La mia calamita per i vecchi libri di animali, di recente mi ha portato tra le mani anche questo volumetto, edito da Mondadori, con la copertina ruvida color porpora, tutta grinze e irrigidita non solo dall’età ragguardevole, ma probabilmente anche a causa di una qualche brutta avventura con l’elemento liquido. Lo acquisto quasi d’impulso in una bancarella da fiera: mi accorgo presto che l’avevo trovato già nelle mie ricerche, nel dimenticatoio dell’internet e dei suoi siti di aste e usato. Dunque anche lui – collana “libri curiosi” – in un certo modo è… tornato a casa, al suo posto nella mia biblioteca.
La sua copertina esterna, di per sè sarebbe molto poco eloquente, quindi ve lo presento già aperto: c’è l’Autore in posa, in compagnia di uno dei suoi protetti, in sostanza un micione ancora cucciolo. Una piccola leonessa, ebbene sì… e chi sarebbe lei, nel dettaglio?
Anno XI dell’era fascista, c’è scritto lì nella quarta di copertina: 1932.
La bestiolina, un po’ costretta tra le braccia del cronista, è nientemeno che Italia, “la leonessa del Duce”: animale storicamente significativo, si direbbe dunque. Esempio anche – direi io – della natura domestica e tutto sommato pacifica dei grandi felini “in prigionia”: pare infatti si sia fatta sempre scappare l’occasione di una merenda a base di dittatore, infatti…
< Il Duce si affezionò moltissimo a Italia, e si ricordano ancora le continue attenzioni che le usava […] egli non ammette timore, innamorato di quella felina bellezza che è potenza e forza agile per ogni linea… […] La belva al noto richiamo balzò all’inferriata, desiderosa di carezze >.
Nonostante le cautele dei responsabili del serraglio, davvero la leonessa ci dà prova della pazienza e dell’ingenua natura degli animali bene addomesticati, che loro e nostro malgrado, non sanno riconoscere nell’abituale amico umano un danno, in quel caso per la sua stessa specie.
Molti altri tra i compagni – felini e non – di Italia, portano nei loro nomi un’ovvia egida propagandistica, che asseconda ora la pura retorica fascista e ora l’entusiasmo colonialista dell’Italia dell’epoca: c’è infatti anche la leonessa Somalia con i suoi piccoli, e poi il maschio Manganello (sigh!), seguito per fortuna dai più miti Romolo e Checchina, una coppia di leopardi. Avventure burrascose sono poi quelle di Pluto, Toto e Giulietta, gli elefanti. Aida è una bella giraffa, Marco un enorme orso bruno siberiano…
Sarò pur stato poco acuto, ma ci ho messo un po’ a capire che questo luogo di animali citato come “il nostro giardino”, era proprio il Giardino Zoologico di Roma, lo stesso posto che ora prende il nome altisonante di Bioparco.
Insomma, questo è un prezioso resoconto d’epoca, delle avventure e delle intenzioni di ospiti, curatori e zoologi, entro i cancelli dello zoo della nostra città capitale.
Impossibile negarlo, in questo saggio anche la zoogeografia si fa propaganda: la gran parte delle bestie più affascinanti, sono infatti originarie dell’Africa italiana.
Eppure, in queste note non sempre imparziali – anche per forza di cose – va apprezzato lo spirito scientifico col quale si dà un elenco delle specie conosciute e delle abitudini di questi animali, si studia il loro comportamento da vicino e si cerca di riprodurli, si raccontano le loro diete e i loro malanni, allo studio dei veterinari e dei guardiani con tutto l’intento di render loro la cattività un’esperienza, tutto sommato, non troppo dolorosa e piuttosto all’avanguardia.
Notevole – per quanto sicuramente illusoria – è anche la precoce presa di coscienza dell’Autore sul rischio di eccessivo sfruttamento delle terre esotiche e delle loro risorse: si parla già allora di pericolo di estinzione per l’elefante in Africa, il quale è in qualche modo protetto, sotto il nome curioso di “bestiame del governo”.
Uno degli elefanti dello zoo – giuntovi alla fine della sua carriera in un circo equestre – accusa il nervosismo dell’età ormai pienamente adulta, si imbizzarisce e si rompe una zanna: ecco allora che lo si calma con metodi ovviamente antiquati, facendogli bere litri di alcolici a scopo anestetico. Iniezioni di soluzione salina sottopelle, una convalescenza votata alla fortuna, scarsissime misure di sicurezza efficaci… e tra lui e i suoi compagni di stalla, finiscono per pestare a morte sia un veterinario, sia almeno un guardiano.
Nonostante tutto però, i potenti pachidermi restano i beniamini del pubblico, e insieme alle buffe scimmie e alle antilopi graziose, ai lama sempre miti e al resto della banda, sia nei poeti sia negli studiosi di zoologia, suscitano riflessioni e intuizioni, e una consapevolezza sempre crescente della nostra vicinanza percettiva con gli altri abitanti del nostro Pianeta.
Sono tante e note in ogni epoca, le evidenti ombre che attorniano gli zoo: tutto sommato però, anche nei giardini piuttosto arretrati come il nostro degli anni Trenta, l’obettivo di creare una “mirabile istituzione” (cit) per lo studio del mondo animale si fa già manifesto. Dunque, posso dire di aver apprezzato ad ogni modo, questo spaccato di storia umana e animale, che ci aiuta a riconoscere lo sforzo sempre maggiore verso il miglioramento, delle strutture zoologiche dei giorni nostri.


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