Per ragioni fin troppo misteriose, anche il topolino Artotrogo qualche mese fa ha concluso la sua vita, riverso sulla ruota, praticamente allo stesso modo del suo predecessore Pirgopolinice. Vite fugaci ed effimere queste dei piccoli roditori, come già si è detto: non facile impresa è anche fare una seria prevenzione, e in caso di malattia eseguire diagnosi e curare con successo organismi così piccoli, fragili, per giunta poco studiati. Abbiamo dunque preso atto della morte dell’animaletto, pur senza dimenticare un certo sassolino nella scarpa, e la curiosità per lo meno scientifica di un’improbabile autopsia. Per quel poco che ne sappiamo, non era un esemplare anziano e nemmeno lo era il collega Pirgopolinice. In poche parole… da un giorno all’altro, si son fatti trovare entrambi stecchiti.
Qualcuno di voi sicuramente dirà che è poca cosa stare a disquisire su un topo stecchito, che anzi è un’immagine sgradevole: non lo nego, ma personalmente il piccolo Artotrogo rappresenta il primo simbolo di un percorso che ho tenuto dentro di me per anni, frenato da diverse ragioni: è proprio lui il primo piccolo mammifero non canino che abbia potuto osservare direttamente e quotidianamente giusto accanto alla mia scrivania. E… perché mai sarà morto, di colpo, e nello stesso modo del suo conspecifico e vicino di casa?
Interrogativi patologici a parte, grazie alla bestiolina baffuta col codino lungo e il pelo color crema, ho soddisfatto almeno in gran parte una curiosità che mi portavo appresso fin dai miei primi anni di scuola: capire i modi e l’indole dei topi, così invisi eppure affascinanti ai miei occhi.
Allora, forse anche per il suo temperamento più curioso e docile rispetto al collega, ho fatto in tempo anche ad affezionarmi ad Artotrogo, il primo topolino che scelsi nel gruppo di soggetti in fiera, banalmente per via del suo colore elegante e non banale. In qualche modo, mi riuscì anche un rudimentale addomesticamento avanzato… per lo meno, con la soddisfazione del microscopico animaletto che prendeva granelli di cibo dalle mani.
Il piccoletto però, aveva un problema gestionale tutto murino: un odoraccio decisamente marcato, dato sia dai suoi umori mascolini sia dalla gran produzione fecale in cui si impegnava con ritmi da metabolismo sprint. Dunque… questo motivo assai razionale, rivolto all’ordine della mia stanza che non si era (ancora) trasformata in un giardino zoologico in miniatura, mi fece concludere: “Basta, coi roditori ho concluso i miei esperimenti”.
Mi prendete sul serio, vero?
Si vede che non mi conoscete abbastanza, che non sapete quanto nell’ultimo annetto circa abbia mollato i freni per quel che riguarda le aggiunte animali alla famiglia. Dunque, altra fiera in dolce compagnia, altre tentazioni, altre valutazioni sulle prossime creature sperimentali, compagne di etologia più o meno dilettantistica.
E come rifiutare allora l’occasione di un nuovo… roditore? Che sarà mai del resto, il rischio di un altro po’ di puzza di sorcio in camera? Quelle orecchie rosa e quelle zampine industriose già mi mancavano un po’, tutto sommato.
Eccoli, allora: da un’allevatrice seria, dopo una chiara discussione sulle loro necessità, si sono aggiunti al serraglio di casa ben tre vispi esemplari di Acomys dimidiatus.
Se vi state chiedendo che strana bestia risponda a questo nome, vi tranquillizzo subito: è un topolino elegante di medie dimensioni, col manto semplice e tipicamente roditore, tra le tinte del grigio e del sabbia. Orecchie larghe e musetto appuntito, uniti ad occhi scurissimi e un poco sporgenti, lo rendono più misterioso ed esotico nell’aspetto rispetto al cugino domestico, ovvero al defunto Artotrogo: lui in effetti non è cosmopolita, ma viene dalle zone semiaride del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale.
Trascinato da eco mediorientali, ho chiamato i nuovi piccoli amici con nomi geo-storici: Petra e Samarcanda sono le fanciulle, mentre Gordio è il giovanotto, con la sua bella sacca scrotale turgida e rivolta posteriormente, principale tratto di dimorfismo sessuale (di fatto inesistente). Sono insieme senza problemi, anzi: con una certa pazienza, stiamo attendendo la riproduzione!
Pacifici, silenziosi, a differenza dei topolini comuni sono anche inodori o quasi: il loro nome comune è topo spinoso, ma di spinoso hanno veramente poco, a parer mio, tanto che qui hanno già scalato la classifica tra i piccoli mammiferi più o meno insoliti.
Seguono una dieta ferrea di semi poco grassi e integrazioni misurate tra vegetali e proteine sotto forma di larve di Tenebrionidi essiccate: voglio esser sicuro che non si appesantiscano. Del resto, provengono da terre di deserto povere di risorse, e nutrirli in abbondanza eccessiva farebbe il loro male, forse ancor di più di altri animaletti più voraci e cittadini. Queste loro abitudini parche hanno poi un risvolto curioso, e positivo per la convivenza con l’uomo: a differenza dei cugini domestici, che girano per ogni dove abbuffandosi e spargendo cacchette assai caratteristiche ogni manciata di passi, producono pochi rifiuti, ed è per questo che non emanano cattivi odori né scompigliano granché la loro lettiera.
La loro storia evolutiva li ha resi adatti ad ambienti abbastanza ostili, così in qualche modo ha rallentato anche il loro metabolismo, e d’altra parte ha permesso loro uno sviluppo più prolungato nel grembo materno: i cuccioli di questa specie infatti, non nascono poco più che embrioni, nudi e microscopici come topi comuni e criceti, ma formati come adulti in miniatura. Di conseguenza – forse per una minore esposizione a predatori e altri rischi? – le cucciolate non si quantificano a mezze dozzine come per gli altri roditori più famosi, ma contano appena tre o quattro piccoli. Anche per questo, ho deciso di puntare alla loro riproduzione senza farmi troppi problemi: ora, mi ci vuole solo la pazienza di attendere, e la speranza che la nuova generazione veda la luce nei prossimi tempi.
Amano arrampicarsi sui rami che fungono da habitat, sporcano e scavano pochissimo, dunque sono besioline perfette per chi come me ama allestire per i propri animali un terrario ampio e naturalistico il più possibile. L’unico difetto è forse la loro grande timidezza al contatto: scappano come piccoli razzi appena si cerca di prenderli in mano, per quanto l’impresa non sia poi impossibile. Per il resto, hanno una vita sociale piacevole da osservare, fatta di pulizie reciproche e corse e salti, che si articola durante tutta la giornata nonostante il tipico picco di attività crepuscolare.
Per quanto riguarda le informazioni sul loro conto in veste di animali domestici, pare che ci sia ben poco di fruibile: sapete dove si sono riprodotti più abbondantemente sotto la cura umana? Nei laboratori di ricerca scientifica, dove sono preziosi modelli per gli studi sulla rigenerazione dei tessuti.
Questo è un campo su cui sicuramente approfondiremo la biologia dei nostri amici Acomys, ma allo stesso modo, faremo in modo di conoscerli meglio anche come simpatici pet dal comportamento affascinante.
Insomma, bell’incontro questo con i topi spinosi: grazie anche e soprattutto a Ilaria, ai nostri ricordi condivisi di ex bambini patiti per il mondo animale, e alla possibilità che ci diamo insieme per riaccendere vecchie lampadine zoofile, oggi a volte un po’ fioche, ma ancora tutte nostre.
Dimenticavo… un dato che avrete notato sicuramente!
Come mai topi spinosi nel nome comune e Acomys in quello scientifico, che altro non vuol dire che “topo con gli aghi” in greco-latino? Semplicemente, per un curioso insieme di setole sulla groppa di questi topolini, che in realtà ha ben poco di pungente. Dovrebbero avere un ruolo comunicativo in situazioni di particolare tensione emotiva da parte dei nostri piccoli amici, ma per far chiarezza anche su questo argomento zoologico, vi aspetto in una prossima puntata.


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