Danilo Mainardi, “La strategia dell’aquila”

In quest’ultimo autunno, la mia mente non ha brillato affatto per serenità. Le faccende di questa Terra mi si presentano come oltremodo gravose, la luce dell’entusiasmo dentro di me si fa sempre più fioca. Dunque, almeno grazie alle mie letture zoologiche, ho scelto di prendere il volo.

Niente tappeti volanti, anche se a volte vorrei librarmi tra le nuvole sulla magica stuoia di Aladino… e possibilmente, come lui, farlo in dolce compagnia. E neppure alcun volo aereo né meta esotica, sebbene l’idea del viaggio – un po’ alla Darwin e un po’ alla Indiana Jones – sia tornata a farmi fantasticare con un minimo di speranza. Mi sono piuttosto fatto cullare dalle parole del grande etologo Danilo Mainardi, e mi sono immerso nella dimensione aerea grazie alla storia naturale degli uccelli, di cui racconta nel suo saggio La strategia dell’aquila (Oscar Saggi Mondadori, 2001).

Nel corso della mia storia di giovane zoofilo accanito, ammetto di non aver dato mai sufficiente peso alla classe zoologica degli Aves, sebbene sia debitore nei loro confronti per molti versi, a proposito della mia forma mentis di osservatore del mondo animale, e abbia anche un certo legame personale con loro.

Le anatre monzesi, le oche lecchesi, i gabbiani liguri, i canarini del nonno ornicoltore raccontati da mio padre… hanno tutti fatto parte delle mie prime fantasie zoologiche, eppure ho sempre avuto maggior attrazione per i mammiferi, fossero cani o equini o grandi esotici visti dapprima negli zoo e poi anche in natura.
Crescendo, ho cominciato però a notare meglio il picchio verde che tra i campi del Parco plana cercando prede invertebrate, la gazza che in Brianza segna il passaggio tra città e campagna, i tanti colori dei colombi a metà tra lo stato di domestici e di selvatici. Negli ultimi anni, ho anche avuto dei buoni spunti dall’amica Alice, occhio avvistatore ancor più acuto del mio, soprattutto versato al bird-watching.
E già quando, dalla metà delle scuole medie, mi si è accesa la fascinazione sempre più tecnica per lo studio del comportamento animale, lo dovevo agli uccelli, come modelli d’esempio: ovviamente alle taccole, e ancora alle oche, i pennuti compagni dell’intramontabile Konrad Lorenz.

Noi e gli uccelli siamo animali a orientamento visivo. Suggestive sono le teorie sul nostro comune senso dell’estetica, che ha così tanto influenzato le nostre storie evolutive, biologiche e culturali: il bello visibile come strada d’evoluzione, come espediente sociale. La ruota del pavone, contemplata con cura già dal passeggino, supremo esempio in tal senso. Eppure, anche il semplice batter d’ali ha un forte legame con la mia vita personale: eccitazione, euforia, pensieri potenti e fantasie, ed ecco che il piccolo Mattia “faceva l’uccellino”, come gli dicevano – e a volte gli rimproveravano – i grandi. Le braccia come ali, accompagnano da sempre i balletti del mio corpo e della mia mente: tecnicamente pare lo chiamino “sfarfallio”, in riferimento alle menti come la mia e alle loro manifestazioni non sempre ordinarie; io preferisco mantenere il legame ornitologico e pensare ad uno sfogo da anatide lacustre. Il giovane Mattia volatore, crescendo, ha poi avvertito di stare in una gabbia fin troppo stretta per la sua apertura alare, e la tristezza ha avuto la meglio sugli svolazzamenti: dai tempi del liceo, sempre meno sono i miei sfoghi dai tratti aviani, e non certo e solamente perché “sono diventato grande”. Quasi solo la musica ormai mi fa volare; in parte il leggere e soprattutto lo scrivere, per fortuna. Proprio ora mentre scrivo, qualche sprazzo di euforia mi prende, e qualche bella parola che mi rimbomba in testa mi fa concludere la digitazione a metà frase: richiama così nientemeno che l’ochetta esuberante che è sempre vissuta in me, che qualche volta fa ancora prendere aria a penne e piume.

Malinconia perdurante, tentativo continuo di scacciarla. Così, il mio occhio di osservatore sperduto tra le vie pavesi non solo cerca scorci fotografici, ma si leva al cielo richiamato da acuti schiamazzi: sono i parrocchetti “delle tre torri”, cittadini non esattamente lombardi, ma ormai ben ambientati nel complesso architettonico medievale della città. Ce ne sono di verdi e di azzurri, e in tanti hanno messo su casa tra gli anfratti degli antichi mattoni a vista.
Tornato a Monza, in un momento di fantasia tra pensieri di cani futuri e roditori presenti, mi trovo accanto Ilaria che mi suggerisce: < Quando invece ci prendiamo un pennuto? >. Spiccano così il volo le nostre ricerche sul tema. Ed eccomi qui, non a caso, con la lettura di oggi.

La prosa di Mainardi – l’avrò già detto – mi è estremamente vicina e familiare. Credo sia la penna zoologica italiana che mi rapisce con più potere, con la sua sintassi ricca di subordinazioni e il suo lessico ora più tecnico e ora più puramente letterario, vario e articolato. Sento una forte attrazione e similitudine col mio sentire, nel costrutto delle sue frasi e dei suoi pensieri, il tutto reso ancor più attraente e rassicurante dalla sua aura ormai un poco vintage, ma sempre attuale.
Questo saggio ornitologico è compatto, ma veramente colmo di informazioni spiegate in modo magistrale. Se la strategia dell’aquila è un acuto e riassuntivo richiamo ecologico, in maniera più simbolica questo libro mi ha fatto pensare alla mia personale… strategia dell’anaconda. Coi libri, con la scrittura, con lo studio in generale, ma a volte anche con l’esercizio fisico e gli sforzi motori, mi rendo conto d’essere come gli enormi serpenti costrittori: grandi come il capibara ingoiato dal rettile, sono capace di periodici e quasi fulminei tour de force, ma come la gigantesca serpe, ho poi bisogno di “digerire” il tutto con lunghe pause, blocchi più o meno apparenti. Ecco il perché delle mie recensioni a scoppio ritardato, delle mie letture non sempre veloci e a tratti faticose. Lettori, siete comunque avvisati della natura piuttosto corposa del nostro libro di oggi!

Tra uccelli preistorici e spunti evolutivi dalle origini assai remote, spuntano le piume sul corpo del Proavis, e via via fanno capolino nel racconto i suoi epigoni a noi più familiari: i colombi sempre amati da Mainardi, ingiustamente denigrati dai più, o i galli e le galline, per rimanere tra gli affascinanti domestici, per nulla scontati in fatto di caratteristiche biologiche. Polli da carne dotati di quattro arti pelvici fanno accendere in me qualche urto di sgradevole ignoranza personale sulle trovate della biotecnologia. D’altro canto, esotici combattenti con la cresta mi fanno puntare all’Asia e… imparare qualche parola di malese e indonesiano riferita proprio a questi pennuti di antico lignaggio, e mi permettono di consolarmi con i miei alberelli mentali dai fitti rami linguistici.

Per chi come me, da anni già mastica un po’ di terminologia e concetti eto-ecologici e più ampiamente biologici/zoologici, alcuni temi trattati nel saggio potranno apparire un poco ripetitivi. Però, in un testo così interessante e gradevole, si trova molto volentieri l’occasione di ripassare, in modo chiaro e pure piuttosto ordinato!
Così, si passa da ontogenesi e filogenesi per le varie forme e accezioni della fitness, della selezione naturale e in parte di quella artificiale, della domesticazione e dei rapporti ecologici inter e intraspecifici. Torna e ritorna il dualismo natura-cultura che è sempre cuore dell’etologia classica, il confronto sempre ricco di esempi sorprendenti tra culture umane e culture animali, corredato da riferimenti ad altri saggi e articoli scientifici in larga misura accessibili.

Una fitta rete di scelte sessuali ci fanno conoscere le strategie riproduttive variegate ed ingegnose dei nostri coinquilini pennuti. Una riflessione su bene e male antropomorfi assoggettati all’utile puramente biologico ci mette al corrente di sconcertanti… germani stupratori. Sempre tra stagni e paludi, più lineari convenienze legate all’habitat, a nidi specializzati, a uova e investimento parentale, ci fanno scoprire le jacana americane che comandano sui loro molti mariti per taglia imponente e dominanza sociale: un sistema di poliandria che forse – nella nostra presunzione da primati umani – potremmo trovare atipico. Poi ancora, ci si presenteranno tante coppie monogame e fedeli, caso assai ricorrente tra gli uccelli, a differenza di quasi tutte le altre tipologie animali.

Gli uccelli poi, sono animali culturali di grande rilievo. Molto dipende dall’apprendimento sociale, dall’imparare da mamma e papà o dai compagni di gruppo o specie e non solo, abilità vitali che – nonostante l’apparenza – hanno poco di genetico o puramente istintivo: il canto, le strategie per ricavare da mangiare in maniera ingegnosa, predare in modo efficace eccetera, spesso fanno parte del loro multiforme bagaglio di biologia della cultura.
A proposito di cultura animale e di storie affascinanti, una di queste non conoscevo affatto: quella del famoso merlo indiano, il cui vasto repertorio di vocalizzi è puramente appreso e per nulla istintivo. Dunque… quando il genitore del pullo diviene l’essere umano anziché l’adulto pennuto, ecco che al posto di un fischiatore e gracchiatore, avremo un abile, socialissimo parlatore! Questa caratteristica, nota fin dai tempi antichi, gli ha garantito il nome anche scientifico di Gracula religiosa e un mestiere davvero singolare nel ruolo di animale domestico.
Volete saperne di più, tra biologia, storia e lingue? Beh, allora… direi che non vi anticipo altro, e vi auguro una buona lettura!

Lascia un commento

Scopri di più da di Pagine e di Bestie

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere