Come avrete forse immaginato, Hungry Hollow mi ha procurato una scossa decisiva, come appassionato di fatti di natura, come persona affascinata da ogni organismo vivente che stia intorno a noi. Ho capito, in larga misura, che avrei dovuto – presto e senza imbarazzo – riprendere in mano la lente d’ingrandimento e il mio stesso spirito d’avventura e osservazione, e calarmi nelle dimensioni più remote della vita che ci circonda. Insomma, tornare a caccia di semi, foglie, pollini, d’insetti e di bestioline microscopiche. Avrei dovuto – in qualche modo – tornare bambino: quel bambino dagli interessi atipici che in prima elementare (ma anche in precedenza) seguiva per conto suo la pista delle formiche con la lente, raccoglieva nella sua scatolina le coccinelle di cui contare i punti e memorizzare il colore, e che collezionava semi, frutti, foglie dalle forme curiose, provando spesso a ritrarre i suoi trofei sul foglio da disegno, concentrato dietro agli occhialini rotondi.
Ma… diventato ormai grande, ho cominciato a chiedermi: dov’è il mio Hungry Hollow, posto incontaminato e strapieno di natura? La mia scala di percezione della meraviglia naturalistica era ormai cambiata, infatti!
Nel corso della mia adolescenza e poco oltre, ho viaggiato: sono stato addirittura in Africa meridionale a vedere praterie e habitat mozzafiato, e i maestosi grandi vertebrati terrestri come elefanti, giraffe, zebre, felini, o ancora acquatici come le balene e i leoni marini. La mia fascinazione per i cani mi ha poi fatto focalizzare – anche troppo – sui membri del genere Canis e della famiglia Canidae, così comuni come compagni di casa sotto la specie familiaris, così variegati in quanto a razze, tipi e varietà, ma anche a specie e sottospecie selvatiche o più o meno tali: nel Sudest asiatico e a Sri Lanka ho “concluso” le mie ricerche sui famosi cani da villaggio o cani paria, che teoricamente dovrebbero essere i progenitori diretti di Jimi, Clint e tutti i Fido di questa Terra… per lo meno dopo il distacco evolutivo dall’antenato Canis lupus.
Troppo umano, però, aleggia intorno al nostro Canis familiaris. Spesso il nostro sodalizio tra specie è glorioso e commovente, di sicuro. Altrettanto spesso però, viene ammantato da tinte antropocentriche che ho cominciato a trovare in vario modo disturbanti: da cani bambinizzati a cani torturati, cani simbolo, cani strumento, cani sostituto… insomma, che confusione, e quasi tutto per via di Homo sapiens, che spesso plasma e decide anche troppo sul conto degli altri viventi!
Del resto però, dopo quindici anni e passa di interesse quasi monospecifico, beh… credo di aver tutto il diritto di cambiare prospettiva e dedicarmi ad altre specie e ad altri organismi viventi, alle scienze della natura e della vita in senso lato.
Eppure, mi risulta presto ovvio che il cane, al massimo il piccione e pochi altri, nel centro di Monza possono essere i principali vertebrati dal comportamento complesso a cui fare le pulci come curioso di etologia. E dunque, se ora finalmente cambiassi punto di vista, e dessi una chance maggiore anche agli invertebrati nascosti in ogni crepa di muro, o ancora alle magnifiche piante e piantine che troppo di sovente ci fanno quasi solo da sfondo, senza essere indagate con occhio biologico?
Se Dewdney il canadese ci porta nella gola secca del torrente Hungry… Antonio Canu, naturalista nostrano e presidente storico del WWF, ci porta a conoscere Roma Selvatica. Ebbene sì, uno scorrevole saggio (Editori Laterza, 2015) che – in uno stile per lo più didascalico che non manca però di digressioni tra Calvino e Shakespeare – ci fa scoprire la meraviglia segreta della Città Eterna, della capitale della nostra penisola. Stavolta, non solo in chiave storica o artistica, ma soprattutto zoologica, botanica e non solo. Insomma, celebriamo con i suoi racconti una grande città piena di vita, in cui a Villa Ada fa la tana il tasso, sopra al cupolone di San Pietro volano rondoni e taccole e gheppi e storni, che litigano con gli alloctoni parrocchetti e riescono a spodestare i merli indiani anch’essi fuori luogo. Nel Tevere scopriamo una fauna ittica purtroppo sempre più squilibrata da introduzioni di specie invasive. In altre ville storiche passeggia la volpe all’imbrunire, o ancora i muri antichi sono tappezzati da una fantastica flora lichenica. Ogni pianta erbacea, arborea o arbustiva ha il suo posto e il suo significato, biologico e umano insieme, spesso fin dai tempi di Plinio, il primo dei nostri acuti osservatori naturalisti.
< Quantità e qualità di specie a parte, ogni città ha il suo cuore selvatico. Sta a noi scoprirlo, o riscoprirlo >.
Antonio Canu, Roma Selvatica
Sciocco allora da parte mia, stare a lamentarmi di non aver trovato un luogo abbastanza selvatico dove andare alla ricerca di organismi viventi: se Roma ha il suo cuore selvatico, di certo lo ha anche Monza! E come non vederlo, con tutto quel Parco che si ritrova?
Si conclude l’inverno 2022, e io da allora decido di affaccendarmi alla scoperta della mia Monza selvatica, armato nuovamente di lente e scatoletta, di pinzette e… pantaloni sporchi di terra! Unica concessione tecnologica, la fotocamera del cellulare. E un aiuto col quale mi sarei di sicuro divertito anche da bambino, se già ci fosse stato almeno sul PC: un’utile applicazione di identificazione naturalistica, con cui fugare su due piedi per lo meno la superficie dei dubbi tassonomici sul conto di una qualche pianta a bordo strada o artropode di passaggio.
In questi ultimi mesi, preso da una smania catalogatrice che non è difficile far suscitare dalla mia indole e dal mio assetto mentale, sono riuscito a censire la presenza nei miei dintorni – con un pizzico di vacanza trentina – di almeno 300 specie vegetali, un centinaio di invertebrati, e non pochi di quei misteriosi esseri che sono i funghi e i licheni, i quali mi hanno portato anche a seguire le lezioni dell’associazione micologica locale. Da cosa nasce cosa, come si dice… e come dico sempre io, tutto torna: insomma, tutto è collegato. A conti fatti, il mio archivio conta ad oggi circa 500 organismi viventi, e so bene che posso fare di meglio! Occhi, pazienza, fotocamera e cervello accesi, capacità di discernere tra le tante forme che la Natura ci propone anche negli angoli più disparati. E voglia di conoscere, di annotare, di studiare.
Oltre che a caccia di piante e bestie varie, regolarmente torno e ritorno a caccia di libri, come saprete benissimo voi… lettori. A inizio estate, mi trovo a rovistare tra i ripiani di una libreria del centro, ed ecco che trovo un altro prezzo stracciato: un libretto della collana zoologica di Franco Muzzio Editore, datato anno 2000.
A quel tempo, già strisciavo incuriosito dietro a qualche semplicissima osservazione entomologica, e di lì a poco Giorgio Celli mi sarebbe rimasto impresso grazie alla TV, coi suoi documentari sul mondo animale. Non avevo, però, letto ancora nulla di suo: ed ecco allora la scusa buona per acquistare il saggio di cui vi sto per raccontare: Il prato di Proust, una passeggiata tra insetti, uccelli e fiori.
Come potevano calzare meglio, un titolo del genere e un Autore di tale calibro?
Ero ancora nel pieno delle mie ricerche, e anch’io come Celli mi aggiravo letteralmente nei prati dietro casa. Anche la mia, come quella raccontata dal nostro etologo ed entomologo, è stata ed è tuttora in qualche modo una récherche proustiana, una ricerca dell’innocenza di un periodo fuggito via con gli anni, un tempo da rievocare, in cui mostravo la mia essenza con poco imbarazzo, e mi lasciavo portare via dalle file di abitanti dei formicai anziché dalle urla degli altri bambini, dalle forme dei bruchi anziché dai giochi sociali.
< Sono tornato […] al prato delle meraviglie. Ho riconsiderato con stupore come questo luogo non si trovi al di là dell’orizzonte, non debba venir raggiunto in jet o in jeep, ma sia vicino alla mia casa, a non più di venti minuti di autobus e a un’ora di passeggiata […] dopo tutto, sapevo che la natura celebra i suoi fasti sereni e terribili, i suoi riti di vita e di morte, non soltanto nella savana del Serengeti, ma ovunque […] era soltanto una questione di scala… >
Giorgio Celli, Il prato di Proust
Ed è così che anche Celli, come Dewdney qualche mese prima, richiama la mia attenzione al vasto spettro di scale dimensionali in cui la Natura si manifesta sotto i nostri occhi, o almeno sotto le nostre lenti. L’entomologo veronese mi accompagna nel suo mondo, che invero non è fatto solo d’insetti, ma anche di altri animali e non solo: le sue speculazioni e osservazioni biologiche si allargano presto al mondo vegetale, e all’evoluzione in senso lato, anche sotto la guida dell’eterno maestro Darwin. Artista e scrittore oltre che biologo, passeggiando tra fiori e farfalle Celli avanza ipotesi sulla bellezza del mondo naturale confrontata alla bellezza dell’arte e viceversa, eccetera eccetera… in uno stile ricco di arzigogoli, come ammesso dallo stesso Autore, che però me l’ha fatto sentire come una voce davvero familiare.
Nelle sue righe infatti, la biologia e le scienze naturali digradano in questioni di filosofia, il comportamento dei nostri affascinanti animali – siano essi ragni, formiche o pavoni – assume tinte psicologiche e sociologiche, oltre che ancora filosofiche. Il suo racconto conciso eppure ricco ci metterà di fronte – con spirito critico e humor quanto basta – ai nodi cruciali delle scienze della vita, a diverse scuole di pensiero del passato e agli scienziati che le hanno rappresentate nel corso dei secoli.
Arte o realtà? Natura o cultura? Innato o acquisito? Positivismo, semplicismo… e così via, le scienze si fondono armoniosamente con la poesia, con le belle lettere e con la storia, in una chiave di lettura che non posso altro che trovare molto coinvolgente e vicina al mio stesso sentire.
La narrazione si alterna inoltre con una serie di piccoli esperimenti vecchi e nuovi – soprattutto entomologici e botanici – che fanno venir voglia di mettersi a replicarli noi stessi, appunto accanto a casa: ora in laboratorio e ora in pieno campo, Celli ci fa capire magistralmente l’inesauribile fascino e stimolo che l’osservazione e lo studio della vita ci possono proporre. Forse – come già detto – con uno stile di prosa non esattamente fluido e lineare, ma di certo degno di uno sforzo da parte di noi lettori realmente appassionati, sia alla Natura sia al bello scrivere a proposito di essa e delle sue meraviglie.


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