La mia collezione di testi di comportamento animale, specialmente canino, è iniziata in maniera sistematica tra la fine delle scuole medie e l’inizio del liceo. In quel periodo, tutto sommato mi accontentavo di saggi e manuali abbastanza semplici da reperire e consultare, guidato dai siti web cinofili sui quali imparavo a discernere sempre meglio la materia canina, curiosa eppure tutta piena di umane divisioni e relativi intrichi.
Col tempo però, cominciai a buttare l’occhio con sempre più puntiglio sulle bibliografie dei manuali stessi: alle fonti delle mie fonti, insomma. E sapete che cosa ho scoperto nel corso degli anni? Beh, che i grandi classici, ormai ragionevolmente storici ed efficacemente divulgati non sono poi tanti, in materia di comportamento canino inteso in chiave scientifica, al di là dell’aneddotica o della tecnica più o meno illuminata dell’addestratore o allevatore, o semplice amatore di turno con buone doti di scrittura.
Uno dei testi che comparivano sistematicamente nei saggi divulgativi tutto sommato più elevati, era questo studio proveniente dal Jackson Laboratory d’Oltreoceano, nello Stato del Maine. Gli Autori di questo imponente lavoro reso fruibile al popolo dei cinofili sono due psicologi, che di cognome fanno Scott e Fuller, e di primo nome… entrambi John.
I rissosi Fox terrier e i suscettibili Shetland sheepdog che popolavano la “scuola per cani” messa a punto dai due studiosi americani facevano spesso capolino in altri testi che già avevo letto e spesso riletto, ma solo per brevi righe, non pienamente esaustive a mio avviso. Così, volli andare definitivamente alla fonte, e qualche mese fa mi decisi a depennare anche Genetics and the social behavior of the dog dalla lista dei miei desideri canin-bibliofili.
Dall’acquisto con relativo sfoggio a mo’ di trofeo nella affaticata libreria da cento e passa libri di cani, alla lettura effettiva, ci è voluta – lo ammetto – una modesta forza di volontà da parte mia: la lingua inglese è scorrevole e lineare per chi (come me) ha una certa dimestichezza anglofila e tecnica, ma l’impaginazione è decisamente fitta e spacca-occhi: migliore amico di me lettore in questo caso, non direi essere solo Jimi, ma anche i miei altrettanto fedeli occhiali, e la lampada da scrivania, a sufficienza potente e ben orientata. Alla fine però, 400 e poco più pagine mi sono andate giù senza grossi intoppi, in queste scorse settimane di dedizione: le ho dovute digerire con modesta flemma da pitone appena nutrito, ma eccomi qui oggi, col mio commento sul loro conto.
Che soddisfazione! Finalmente uno studio canino che riporta nel dettaglio strumenti e metodi, dati sulla popolazione sottoposta all’esperimento, informazioni sui cani studiati che vadano oltre l’accenno alla storia e allo standard di razza. Entusiasta, compreso nella lettura e negli spunti, ringrazio gli Autori per la loro chiarezza, e per la componente descrittiva che si sposa con tale comodità con grafici, percentili e formule alle quali gli sudenti canini vengono sottoposti a ragion di scienza.
Citare qui a memoria i contenuti di ogni cenismento, di ogni statistica e di ogni singola fase degli esperimenti riportati sarebbe un’impresa ardua senza dubbio. In questa sede, vi basti piuttosto immaginare cucciolate di cani di cinque razze diverse (non svelo!), suddivise per fascia d’età, testate soggetto dopo soggetto e settimana dopo settimana. Una torma di cagnetti impegnati, tra labirinti cognitivi da risolvere e apparecchiature da cui estrarre ciotole e bocconi, oppure fermi sulla bilancia non solo per essere pesati al grammo, ma anche per mostrare al secondo la loro propensione individuale o di razza a lasciarsi addestrare al “resta” con o senza la mano umana o l’impaccio del guinzaglio.
Con un insieme ben monitorato di cuccioli e madri canine, gli studi sistematici sullo sviluppo neonatale del cane sono presentati nel particolare come pionieristici, eppure sono ancora molto validi e ricchi: i periodi critici di socializzazione e sviluppo psicologico sono talvolta sottovalutati nella narrazione sul cane, eppure la disamina del saggio sull’argomento mi è sembrata la più affascinante e coinvolgente, forse tra tutte quelle presentate.
La sezione sull’origine del cane e delle razze è senza dubbio cosa datata (gli studi si svolgono tra il 1946 e il 1959 e la prima edizione del saggio è del 1965), ed è sicuramente la solita storia trita e ritrita, per chi legge di cani con una certa regolarità. Ammetto che anche i singoli esperimenti cognitivi e i dati psicometrici che gli Autori hanno cercato di trarre dal loro lavoro mi sono parsi a tratti al limite del cervellotico.
Spesso, molte spiegazioni che ci danno gli stessi Scott e Fuller sulla natura dei cani da loro studiati non sono definite: più che dare grandi risposte pongono nuove domande. Non di rado, parametri di valutazione di cani singoli, di cucciolate oppure di popolazioni come le razze o i relativi incroci cresciuti nel laboratorio, ci mettono di fronte a incertezze, e a quell’inevitabile dipende che molti cinofili hanno da ricordare quando si approcciano ad un essere complesso come il cane.
Senza dubbio, la presa di coscienza dell’importanza del fattore ereditario sulle caratteristiche di temperamento di cani e relative razze sono un monito indispensabile per gli allevatori e per tutti coloro che intendano far nascere e crescere dei cuccioli sani. Nondimeno, come già detto è utile ripassare i periodi critici, le metodiche e le tempistiche di socializzazione dei nostri piccoli cani in via di sviluppo.
Altrettanto però, questo saggio ci apre gli occhi a suon di scienza sull’importanza di rifuggire la banalizzazione, tendenza pericolosa che invece si nota nei prodotti più superficiali della cinofilia del passato come del presente. Difficile infatti definire – anche secondo i nostri psicologi e i loro tredici anni di studi – “la razza canina più intelligente” o anche solo una qualche intelligenza canina descritta in senso assoluto. Non pare esistere nemmeno il mitico “cane di un solo padrone”, né il Beagle è naturalmente più difficile da addestrare del Cocker, giacché il mero fattore “addestrabilità” sembra essere molto difficile da quantificare per mezzi puramente biologici. Sembrerebbe addirittura che la stessa “abilità al riporto” tanto decantata in certe razze, non esista necessariamente in quanto tale nell’entità cane, ma piuttosto debba soggiacere a tempistiche di sviluppo del soggetto, stimolazioni sociali, ambientali e annesse variabili.
Insomma, con questi e altri affascinanti dubbi, vi invito a questa complessa ma necessaria lettura. Almeno con uno sguardo d’insieme, almeno tra tecnici dei mestieri canini, direi che è un dovere conoscere questi studi così corposi e all’avanguardia, senza dubbio dal punto di vista storico.


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