Tra le mie disomogenee esperienze universitarie, credo che un solo corso mi abbia dato piena soddisfazione, motivazione a seguire ogni lezione senza sentirmi frustrato o angosciato, ma anzi coinvolto, toccato nelle mie corde intime a tal punto da farmi accendere lampadine personali e farmi trovare strade di indagine autonoma. Si è trattato del corso di Geografia per Studi umanistici: tra sezione “regionale” e sezione “ambiente e paesaggio”, si conclude con un esame di modesta portata, sunto di un programma sottovalutato dai più, come sentivo dire tra più o meno colleghi, in giro per aule e corridoi.
Conoscenza dei propri luoghi. Valorizzazione del paesaggio, dell’ambiente, della natura e della bellezza intrinseca come bene comune, assoluto e non mercificabile. Paesaggi e ambienti umani e naturali, domestici e selvatici, che si fondono insieme e vanno portati verso una salvezza armonica, onde evitare una distruzione incipiente in quest’epoca antropocentrica.
Questo genere di concetti mi animavano ancora all’epoca della lettura dell’ultimo testo assegnato come tema d’esame, e annotavo con cura le parole dell’urbanista Salvatore Settis. Proprio tra le righe del suo saggio, spunta il nome di John Muir. Mi dice qualcosa, non mi è ignoto… me lo segno, e me ne ricordo una volta per tutte, come quel curioso naturalista e scrittore di origine scozzese che è passato alla storia come padre dei grandi Parchi nazionali degli Stati Uniti, salvatore delle montagne e delle sequoie.
Il nome di Muir mi rimane impresso nella mente, il suo profilo barbuto circodato dai boschi mi torna ad affascinare, tra casuali incontri in biblioteca e ricerche su internet. Dubitavo, però, che avrei trovato una raccolta organica e reperibile dei suoi scritti, che potessi studiare con calma e completezza. E invece no, sono stato esaudito nel mio desiderio! Appena quest’autunno ho trovato la freschissima edizione italiana di Le montagne mi chiamano (Piano B edizioni, 2022), ho acquistato il libro e finalmente mi sono addentrato nel suo discorso.
Come una calamita, vengo regolarmente riportato verso questi personaggi singolari, a volte senza che nemmeno stia pensando attivamente a loro e alle loro cause. Così è andata con John Muir, e… che piacere e sollievo, aver incontrato una mente simile, che mi parla così da vicino nonostante i centocinquant’anni che ci separano! Scopro presto in lui un’anima profonda e tormentata, il cui maggior medicamento contro il male del mondo circostante, il peso d’essere poco compresi, sta nel vagare in mezzo alla natura, cercare un dialogo con piante e animali, pietre e monti ed eventi atmosferici.
< Questo è il mio metodo di studio. Vago di roccia in roccia, di torrente in torrente, di bosco in bosco >.
Disturbato da anni di accuse di non avere un metodo di studio, eccomi rassicurato da un grande d’altri tempi, che – guarda caso – ha deciso di fare come ho fatto io, pur nel mio piccolo, quando dall’inizio di questo 2022 mi sono immerso nell’indagine delle cose della natura, cercando dialogo e dettaglio in ogni presenza microscopica, botanica o zoologica, tra parchi urbani e bordi di strada. Certo, Yosemite e Yellowstone sono tutt’altra cosa rispetto al Parco di Monza, ma anche “il mio posto”, per ora, mi è sembrato un inizio accettabile. E grazie a questo flusso d’indagine e vagabondaggio, immagini e nomi di piante e insetti, ho provato almeno per qualche mese a sentirmi guarito da una parte del mio male interiore. In effetti, proprio come Muir…
< Non credo che lo studio, soprattutto delle scienze naturali, sia incompatibile con una normale attenzione per gli altri affari; eppure mi sembra di essere capace di fare solo una cosa per volta >.
Eclettici eppure monotematici allo stesso modo, immersi e totalizzati dalle nostre cause, sempre di più sento a me vicina la voce di Muir. Forse non sono granché produttivo né veloce agli occhi della gente, me ne rendo conto, ma questa è la nostra forma mentis, che ancora una volta ci accomuna, nelle nostre maratone ora fisiche e ora mentali. Riflessioni sulla vita e sulla morte, sull’uomo e sull’animale. E un senso che ho provato sulla mia pelle più e più volte, soprattutto quando mi riesce di toccare la decina di chilometri tra prati e latifoglie, in compagnia dei miei sensi acuti e del mio cane fedele…
< … verso sera, rientrato al campo, godetti di un’euforia trionfale che fu presto seguita da una sorda spossatezza […] un godimento per cui morire, se fosse possibile >.
C’è anche – tra queste belle pagine – un rifiuto del domestico, che io stesso nello scorso paio d’anni o poco più ho provato, pure in maniera abbastanza atroce e traumatica, e solo di recente ho elaborato in larga misura. Un riconoscimento del nostro legame ecologico ma anche affettivo, soprattutto con gli altri animali, che si traduce a tratti con un pensiero drastico, che sorprendentemente ha brillato anche nella mia testa qualche tempo fa…
< È una fortuna che molti di essi [tra gli animali] siano troppo piccoli per essere visti, e quindi godano della vita al di là della nostra portata >.
Pur senza arrivare ad eccessi di animalismo, credo che ci sia molto di vero nella citazione sopra riportata. Questo rifiuto di domesticità, di sottomissione a un sistema prestabilito, si riflette nella stessa refrattarietà di Muir alle formalità accademiche, così come al suo approccio verso la freddezza del puro gergo scientifico, che perde di carica quando non accompagnato anche da poesia e meditazione profonda. Ancora scosso da questa presa di coscienza, eccomi praticamente nelle stesse condizioni dell’Autore, già diverso tempo fa, per quanto ancora poco consapevole…
< Lasciai l’università senza il minimo pensiero di farmi un nome, ma spinto in avanti alla ricerca della bellezza e della conoscenza […] Quanto bello, nuovo e divino cominciò a sembrarmi il mondo. La sola eccezione alla piena contentezza era la persistente nozione inculcatami sin dall’infanzia, per cui dovevo trovarmi un lavoro e diventare un utile membro della società >.
In effetti, una nuova spinta verso la bellezza e uno studio più libero e attivo, mi ha attraversato dalla scorsa primavera, in maniera molto simile: seduto nel mezzo dei prati, distinguevo le tante specie di Veronica dalle belle varietà selvatiche della Viola, scavavo negli angoli di terra e fogliame e scoprivo le forme eleganti e solide dei multispecifici Coleotteri, che lasciavo passeggiare sulla mia mano, immortalandoli e cercando poi il loro nome tra guide cartacee e ausili tecnologici. Senza intrusioni da parte di psicofarmaci, routine serrate o gravosi sensi di colpa e di dovere, mi sono forse lasciato illudere d’essere felice come un ragazzino. Mi sono fatto inebriare da elenchi di nomi, e mosaici di forme e colori, come è nell’inclinazione della mia mente. E ho anche dimenticato – almeno in parte – le costrizioni di spazio e tempo…
< La vita non sembra né lunga né breve, e non ci preoccupiamo di risparmiare tempo o di affrettarci più di quanto non facciano alberi e stelle. Questa è la vera libertà, un genere concreto di immortalità >.
Lungi da me un elogio all’ignoranza e alla rozzezza, al rifiuto dell’impegno e dell’applicazione. Più che altro, quel che lamento personalmente è il pensante fardello che troppo spesso ci impone una grande porzione della nostra vita terrena. Non a caso – e ancora, quasi come Muir – ho spesso immaginato di lasciar dissolvere il mio corpo e penetrare la natura in forma pura, per scoprirne le leggi senza gli artifici e i pesi della valutazione umana, del giudizio altrui, del tempo che scorre e degli spazi da valicare a volte con dolore e sfinimento fisico, oltre che mentale.
< Se la mia anima potesse uscire da questa cosiddetta prigione, se mi fossero concessi tutti gli attributi generalmente concessi agli spiriti […] studierei le leggi della natura in tutti i loro incroci e unioni >.
Scienza, poesia, belle lettere, innumerevoli spunti filosofici e umani… tutto questo si condenserà dentro di voi, qualora intraprendiate questa lettura.
Come accade a tante grandi menti, nelle parole di Muir si ritrovano diverse intuizioni pionieristiche, che da centinaia d’anni abbiamo preso sottogamba, fino a rischiare oggi una vera e propria rivolta da parte della Natura nei confronti della nostra insensibilità.
Il registro – ammetto – a volte risulta fin troppo magniloquente, anche per un amante delle filosofate forbite quale sono io. Inoltre, i tanti riferimenti all’Onnipotente e alle Sacre scritture potrebbero non essere granché ben accolti da chi non crede ad entità superiori, come anche me. Eppure, questi rimandi religiosi sono così bene integrati in un approccio olisitco e naturalista, che mantengono la loro grazia e non intaccano davvero il discorso ecologico più terreno e sicentifico. Per Muir infatti il Creatore è personificato dalla bellezza della Natura stessa e dei suoi rapporti profondi, ed è a questa manifestazione immensa che dobbiamo la nostra devozione, piuttosto che ad un immaginario dio antropomorfo, più o meno borghese e artificiale.
< Forse ognuno di noi è guidato molto più di quanto creda di sapere […] Piante, animali e stelle sono tutti tenuti al loro posto, imbrigliati in modi prestabiliti, l’uno con l’altro e l’uno per mezzo all’altro, uccidendo e venendo uccisi, mangiando e venendo mangiati, in proporzioni e in quantità armoniche >.
Disegno divino dalle chiavi di lettura mistiche, equamente espresso accanto e per mezzo di un discorso ecologico di ampia e reale portata, che tutti dovremmo ricordare, eppure dimentichiamo ancor oggi, o facciamo finta di dimenticare.
Un elogio al rispetto, all’attenzione per ogni elemento della Natura, alla pace totale e al bene comune che prescinda umanità e animalità, complessità biologica, specie e razza, condizione economica, colore della pelle, linguaggio, orientamento filosofico, religioso, personale. Insomma, un testo che riassume un messaggio fondamentale, immancabile nelle nostre librerie.
< Tutti hanno bisogno della bellezza come del pane >.


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