Stefano Mancuso, “La pianta del mondo”

Scorso mese di ottobre. Poco convinto, ancora caldo, ma di giorno in giorno più deciso a sottrarre luce alla prima mattina, l’autunno si fa cedere il posto dall’estate, nel corso delle stagioni. In questo periodo, io e l’alba, sempre meno invitante da affrontare, cerchiamo di fare un patto: la sfido, e mi avventuro cercando di precederla, in un’altra tranche di pendolariato, tra binari e treni.

Fingo un certo entusiasmo, per darmi almeno un po’ di quella carica che ho dimenticato da anni. Vado e vengo, trotto e mi affaccendo, curiosando intorno a Pavia, città universitaria. Speranze, pensieri, ansie che tornano come cicli di maree. Maratone e tappe da segnare, e le mie gambe che si sforzano di stare sveglie. E i miei sensi… la gente, i rumori, le luci, le strade, gli orari… tutto si carica insieme sopra e dentro di me, come la soma di un mulo, che cerca comunque di non tradire volontà di crollo. Certo è però, che mi ricavo almeno un piccolo rifugio, in questo stordimento di routine dai tratti nauseanti: è il sedile del treno, è il mio libro. Una coltre protettiva fatta di parole raccontate, sulle piante, sugli animali, sul mondo e i suoi posti lontani. Le piante sono la mia prima scelta, in questa piccola immersione bibliofila, di cui vi sto per raccontare.

< Perché non cominci a collezionare libri di botanica? >, mi suggerisce Ilaria, quasi distrattamente, qualche tempo fa. Quale tentazione, per un bibliofilo e collezionista! In effetti, alle piante non ho mai pensato abbastanza, né dal vivo, né per iscritto. L’eccezione, la svolta, è avvenuta dall’inizio di questo 2022, quando ho cominciato a rovistare per campi e parchi e angoli di marciapiede, a fotografare esemplari botanici e a fare identificazioni…

Mi si è aperto un mondo. E in libreria, qualche mese addietro, si era giusto aperta una favorevole fase di sconti, proprio su libri a tema.
Passo in rassegna tomi piccoli e grandi, e mi si accende presto una lampadina: Stefano Mancuso! Molto semplicemente, come apripista per il mio viaggio nell’universo verde, decido di farmi guidare dalla narrazione del botanico del Kilimangiaro. Definizione riduttiva, me ne rendo conto e mi scuso con il Professore, ma qui cerco d’essere sintetico.

La pianta del mondo. Titolo che mi attira più di altri, che richiama alcuni miei passati studi sul mondo umano e naturale, sulla geografia e sull’ecologia non solo in chiave scientifica ma anche umanistica, sul ruolo dei luoghi vivi e interconnessi nel senso più lato, per l’uomo e per tutte le componenti della Terra, viventi e non.

La città. Il bosco. Due mondi separati, nell’era moderna così come nei progetti antichi di città ideali, di utopie spesso fin troppo antropocentriche. Una cesura dettata da una distorsione percettiva, dall’errata concezione della città, che viene solo di rado concepita come nicchia ecologica davvero funzionale alla vita umana. Capolavori di pietra, labirinti di cemento, mirabolanti soluzioni di alta tecnologia. E le piante, polmone e cibo di Terra e umanità fin dalla notte dei tempi (come da antica etimologia greca di bosco, dal campo semantico del nutrire), relegate ad un ruolo di secondo piano, appendici estetiche, al più simboliche.
Il racconto del Professore, in un excursus che si addentra nei secoli passati alla ricerca del valore del mondo vegetale e della sua connessione con quello umano, ci riporta però un buon numero di spunti di speranza, per una nuova progettazione urbanistica e ambientale: esempio tra i primi, mi è rimasto impresso John Evelyn, scrittore e naturalista inglese che già nel XVII secolo, nei suoi trattati, esortava le pubbliche amministazioni a piantumare le città, per fini non solo di decoro ma anche e soprattutto di salubrità ambientale, precoce sintomo di consapevolezza ecologica.

Alberi monumentali, alberi simbolici, alberi secolari e addirittura millenari. In queste pagine, ne conosceremo alcuni illustri esemplari, le loro avventure e disavventure. Un albero soltanto, però, ci racconta relativamente poco di sé, se ci rivolgiamo ad esso singolarmente, se non ascoltiamo il complesso canto di un intero bosco, di un’immensa rete che non può essere vista che come un organismo complesso. Ed ecco che, grazie alle mirabolanti potenzialità biologiche dei vegetali, ci si aprono porte su un tema senza dubbio affascinante: quello dei superorganismi.

Noi animali, umani e non, siamo una ristrettissima porzione della componente biotica su questo pianeta, a maggior ragione se confrontati con il vastissimo popolo delle piante. Eppure, quanto spesso ce ne dimentichiamo? Il modello animale, sia in campo sperimentale, sia nelle più comuni percezioni quotidiane e nella nostra narrazione della storia del mondo, la fa da padrone. Eppure, il professor Mancuso, in questo saggio ci obbliga, con spirito e coinvolgimento, a fermarci un secondo a riflettere, e a fare un sano passo indietro in tal senso.

Scopriremo, capitolo dopo capitolo, piante della musica, piante del crimine, piante della conoscenza, insomma piante in ogni dove, che silenziosamente si addentrano nella nostra esistenza di umani fin troppo inconsapevoli.
Da parte mia, sono curiosamente scivolato in un campo a me ignoto, quello della… tribologia, branca della fisica che studia la scivolosità dei materiali. In particolare, qui si è trattato di bucce di frutti, e di uno in particolare che… scommetto avrete già indovinato!
Attimi di suspense scientifica in ambientazione nipponica, che rivaleggiano in quanto a potenza narrativa con momenti di sfida francese a caccia di vecchi libri: passione che, evidentemente, condivido col Professore, e fa da incipit avvincente al saggio di oggi.

Originali illustrazioni dell’Autore corredano ogni apertura di capitolo, e personalmente le ho gradite molto, a livello di impatto estetico. Gradevole per la mia forma mentis, anche la scansione formulare dei capitoli. Sicuramente, si tratta di un testo scorrevole: purtroppo però, se cercate qualcosa di più sistematico e organico rispetto all’aneddotica – per quanto interessante – potreste rimanere, come me, un poco delusi.

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