Buon anno nuovo… sulle orme dei Coppinger

Eccoci qui, con la nostra prima lettura del 2024: in tempi record, un ripasso di Dogs (2001) di Raymond e Lorna Coppinger.

Il mio primo incontro con la coppia di biologi-cinofili statunitensi, è avvenuto durante i miei studi autonomi sul cane, con l’opportunità che come al solito colsi, di arricchire la mia biblioteca, col loro nuovo saggio a tema.

Ero un giovanotto di circa sedici anni, e gli esperti che seguivo sul campo ai tempi, mi consigliarono questa lettura: una visione nuova sull’evoluzione e il comportamento del cane.

Ai tempi, da bravo adolescente annoiato e un pizzico frustrato dagli studi liceali, ero pienamente coinvolto dalla mia passione cinofila, leggevo saggi e manuali anche sui banchi di scuola tra una lezione e l’altra e agli intervalli, e avevo accumulato già un buon numero di fonti sul mondo canino: libri, ma anche riviste, articoli e siti web, tanto che specialmente allora, poco mi sfuggiva di vagliare, entro quel settore. Così, non potei che trovarmi coinvolto, in un modo o nell’altro, nell’intrico di fazioni e credenze che caratterizzano fin troppo, tanti umani che di cani si occupano.

Con tutte le diatribe che seguivo soprattutto tramite il web e i primi approcci cauti ai social media, sentir parlare di chissà che “nuova teoria” proposta in un libro di cani, mi fece rizzare le antenne dello scetticismo: ero abbastanza sicuro di me e pensavo di aver già esaminato di tutto e di più che trattasse di Canis familiaris! Eppure, ero sempre molto curioso come mio solito: così, presi a leggiucchiare anche il saggio dei Coppinger.

Partii cauto e un poco prevenuto, e come di consueto, abbastanza disordinato: lessi passi qua e là e mi posi le mie domande, per così dire, a macchia di leopardo. Fin dalla prima adolescenza, grazie alle stranezze del vecchio Clint, fui portato a elaborare osservazioni e ad accumulare teorie, così costruendo nella mia testa una certa dose di convinzioni a tema canino, che erano più o meno rigide e in qualche modo preconcette. La voce di Ray Coppinger – sentivo – faceva traballare un poco le mie convinzioni, forse più di quanto avrei voluto: l’anziano scienziato col pallino per i cani, cercava di prendermi per mano in un nuovo viaggio intorno al nostro animale preferito, eppure io rimanevo ancora sulle mie, per così dire nella mia “comfort zone”.

Fin da subito, accusai l’introduzione del testo di un sarcasmo quasi sgradevole: anche oggi posso dire che c’è qualcosa nel tono narrativo iniziale che può lasciare perplesso chi come me forse, in un saggio didattico si aspetta un impianto più diretto e descrittivo. Nonostante tutto però, il Professore lasciò prontamente il suo semino nella mia giovane mente (iper)critica: all’origine dei cani domestici non ci sono lupi addomesticati, ma proto-cani da villaggio.

E chi sarebbero, questi “cani da villaggio”? Davvero sono anonimi spazzini da discarica, senza nessuna aura lupina vera e propria, per quanto domestica? Che fanno nella vita, questi cani… se non si riconoscono per natura nel branco cane-umano in un sodalizio gerarchico e preordinato, come suggerisce quasi tutto ciò che già stava tra le mie fonti?

Affascinante, questa teoria: dovevo però “toccare con mano”, per fidarmi davvero, e da parte mia, accumulare dati ed esperienza. Così, un po’ per fortuna e un po’ per caso, le vacanze estive di fine liceo – tra luglio e agosto 2016 – mi portarono nel sudest asiatico: un piccolo paradiso, per chi è alla ricerca di cani di strada, non sottoposti a preconcetti umani. Conobbi anche almeno un “vero” cane crestato sull’isola di Phu Quoc, e mi lasciai affascinare in maggior misura dal fenomeno dell’isolamento insulare su queste popolazioni di cani “ancestrali”. Sulla scorta di questa perdurante curiosità, anche nell’estate 2018 dirottai le vacanze di famiglia verso un luogo non solo affascinante dal punto di vista naturalistico e culturale, ma anche… canino: Sri Lanka, che vanta anch’essa una schiera di cani paria per forza di cose relativamente isolati.

Il mio cervellino macinava, la mia penna annotava sul taccuino, la mia reflex fotografava cagnetti vari, stavolta fuori dal ring delle esposizioni e dal campo di addestramento, ma piuttosto a bordo strada, dietro al mercato, intorno ai templi in rovina… a caccia di avanzi alimentari oppure di un posto dove riposare.

Si svolgeva davanti ai miei occhi questo “mondo dei cani da villaggio”, e tutto un poco sconcertante, per me neo-cinofilo urbano, abituato ai classici manuali con la teoria trita e ritrita. La mia breve incredulità, si trasformò però presto in una presa di coscienza e in una nuova sfida osservativa: non più immaginarie brutte copie del lupo, ma vere e proprie innovazioni evolutive si aggiravano intorno a me con aria un poco sospettosa. Ora soli e ora uniti in piccoli branchi, ma fluidi e opportunisti: adattabili, plastici, non conservativi, né paurosi verso le sfide del mondo umano come i cugini del bosco, i cani di strada divennero i miei nuovi compagni di avventura e oggetto di interesse etologico.

Mi venne allora sempre più facile mettere da parte l’immagine del “lupo alfa” e di improbabili succedanei antropomorfi nella relazione cane-padrone: piuttosto, cominciai a vedere con più chiarezza le relazioni ecologiche tra le nostre due specie, come il vantaggio evidente del commensalismo, e la più sottile condizione di mutualismo.

Ora che di cani ne ho fin sopra i capelli – ma soprattutto patisco ormai anche troppi tra gli umani che di essi si occupano – ho quindi deciso di fare un passo indietro, o forse di lato, e leggere integralmente, quasi d’un fiato, tutto il saggio dei Coppinger. Non ho avuto più bisogno della mano del Professore, ma ho deciso di stare al suo fianco, e lasciare che mi aiutasse a chiarire dubbi tecnici e a mettere in ordine i dati.

In questi anni ho elucubrato e osservato ancora tanto a proposito dei cani e… alla fine della lettura, sono rimasto sorpreso dalla quantità di deduzioni alle quali sono giunto in autonomia, e al livello di concordanza con le conclusioni degli Autori.

Ho trovato personalmente molto interessante la disamina sulla definizione di specie e razza: i limiti della tassonomia di Linneo, il concetto di speciazione, la determinabilità genetica delle vere differenze tra lupi, coyote, cani e loro famiglia purosangue o meticcia… un confine labile che saggio e bibliografia ci aiutano a sondare. Appassionante una volta che ci si leva la benda dei preconcetti sentiti al campo di addestramento o sul web, o dall’allevatore in qualche modo fanatico “purista”, questo libro è una illuminante passeggiata tra miti da sfatare, alla luce di ecologia comportamentale e mente canina.

< è bello conoscere l’origine delle tradizioni, peccato che un’ispezione più approfondita della realtà ne smascheri la maggior parte >.

Tra le varie occasioni che ho avuto per studiare da vicino Canis familiaris, ho potuto conoscere alcuni “cani da lavoro” e pensare alle loro decantate utilità, al cui proposito certa gente ama creare tenzoni soprattutto nel mondo social e nei circoli ristretti: questa infelice popolazione di cani “rustici” altro non era che un ammasso di nervi pronti a esplodere, di animali condotti a suon di ingiurie in una baraonda di bestiame spaventato e senza meta.

In casi come quelli da me osservati, dove sta la vera utilità del cane come ausiliare? In cosa, un animale cresciuto nello squallore e nella paura, può riuscire veramente performante, aiutante dell’essere umano, dalla cui protezione dipende lo stesso per vincolo ecologico?

< Moltissimi pastori nel mondo non si servono di cani da conduzione e, a dirla tutta, il lavoro che comporta l’addestramento […] spesso fa pensare che il gioco non valga la candela >.

E il cane da caccia, è davvero utile all’uomo in senso mutualistico alimentare, e veramente ricalca le sequenze di caccia del presunto progenitore lupo, sotto il profilo comportamentale? A dire il vero, più che come animale cacciatore, il cane da villaggio si è evoluto come consumatore di scarti, che solo in condizioni particolari può essere reso un cacciatore… sportivo, ebbene sì, fin dall’alba dell’umanità!

< non credo che i cani siano mai stati significativi, nel ruolo di simbionti, nella raccolta del cibo […] nella maggior parte dei casi i cani non mostrano alcun interesse spontaneo nella caccia […] questi cani [walking hounds] cacciano per soddisfare bisogni sociali […] imparano tramite facilitazione sociale con gli altri cani >.

A questo punto, indipendentemente da ogni immagine ideale del cane, ci dobbiamo concentrare sulla sua essenza reale, che noi abbiamo il compito di plasmare affinché davvero questi animali possano dirsi i nostri migliori amici, e a maggior ragione i nostri aiutanti. Dobbiamo conoscere e osservare con attenzione l’ambiente di sviluppo dei cuccioli, non dare per scontato nulla, e ricordarci l’importanza della loro crescita mentale oltre che fisica, specialmente conoscendo i suoi periodi critici.

< Mi ha sempre colpito e anche allarmato il fatto che John Paul Scott e Mary Vesta Marston abbiano presentato la teoria del periodo critico nei cani nel 1950, e che cinquant’anni dopo l’industria canina non abbia ancora compreso il suo significato per caratteristiche come il temperamento e l’apprendimento […] Sono convinto che pensare alle capacità di apprendimento del cane in termini di intelligenza significhi non capire l’essenza del cane >.

Come quasi ogni testo di comportamento animale che mi sia capitato di leggere, giustamente anche questo dei Coppinger non manca di prendere in esame l’apparente dualismo all’origine del discorso intorno alla mente, umana o animale che sia: natura o cultura?

< Comprendere la crescita cerebrale dovrebbe sedare una volta per tutte la diatriba natura-cultura. Non è mai solo natura o solo cultura, ma sempre entrambe contemporaneamente >.

Alla luce della complessità del tema canino, ci rendiamo conto che dobbiamo veramente molto ai nostri compagni a quattro zampe: dovremmo forse fare davvero un passo indietro, alla luce di tutte le convinzioni umane che abbiamo affibbiato loro, e della pazienza con la quale essi ci accompagnano nel corso dei millenni, nonostante tutto.

Allora, che vogliate ora crescere il vostro cane come aiutante prezioso o semplicemente come caro compagno… vi lascio a questa imperdibile lettura, di cui ho omesso alcune parti per forza di cose. Alcune sono decisamente tecniche, altre superano il rigore scientifico e ci lasciano un pizzico di dolce gratitudine per tutti i cani chiamati per nome, che in questo contesto, ci hanno “dato una zampa” anche solo a capire come sono fatti, come vivono e come dovremmo aiutarli a esistere al meglio accanto a noi.

Augurandoci tutti di stare insieme ai nostri cani sempre più in armonia, e al massimo potenziale della nostra relazione, per oggi vi saluto con queste ultime citazioni…

< Crescere cuccioli, e soprattutto crescerli per compiti speciali, richiede una grande attenzione al dettaglio […] è arrivato il momento di abbandonare la nostra idea su quale sia la razza vincente, la migliore, o quale sia il cane perfetto […] i cani diventano bravi dopo che sono nati, non prima >.

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