati ragazzini, in due partiamo in quarta tra i padiglioni dell’esposizione: la fanciulla punta ai suoi amati serpenti, io alle placide, imponenti testuggini terrestri, passione più o meno segreta sia mia sia di mio padre. Mi si rivela inoltre un fascino forte per la terraristica in piccolo e per gli artropodi, in special modo per coleotteri, isopodi e miriapodi: peraltro, queste mi sembrano idee naturalistiche affascinanti da suggerire anche a chi ha disabilità motorie più invalidanti delle mie, trattandosi di bestioline di pochissime pretese spaziali, le cui teche sono davvero facili da maneggiare.

La (ri)scoperta più affascinante? Beh… senza dubbio, i ratti!
Avete capito bene, i ratti domestici, quelli che fin da bambino conoscevo come animali intelligentissimi e socievoli, ma dei quali avevo un qualche timore, forse per la stazza non proprio insignificante e per quel codino senza pelo, in effetti non elegante come quello a pennacchio dei cugini scoiattoli.
Ebbene… finalmente li ho conosciuti da vicino, questi ratti, ho parlato con due giovani allevatrici davvero scrupolose, ho potuto maneggiare con serenità il paziente Tulipano (in foto)… e ancora una volta, sono tornato bambino per poco, il bambino che si sblocca nei suoi interessi, la persona più serena e disinvolta che tanto avrei desiderato essere già anni fa.
Diversi dal tristemente noto, un poco inquietante ratto “di fogna” quanto un cane è diverso da un lupo, per questa ragione si tratta di veri e propri animali domestici che nel corso dei secoli di convivenza e allevamento da parte dell’uomo, hanno mutato le loro caratteristiche sia fisiche sia comportamentali: insomma, mostrano i tratti della domesticazione, come mantelli pezzati, divergenza tra taglie e forme, temperamento docile e affezione verso il compagno umano. Sono inoltre addestrabili, apprendono diversi esercizi anche complessi, sono ottimi modelli comportamentali in formato tascabile. Insomma… non so voi, ma io nel buon Rattus norvegicus vedo già un altissimo potenziale didattico, per abbattere pregiudizi e per dare spunti zoofili per piccoli e grandi a partire dalla semplicità.

Questa storia del processo di domesticazione, va detto che riguarda un buon numero di animali classificati come “esotici”, ma che ormai vivono accanto all’uomo da secoli: caso insolito ma lampante è quello di molti pitoni, pezzati, tranquilli e ben più adatti ormai al terrario che alla giungla. O ancora, i banali canarini e parrocchetti ondulati, che poco hanno da spartire con i loro cugini selvatici, e stanno molto più al sicuro in una voliera ben mantenuta che “liberi” nel cielo ed esposti a fame, predatori, e a rischi ambientali di varia natura. Insomma… più che pensare a divieti drastici di stampo animalista, sarebbe il caso di pensare ad un inasprimento delle pene per i commercianti senza scrupoli (che esistono in ogni campo, incluso – come detto tante volte – quello dei nostri classicissimi cani), standard di cura più elevati, richiesta di più permessi e patenti nel settore, e multe severe per i detentori privi di cervello nel gestire i propri animali, e per chi questi ultimi li abbandona a caso in natura commettendo veri e propri crimini ambientali.
La gente di bassa lega che sulla pelle di tutti gli animali ci lucra e basta esisterà sempre, così come esisteranno i cretini che si prendono la bestia strana solo perché gliene ha parlato il parente poco sveglio o l’hanno vista di sfuggita in televisione: imporre divieti estremi favorirà più che altro commerci illeciti, se non proprio abbandoni di massa, ancora una volta rischi gravi sotto il profilo ambientale e sanitario. Ma a decidere tutto questo, a migliorare questi standard, devono essere veterinari, zoologi ed etologi specializzati, non influenzati dall’onda estremista di molti, troppi animalisti dotati di scarsa reale logica.

Con questo, non sto giustificando la proliferazione di specie a dir poco particolarissime, anzi. Ad esempio, che te ne fai del suricato dalla vita sociale assai complessa, o dello zibetto che è un carnivoro di dimensioni tutt’altro che discrete… a meno che tu non sia una persona che conduce reali studi sul conto di queste specie, e ha piani didattici specifici, dunque una struttura a loro dedicata che poco abbia di diverso da un giardino zoologico in piena regola? O ancora, perché dovresti volere un elusivo rapace o un grande pappagallo dall’etologia estremamente delicata, a meno che tu non sia un provetto falconiere od ornitologo con relative licenze e certificati d’esperienza? Ecco, nel caso di certi animali, diciamo che il vero e proprio “effetto fiera” e l’esposizione di questi animali da veri esperti al primo passante e in una situazione così transitoria, non mi è esattamente piaciuto… e si dovrebbero e potrebbero migliorare alcuni parametri in tal senso, in effetti.

In conclusione, a parte alcune inevitabili note serie, direi che l’esperienza VeronaReptiles mi è piaciuta e mi è parso tutto piuttosto ben organizzato. Penso che tornerò ad eventi simili, e spero di poter organizzare al meglio i miei piani di didattica anche con questi amici animali meno convenzionali. Ringrazio la mia ragazza che mi ha aperto queste nuove prospettive con meno rigidità, ringrazio gli allevatori scrupolosi che mi hanno dato dritte serie, e le associazioni zoofile realmente affidabili come per esempio APAE, che mi hanno dato spunti sempre nuovi. Alla prossima avventura dunque… sempre tra pagine e bestie!

Photo credit: Ilaria Romagnuolo.


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