Vittorio Martucci, “Il martello di Darwin”

Delusione amorosa, datata estate 2016. Col passo strisciante e le interiora che fremono, goffamente fritte da un certo senso di inadeguatezza da cuore incompreso, me ne sto tornando a casa. Cosa faccio però, sulla via, per tirarmi su il morale? Beh, semplice: mi infilo in libreria, e comincio a passare in rassegna, pur con la mente per aria, un po’ di saggi dimenticati, possibilmente a basso prezzo.

Strani animali e antiche storie, di tale Vittorio Martucci. Biologo, curatore di mostre e musei, scrittore… insomma, direi che è un profilo di quelli che mi interessano in particolar modo! Anche il titolo del libretto dal dorso verde mi affascina: tra tante bestie prese anche troppo sul serio e alla luce del reale, la mia curiosità è stata quella volta attratta da storie fantasiose e animali al limite tra realtà e immaginazione.

Il biblico Leviatano, le vacche marine che nella mitologia nordica sfumano in figure antropomorfe e si trasformano in sirene, e poi immancabilmente i cataloghi zoologici più o meno improbabili dei classici che per anni mi hanno accompagnato, come Plinio, o Erodoto, i cui esotici serpenti alati ricordano ora draghi frutto di fantasia e ora verissime e vivaci lucertole anolidi, solo in formato gigante…
Vagheggio ancora occasionalmente tra questi strani esseri, i cui nomi avevo ai tempi sottolineato con l’evidenziatore fluo: il nome di Martucci – non me l’aspettavo – sarebbe ritornato, dopo anni da questa casuale lettura.

Sto parlando de Il martello di Darwin, opera dell’Autore che mi è letteralmente saltata in mano qualche mese fa, da un angolino buio della libreria: solita sezione di saggistica, scienze naturali… rimanenza ormai vecchiotta, schiacciata tra tanti altri tomi più imponenti.
Titolo che mi ha colpito (… gioco di parole?), che mi ha fatto riflettere, e di cui ho scoperto il significato solamente addentrandomi nella lettura: non ve lo svelo, credo sarebbe una anticipazione di troppo!
Il sottotitolo, vicende di mammiferi tra estinzioni e scoperte… beh, ha fatto riaccendere in me una mia ciclica curiosità, che ho fin dalle scuole elementari: quella per gli animali (e in particolare i mammiferi) a rischio di estinzione, estinti, scoperti e riscoperti, o ancora ammantati dalle nebbie della criptozoologia, più che della sola zoologia ufficiale.

Uno dei primi personaggi animali presentati, ce lo introduce Alpheus Hyatt Verrill, storico zoologo statunitense, scrittore, esploratore e documentatore di storie d’animali: si tratta del Solenodonte di Hispaniola (Solenodon paradoxus), bestiola non esattamente avvenente ma sicuramente affascinante, nativa dell’isola delle Antille di cui porta il nome. Sostanzialmente, è un grosso toporagno, e mi resta in mente più di altri esemplari presentati nel saggio perché diversi anni fa, mi imbattei in lui per puro caso, in una delle mie disordinate e arborescenti passeggiate per il web. Scoperto, perso e riscoperto, sia nella comunità degli zoologi, sia tra i rami della mia mente, l’ispido animaletto dai denti a tubicino (come dice il nome greco del suo genere) è uno dei tanti esempi di animali unici, caratterizzati da fragilità e unicità tipiche degli abitanti delle isole, dei luoghi più remoti della Terra.
Una simile storia sia nel mio immaginario personale sia nel complesso delle vicende trattate dal nostro saggio, la ha la famiglia delle Hutias, grossi roditori simili alle nutrie, che con le loro specie e sottospecie endemiche, tropicali e isolane (conterranee del nostro amico Solenodonte), sfuggono ad esploratori e zoologi come ai tasselli della mia memoria: ciononostante, questi Capromydi, hanno sia un aspetto, sia un’ecologia sia un’onomastica affascinanti, dunque direi che meritano la mia menzione d’onore.

Animali piccoli, difficili da scovare, e soprattutto una moltitudine di roditori, sono i mammiferi che primeggiano nelle descrizioni misteriose che ci propone Martucci. Ciononostante, anche bestie grosse e imponenti, si sono celate agli occhi dei ricercatori per lunghissimo tempo, oppure hanno avuto la sfortuna di soccombere a causa di rivoluzioni ecologiche o, più spesso, per mano dell’uomo: si pensi ad ungulati famosi come il Quagga (Equus quagga) e il Tarpan (Equus ferus gmelini), scomparsi in epoca storica, o a carnivori decimati fin dalla brutale pressione venatoria degli antichi, come nel caso dell’Orso dell’Atlante (Ursus arctos crowtheri), unico urside africano e rasissimo già ai tempi di Plinio.
C’è poi chi, almeno così ci fa credere, scompare e ricompare, e fa la gioia dei criptozoologi che già vi citavo: chi non conosce il Tilacino (Thylacinus cynocephalus), il predatore marsupiale tasmaniano? L’ultimo esemplare immortalato della sua specie, si è reso famoso per un temibile sbadiglio da dietro le sbarre del suo recinto allo zoo di Hobart, negli anni Trenta del secolo scorso. Col suo manto a strisce, pare però che si aggiri ancora qua e là per l’Oceania, e… perché rifiutare del tutto la speranza di qualche avvistamento veritiero?

Lettura senza dubbio appassionante e piuttosto scorrevole, consiglio questo libro a tutti coloro i quali abbiano una marcata simpatia per gli animali insoliti, e cerchino una narrazione scientifica condita piacevolmente da aneddoti di storia più o meno remota e da qualche apprezzabile (e talvolta inaspettato) spunto letterario. L’unico difetto, che rende il testo un poco noioso, sta nel fatto che alla lunga, può figurare come un lungo, quasi ripetitivo “elenco di nomi”. In ogni caso, un apparato di appendici chiaro e conciso, ci viene in aiuto per ripassare la tassonomia, e le tante specie animali citate nel corso di sezioni e capitoli.

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