Arrivederci, vecchio Clint. Nonostante il soprannome di cane immortale che ti sei guadagnato negli ultimi tempi, anche tu, ieri sera hai concluso la tua avventura su questo Pianeta. L’immagine di copertina del tuo ultimo articolo te l’ho scelta bella, scattata addirittura con la reflex, postprodotta in un passato momento di ispirazione: ti ho ritratto bene di profilo, già maturo ma in forma, lo sguardo duro e serio rivolto all’infinito. Il nostro sfondo era il bosco austriaco, quello delle vacanze estive del 2014. Stranamente, un momento in cui i nostri sensi erano attratti dallo stesso obiettivo: delle vacche pezzate rosse varcavano il nostro sentiero, tra le conifere, e meritavano una cauta ispezione da parte nostra.
Quanto abbiamo condiviso, noi due? Sicuramente, tantissimi anni sotto lo stesso tetto. Quattordici esatti, dal novembre 2008 al novebre 2022!
Insieme a noi Ceruti, come villeggiatore a quattro zampe, hai pure varcato diversi confini di Stato, e in ogni luogo hai fatto risuonare il tuo abbaio quasi sempre ringhioso e squillante da accartocciare i timpani, hai guardato di traverso qualche passante, in men che non si dica hai eletto a territorio invalicabile dintorni di panchine, tratti di spiaggia, declivi montani, sponde lacustri… Un gran rompiscatole insomma, difficile negarlo!
In casa ronfavi come un gatto, e ti spostavi dal tuo angolo privato solo per far la voce grossa con qualche intruso umano, oppure se sentivi qualsiasi minimo, impercettibile rumore che avesse una qualche attinenza con materia edibile.
Un paio di lanci di pallina, raccattata con sprazzi di entusiasmo di qualche minuto, erano già grande espressione delle tue propensioni ludiche, con qualche breve, più intensa eccezione per il tira-molla e per lo straccetto a mo’ di preda. Così, il sottoscritto, affascinato dalla routine del riporto, dovette presto alzare le spalle di fronte al tuo relativo disinteresse per la materia. Allo stesso modo, il me ragazzino che già a inizio scuole medie sognava percorsi di agility ed esercizi di obbedienza avanzata, si trovò a negoziare con un cane che sugli ostacoli aveva lo slancio di una testuggine. In fatto di performance ubbiditive, dovetti poi rivalutarti con tardiva saggezza, e riconoscere che almeno non sei mai stato incline alla fuga e hai sempre risposto più che decentemente al richiamo.
Col tempo, anzi abbastanza in fretta, hai manifestato la tua scarsa tolleranza verso l’umanità, e la tua territorialità difficile da frenare ti trasformava più spesso che no da “buon guardiano” a “cane mordace”. Talvolta hai dovuto portare la museruola, e tenerti al guinzaglio in presenza di ospiti a casa era tutto sommato una norma di sicurezza… per caviglie e piedi. I bambini in movimento ti causavano istinti da inseguitore e pinzatore, allo stesso modo i pattinatori, gli skateboarder, i ciclisti, i corridori, e in momenti di particolare ardore, giustamente gli uccelli, addirittura i cavalli.
Nella versione filmica del notissimo Io e Marley, John Grogan dà l’ultimo saluto al Labrador combinaguai apostrofandolo come “il cane peggiore del mondo”. Epiteto sicuramente iperbolico, ironico e affettuoso, come tanti ne hanno sia Clint sia Jimi.
Marley ha senza dubbio devastato pezzi di casa Grogan, mandato a gambe all’aria conduttori dall’altra parte del guinzaglio, ma… avrà mai (tra le varie) bucato con un canino una mano, come fece Clint a mio padre ormai anni e anni fa?
A discolpa della bestiaccia Ceruti, almeno per quanto riguarda il lasciarsi maneggiare, va però ricordata la cura a base di iniezioni che gli abbiamo dovuto imporre per curare la filariosi, che gli venne diagnosticata proprio qualche mese dopo l’arrivo in famiglia. Sicuramente, questo è stato un blocco di importanza non indifferente nella piramide delle nostre varie sfighe…
Alla luce di tutto ciò, tra morsi e abbai, rifiuti e incomprensioni, la delicata età dell’adolescenza mi si aperse e proseguì in un discreto mare di lacrime.
Il giovanotto un po’ particolare per cui avere un cane di cui essere orgoglioso era la più grande aspirazione non scolastica, si trovò suo malgrado in una grandissima crisi. Ciononostante, riconosco con almeno un po’ di orgoglio di non essermi mai dato per vinto, e di aver saputo volgere la difficoltà in opporunità per imparare!
Quello che Clint mi ha insegnato, in fin dei conti, è di non fidarmi mai a priori, di valutare tutto con la ferma consapevolezza che la ragione di fondo la hanno il più delle volte le mie profonde riflessioni, spesso accompagnate da emozioni forti, ma tutt’altro che impulsive.
Non avrei certo dovuto fidarmi delle promesse dei “grandi”, che dello scrupoloso studio di un ragazzino diligente intorno alla scelta del proprio cane e della realizzazione del proprio sogno avrebbero presto fatto carta straccia. Purtroppo però, complice la mia impazienza da poco più che bambino, sono stato preso per sfinimento, e dopo battaglie alla ricerca di un cane che accontentasse “tutti”, ho finito anch’io per abbassare la testa, per quanto dura.
Problematico essere bambini, problematico varcare la soglia dell’adolescenza, doloroso sentire così presto dentro di sé una passione pervasiva e un cervellino non esattamente tipico. Ancor peggio è avere sogni ben marcati che nessuno o quasi ha mai saputo vedere, in cui nessuno ha saputo veramente credere accanto a me… fino a renderli nel tempo praticamente invisibili e poco credibili ai miei stessi occhi.
Nel corso degli anni, quelle che sarebbero dovute essere gioiose pause ludico-sportive dalla scuola e dalla fisioterapia, nel mio sempre crescente senso del dovere, diventarono il faticoso impegno di “riparare il cane”. Nacque in me, subdolo mostro interiore, il senso di colpa, il pensiero d’essere sbagliato in qualche modo, per essermi meritato un fardello simile calato proprio sopra la mia principale aspirazione, che era quella di cinofilo.
Nonostante tutto, ho continuato a lavorare, e lo sai bene, vecchio Clint. Ne abbiamo viste di ogni, al campo cinofilo e fuori dal campo. Sono stato ingiusto verso di te, più volte, e mi pento di molti nostri momenti difficili, evitabili. Sono ipercritico, lo riconosco, ma purtroppo fatico a dimenticare. E di certo non ce l’ho con te, che resti “solo” un cane, a tratti per tua fortuna.
Cara la mia belva, sei stato il testimone tutto sommato paziente dell’oceano di problemi miei e nostri, e del declino graduale della mia mente, viziata dal peso tanto di Homo sapiens quanto di Canis familiaris. Grazie a te, comunque sia, sono diventato il cinofilio disincantato di adesso, e sono pure stato conosciuto come scrittore in erba, narratore e commentatore del mondo umano e animale.
Cane nerastro dalle zampe storte e dai modi sfuggenti, con la nostra storia tutta problemi sei diventato un simbolo. Me lo ricorda nientemeno che… la mia metà sentimentale, che seguiva i nostri racconti e si rivedeva in noi, insieme alla sua bestiolina pezzata e alle loro stesse incomprensioni. Questo, anni prima che finissimo per trovarci l’uno accanto all’altra e viceversa, molto, molto vicini.
Dunque, la sai una cosa, vecchio Clint? Si direbbe che ti debba esser grato anche in quel campo, importante, prezioso, e tutto umano.
La vita è dura, si dice. Personalmente, troppo spesso la trovo un gran macigno da portare sulle spalle. La morte invece, la considero con una serenità profonda. Non dolore ma sollievo, soprattutto per un corpo vecchio e stanco come quello di Clint, che nell’ultima settimana era ormai un mucchio d’ossa barcollante, un animale sfinito, inappetente e ansimante. Non ho versato una lacrima, piuttosto ho emesso un sospiro di sollievo, nonappena ha fatto effetto, lineare e indolore, l’operazione di eutanasia. Sollievo per lui, e probabilmente anche per me, che vedevo questo cane simbolo, ora presenza cara e ora dolorosa, spegnersi senza alcun patimento ed allontanarsi così senza forzature dalla mia stessa vita.
La mia mente, che da tanti anni è dolorante e stanca quasi come il vecchio corpo del mio primo cane, ha anzi invidiato per un istante la pace con cui l’organismo di Clint si è abbandonato all’oblio…
Lunga bestiaccia ormai addormentata nel riposo eterno, lascia che ti rivolga un ultimo discorso diretto, sperando che tu mi possa perdonare almeno per metafora.
Non ho mantenuto un patto con te, lo sai? Tanti anni fa, ti avevo promesso che saresti morto dopo aver scorrazzato nel nostro bel posto via dal centro città, senza il freno continuo del guinzaglio, una necessità troppo impellente di obbedienza, o contatti obbligati con gente invadente. Probabilmente, è un desiderio che ho sempre condiviso con te, anche se non ce lo siamo mai “detto” abbastanza apertamente. Scusami dunque, se non sono stato all’altezza, se non sono stato bravo a sufficienza, se ora non sono nient’altro che in un gran pantano. Non sono stato poi tanto forte, nonostante di norma lo sia: tu di certo, lo sei stato molto di più. Terrier fino all’ultimo, ti ha detto giustamente qualcuno.
Riposa in pace, cane (quasi) peggiore che mi potesse capitare.
Forse non sembra, ma ti ho voluto bene.


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