Quello di Michele Lessona (1835-1894), naturalista torinese, di certo a me non è nome nuovo: oltre a quello per gli animali tutti, con questo antico scienziato e scrittore condivido l’amore per i cani, e anche quello per gli acquari. Fu lui infatti, ad aver scritto uno dei primissimi trattati italiani di acquariologia, che insieme a quello cinofilo, conservo da qualche parte nei miei archivi di testi digitali.
Certo però, vi confesso che io, per tutti quei testi che accumulo nelle cartelle del PC ho una vaga avversione: li lascio lì ad ammuffire virtualmente, diciamo, e in un modo o nell’altro, finisco per dimenticarmi di averli da leggere. Per fortuna però, il mio ghiribizzo di lettore cinofilo è stato risvegliato dal ritrovamento del Lessona in carta e inchiostro, in una delle mie abituali gite tra libri più o meno dimenticati. Così, eccomi qui oggi a raccontarvi dei cani di metà Ottocento…
La prefazione di questo raro volumetto, ce la offre Giorgio Celli: l’etologo gattofilo, che qui non manca di sbilanciarsi anche a favore dei nostri amici cani, e rende ancor più preziosa questa ristampa (insieme alle belle e varie illustrazioni antiche). Altre voci illustri poi torneranno dalla storia e dalla letteratura a parlare dell’amico dell’uomo per antonomasia, dall’onnipresente fonte di Brehm lo zoologo, all’Ariosto a Shakespeare, anche lui immancabile.
Il viaggio in cui ci accompagna Lessona parte alla ricerca dei… cani da villaggio, come fosse già allora nota la loro natura di cani primordiali. Scopriamo allora la voce di Edmondo De Amicis che ci si presenta al fianco dell’Autore come etologo ante-litteram: traendo spunto dalle sue spedizioni nel Vicino Oriente, descrive infatti in maniera moderna e accurata l’organizzazione sociale dei cani di strada, ne sottolinea i pericoli ma anche le virtù dalle tante similitudini umane.
Accanto ai cani più esotici, compaiono poi esemplari di casa nostra, in un’ottica che vede il Piemonte come centro privilegiato, in accordo con la storia italiana dell’epoca: così, se gli africani hanno strani cani senza pelo e i popoli maomettani adorano i loro levrieri, anche nell’Italia settentrionale come nell’antica Persia sono stimati i “cani quattrocchi”, e i “bracchi a due nasi” hanno la loro varietà piemontese di… illustre palatoschisi.
Citando le caratteristiche più affascinanti delle razze maggiormente diffuse ai tempi, Lessona ci presenta gli Alani: sono i più temuti tra i cani, perché allora non erano ancora solo cani da guardia e di compagnia, ma anche e soprattutto ferocissimi cani da attacco all’uomo. Capaci di sbranare schiavi e presunti nemici per pura dedizione al loro padrone, come tutti i cani sanno assecondare ogni volontà umana, anche la più sanguinaria.
Anche nel mondo anglosassone notoriamente cinofilo e appassionato agli allevamenti raffinati, solo all’apparenza i vezzi brutali sono messi al bando: al combattimento tra soli cani reso illegale, è sostituitio quello tra cani e roditori, sotto la scusa della derattizzazione. Lo stesso Lessona qui avanza le sue riflessioni, e in favore di topi e ratti terrorizzati nelle piccole arene, parla di vere e proprie stragi. Per non dire dei cani da topi… a loro volta – di nascosto – ancora lasciati tra le fauci dei bull-dog alla fine del loro mestiere, per il compiacimento sadico di personaggi insospettabili.
Ci sono insomma da sempre, i cani complici innocenti dei criminali, ma tra le grandi razze canine raccontate dal Lessona, spiccano anche quelle che già allora erano notoriamente utili tanto quanto eroiche: il San Bernardo nella neve, ma anche il Terranova nell’acqua. Il grande cane nero in particolare, ai tempi viveva la sua massima epopea di cane ambito dalle famiglie borghesi, oltre che di aiutante prezioso in caso di disastri e rischi di annegamento.
Soppiantato in parte dal Terranova in fatto di diffusione, allora era il Barbone ad essere stimato il più intelligente e “umano” tra i cani: qui si apre una parentesi storica molto interessante sulla mente animale.
Sebbene in una visione dai forti tratti umanizzanti, si nota uno sforzo affettivo ammirevole da parte di Lessona e altri zoofili suoi coevi nel comparare alla nostra la mente complessa dei nostri più cari compagni a quattro zampe: i cavalli figurano tra i primi per intelletto, a sentire queste fonti. E insieme ai cani, gli equini sono battuti per sensibilità solo da elefanti e – ovviamente vien da dire – scimmie antropomorfe. Del resto, anche gli studi moderni suffragano in un certo modo queste antiche osservazioni…
Se gli spunti psicologici sono primitivi ma pieni di intuizioni corrette, quelli sulla fisiologia e la salute animale sono davvero fumosi, e di certo non per colpa dell’Autore, che ci dà tanti spunti di medicina animale sia antichi sia a lui contemporanei. Un intero capitolo è però dedicato al grande mostro che soprattutto all’epoca stava pericolosamente in agguato di cani e cinofili: la rabbia. Una disgrazia che costringeva diversi padroni affezionati ad abbattere sul posto i loro cani, come se non fosse già difficile allora mantenere in vita a lungo e in salute un animale sul cui conto si sapeva davvero poco o nulla.
Una nota storicamente interessante a tema, è a questo punto del trattato la storia di Louis Pasteur, all’alba delle sue scoperte che portarono ai vaccini: è un primo monito sull’importanza di ricerca e prevenzione, tanto in favore degli animali, quanto degli esseri umani.
Al giorno d’oggi, siamo quotidianamente inondati di cani più o meno eroici, belli o semplicemente carini, famosi o solamente con padroni famosi, e di animali intelligenti, di nozioni su ogni possibile bestiolina da compagnia. Eppure spesso, sembra che ci si dimentichi davvero – anche oltre lo schermo dello smartphone – di onorare con meraviglia e semplicità questi nostri amici speciali, umili e disponibili fin dalla notte dei tempi. A questo serve dunque ancor oggi, leggere e rileggere un testo d’altri tempi su di loro, come questo bel saggio di Michele Lessona.


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