La mia lunga storia con gli equini: il racconto di un rapporto complesso

Il cavallo, si sa, è un animale simbolico per molte culture umane: evoca potenza, velocità, grazia, ma è domestico da millenni e dunque vicino all’uomo. Docile e servizievole, allo stesso modo può però rivelarsi indomito e pericoloso. Analogamente al toro, Equus caballus è fin dall’antichità una delle bestie più cariche di significato, più rappresentate nelle opere d’arte e in metafore d’ogni sorta, talvolta ambivalenti (come nel caso del cane e dell’asino), ma soprattutto positive e gloriose.

Anche nel mondo un po’ vero e un po’ immaginario che è proprio della testolina dei bambini, il cavallo pare essere uno degli animali simbolici che la fanno da padrone.

La mia, di testolina, decisamente attiva fin dai tempi della scuola materna e ancor prima, non faceva eccezione: aiutata dai miei occhietti attentissimi, circondati da lenti rotonde che osservavano già allora ogni forma animale di passaggio… registrava molto, molto spesso dati sul nostro bel quadrupede con gli zoccoli, protagonista della storia di oggi.

Complice anche il nostro Parco di Monza in cui esse abbondano, le figure equine credo siano state le prime ad avermi rapito, come zoofilo in erba: non potendo camminare, guardavo e ascoltavo tutto e tutti, parlavo, scrivevo e disegnavo, e… osservavo gli animali interagire, e i cavalli correre – forse al posto mio – ora nei maneggi e ora nell’immenso pascolo dell’Azienda Agricola Mulini San Giorgio.
Proprio qui, è nata la mia passione per gli Equidi tutti, e per il mio preferito e insospettabile Equus asinus. Ma lui, cugino di serie B solo per chi sa ben poco di animali, merita un’altra storia: per oggi dunque, lo lasciamo a darsi una grattata nella polvere e a farsi aria e ombra con le lunghe orecchie, vista pure la temperatura del periodo!

Criptici, ambigui, nervosi, talvolta pericolosi. Non posso negarlo, lo sono: vanno trattati con le pinze, questi bestioni che in media pesano cinquecento chili, eppure più spesso che no, hanno paura della loro propria ombra e saltano via per un alito di vento di troppo tra i tendoni del campo in cui vengono allenati ogni santo giorno.

Si possono scrivere tanti manuali di etologia equina più o meno applicata, li si può leggere e imparare riga per riga. Ci si può sostenere un esame universitario in qualche branca della veterinaria, della zootecnica o del benessere animale. Si può essere maghi della sella e vincere coccarde con la divisa da gara e il cavallo di gran razza che fa le figure di dressage o supera salti. Alla base di tutto questo però, c’è sempre la puzza di letame mista a biada ed erba calpestata, che per chi ama questi curiosi animali, puzza non è… come appunto, per me.

Un momento, fermi tutti. Io amo gli equini?
Come entità zoologiche, sicuramente. Ma allo stesso modo, confesso di averne un certo timore, di averli in grandissima considerazione eppure di sapere a pelle, e anche di aver imparato, quando starne decisamente alla larga. Talvolta sento la mancanza della sella, ma nel contempo penso ai rischi di un incidente, sia per me sia per il compagno ferrato e bardato. Sarò un poco paranoico, troppo prudente di certo: prudente e testardo, proprio come il buon asino, ho anche momenti di impulsività e agonismo, come il mio vecchio amico cavallo. Forse ci capiamo davvero in segreto, e ci somigliamo almeno un po’, io e questi Equidi…

Si tratta di un discorso silenzioso, fatto di pochi sbuffi e nitriti (o ragli), di grossi incisivi che si scoprono e schioccano, di zoccoli che battono e a volte menano calcioni, di orecchie mobilissime e code sferzanti, di occhi che osservano ora miti e ora apprensivi. Ogni minimo dettaglio vuole dire qualcosa, nella lingua di Equus: c’è chi di questo linguaggio muto ha fatto un vero e proprio stile di vita e di lavoro, e parlo di famosi addestratori di cavalli come Roberts e Parelli, per i quali ho avuto una certa fascinazione post-liceo.

Un mistero che attanaglia e conquista, comunque sia, questo dei cavalli, delle loro forme e dei loro comportamenti. Ed è cosa potente, se consideriamo che i miei quaderni prescolari erano pieni di figure di cavalli e pony, e il pennarello e la matita marroni per colorare il classico cavallo baio erano i più consumati!
Iniziata la scuola elementare, comincia anche un contatto dentro il box e sulla sella, per me e i cavalli: attività ludico-ricreative, insomma qualcosa di un po’ più elaborato – e che ricordo sempre con piacere – dell’ippoterapia.

Spazzolo con calma e meticolosa precisione la paziente pony pezzata. Con altrettanto puntiglio, imparo a memoria i nomi degli arnesi per la cura del cavallo: la brusca, la striglia, la curasnette… che nomi curiosi! E poi, tra la prima e la seconda elementare, mi vien pure la fissa dei manti dei cavalli e di tutte le loro possibili marcature, scoperti un po’ dal vivo e un po’ sui primi libri “da grande”.
Primo piccolo blocco: li dico o non li dico, all’istruttore? Certo che la racconto lunga, come mio solito, perché poi voglio saperne ancora di più, dai grandi! Solo, quella parola dal suono insolito… “balzane”, insomma i calzini bianchi o neri tipici di tanti cavalli, non mi veniva di dirla, quasi fosse una parolaccia, e me ne ricordo ancora! Che stranezza, eh? Che cosa… balzana! Scommetto che anche il piccolo Mattia, a leggere questo paragrafo, si farebbe una certa risata. Ma ai tempi, forse non voleva dare così spesso a vedere ai grandi di saperne anche troppo, qualche volta. E basta allora, va bene così.

Anatomia degli equini, genetica di base dei loro colori, etologia, sono ritornati molto più tardi come interesse, appunto tra la fine del liceo e i miei primi esperimenti universitari a metà tra campo zootecnico e veterinario.
Alle scuole medie la passione è svanita, e più o meno al loro inizio ho salutato anche la mia ultima amica equina da ragazzino, la bionda e testona Haflinger. Forse ero annoiato dagli esercizi sempre uguali, sicuramente ero teso per l’investimento d’essere l’unico parasportivo di allora che potesse contare su una certa reale indipendenza espressiva e motoria sia in sella sia a terra, a differenza degli altri ragazzi, purtroppo affetti da disabilità gravi.

All’inizio dell’adolescenza, di prendermi il rischio di trottare, non ne volevo sapere. Eppure, anni più tardi, è proprio col trotto e il galoppo che ho voluto fare i conti, ritornato forte il fascino per Equus e dintorni: ce l’ho fatta, nonostante i timori miei e altrui, un po’ come per il discorso cinofilia e agonismo e le recenti conquiste preliminari col mio caro Jimi. Mi piace trottare, e mi piace pure la sella americana, che in effetti è comoda come una poltrona e mette in luce mie capacità di equilibrio e forza che quasi non sospettavo nemmeno io stesso. Sulla sella ho le gambe piuttosto salde, sono cauto e abile nel sentire l’animale. Eppure, nel frattempo, per varie ragioni, di cavalli me ne sono trovati di fianco, dietro, davanti e pure… sopra. Mai caduto una volta, ma al galoppo mi scivolano i piedi fuori dalle staffe: il mio sesto senso mi dice allora di non rischiare oltre, e con una certa serenità e una grattatina sul collo ai miei ultimi compagni Quarter e Appaloosa, faccio un passo indietro.

Ritorno, oggi, ad osservare i begli Equidi al di là del recinto, come appassionato di tutto ciò che è animale. All’ombra dell’ippocastano (gioco di parole non voluto), mi fermo davanti alla staccionata con lo stesso entusiasmo di quando i miei genitori mi indicavano gli stessi animali nello stesso posto, e io li osservavo avidamente dal mio seggiolino sulla loro bici, già ad un paio d’anni o poco più, e qualche anno dopo offrivo loro le carote estratte dallo scricchiolante sacchetto di carta.

Torno ancora con qualche ortaggio da sgranocchiare per i cavalli, e qualche parola da scambiare con gli istruttori, anche al centro che mi ha permesso di stare in sella nella mia fase più confusa e irrequieta, appena dopo il liceo.
Li osservo, li ammiro come modelli per interrogativi zoologici, e poco più. Il placido Lipizzano e la curiosa Andalusa mi fanno da modelli anche per le mie foto più o meno artistiche, come questa di copertina. Ad oggi, mi basta così. Sono contento. Sempre e comunque, ogni tanto, so che il desiderio di vicinanza equina torna e tornerà, perché in qualche modo, fa parte di me. Al di là delle difficoltà nel mettere la sella e nel salirvi, al di là delle prestazioni agonistiche, al di là dei timori… al di là di tutto.

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