Pensoso tra le bestie

La mia prima volta con un simpatico ratto pezzato tra le mani, un po’ impacciato e sorpreso dalla discreta mole del muride dalla lunga coda e le zampine a mo’ di piccola mano prensile, ve la raccontavo da una tana (umana) autogestita, in cui sperimentavo una temporanea, necessaria lontananza dalle tensioni genitoriali.

Accarezzare un ratto domestico in mezzo a una fiera strapiena di altri animaletti affascinanti e insoliti, in quel maggio 2022, come fosse un curioso regalo per la ricorrenza del mio onomastico… mi pareva qualcosa non solo di eccentrico, ma anche di sottilmente ribelle, insomma un piccolo gesto di liberazione.

Ora, quel senso di peso, a tratti di oppressione e di mancanza di tasselli nella mia crescita, colma di curiosità zoologiche e di piani di gestione autonoma, direi che ho smesso di avvertirlo.
Vi scrivo, del resto, da una “tana” che è ora in piena privacy, una casetta dove gli unici rumori che mi trapassano le orecchie in questo momento, sono il tap-tap delle mie dita sulla tastiera del PC, il vibrare delle resistenze del frigorifero, e il canto selvatico e quasi interrogativo di un qualche merlo sugli alberi del giardino.

Quel giardino, dove ho sempre immaginato uno o due cani intorno a quella che era “la casa della nonna”, è ora davvero il regno di Jimi, che scorrazza con in bocca un vecchio pallone da calcio, mentre io metto in ordine i nostri vari armamenti da lavoro cinofilo.

Appendo guinzagli all’attaccapanni, metto da parte scatole di riportelli di legno e di tela, e lo scrigno di plastica che custodisce il mio piccolo tesoro di fischietti da richiamo. In questo mio trafficare, oltre il vetro della sua larga teca sulla grande mensola, intravedo sgattaiolare l’irsuto corpicino grigio di uno dei topi spinosi: gli Acomys dimidiatus, bestioline di cui vi ho già raccontato qualche mese fa.

Insieme ad altri colleghi, questi Acomys sono parte della lunga famiglia di vertebrati e non, che ho portato a casa con me dalle fiere che si sono succedute a quella famosa di Verona, quella insomma del socievole ratto tra le mani.

I primi coinquilini non-canini sono arrivati alla fine del settembre successivo: ci ho dovuto combattere intorno come facevo da ragazzino, e questo mi bruciò per un po’, anche a dispetto della mia ormai sopraggiunta “adultità”. Artotrogo e Pirgopolinice – i topi – sono però diventati via via, semplicemente i primi di una modesta serie.

Sdoganati il relativo peso gestionale e in qualche modo la stranezza di una banda di insolite bestie ospitate in vari angoli della casa, mi scappa adesso un gran sorriso, a pensare che alla lunga anche i miei, hanno finito per simpatizzare per le entità dalla lunga coda. Un po’ meno per le blatte e i millepiedi, ma del resto, direi che è tutto nella norma. Dal canto mio, posso dire ora di aver familiarizzato a dovere con quasi tutti gli animaletti intorno ai quali fantasticavo fin dalle scuole elementari.

Il mio sesto senso teorico si è rivelato corretto: la fascinazione adolescenziale più scientifica e studiata, che provai a inizio liceo per i gerbilli, è stata ripagata da una coppia di questi Meriones unguiculatus spavaldi e vispi, oltre che belli esteticamente in una maniera singolare a parer mio. Louis ed Ella, i rossi saltellanti, dalla scorsa estate salgono sulla mia mano come nulla fosse, fanno poco odore, e non fosse per i dentini distruttivi verso ogni materiale plastico e ligneo, e le zampette scavatrici fino al disordine, faticherei a consigliarvi altro piccolo roditore, come animaletto da compagnia del genere.

Come nel caso dei topi spinosi, anche ai gerbilli ho dato l’opportunità di metter su famiglia. I pirmi mi hanno fatto la loro sorpresa nello scorso mese di agosto: è nato un solo piccolo, una simpatica miniatura di adulto pienamente formata eccetto che per la taglia, insolita strategia riproduttiva per un cugino dei prolificissimi topi domestici dalla rosea prole inetta.

I due gerbilli a loro volta, mi hanno dato modo di osservare tutto il rituale di corteggiamento, e soprattutto la copula, che con un po’ di antropomorfismo, ho trovato a tratti comica. Velocissimi a dir poco, tra un contatto e l’altro si ispezionavano e lisciavano il pelo piegandosi ritmicamente su loro stessi, come a controllare che… fosse tutto a posto, là sotto!

Con una certa puntualità per gli standard gerbillini, cinque piccoletti rosati fecero la loro comparsa nel nido di paglia a metà gennaio di questo nuovo anno. Crescono in fretta, si muovono goffamente strisciando anche a pochi giorni dalla nascita, ancora ciechi e tutti divaricati sulle zampette scoordinate.

Ora, sono rimasti in quattro: di uno dei giovani, già grandini in verità, appena una settimana fa mi hanno fatto trovare solamente la pelliccia e il codino. Cannibalizzato, insomma: per ragioni molteplici e non facili da identificare, uno solo di loro è stato così sacrificato. E questa sorta di sparagmòs antico – di quelli che facevano insomma, a volte anche i nostri progenitori – pare essere usanza abbastanza ricorrente tra i roditori, a prescindere dalla loro apparenza tenera e dalla loro solerzia genitoriale.
Stessa storia improvvisa e raccapricciante del resto, me l’avevano già proposta le eredi spirituali di Pirgopolinice e Artotrogo: nel giro di una notte di apparente calma, delle pezzate Edera, Robinia e Ortensia, solo la prima è ancora tra noi. Le altre, le ha almeno in parte digerite da tempo, e pure a prescindere da evidenze dimensionali, come da supposizioni di ordine gerarchico.

Primitiva vicinanza. Analogie, eppure indubbie distanze. Un distaccato senso di meraviglia unito ad un certo inevitabile ribrezzo: molte domande mi sono affiorate nella mente in questo anno e mezzo denso di roditori.

Qualche lezione interessante, l’ho imparata anche da Furia (la nera) e Cora (la bianca): loro sono due femmine di ratto domestico, Rattus norvegicus come il mio primo amico di fiera. Solo, mi è venuto fin troppo spontaneo prenderle con me, perché sono della varietà nana, e dunque sono grandi ben due terzi meno dei loro cugini, smorzando così quell’effetto di atavica diffidenza per le forme murine corpulente, alla quale ammetto di non essere nemmeno io del tutto immune.

Loro due, nostro malgrado, non sono granché socializzate con gli esseri umani: sono abbastanza giovani, ma adulte ormai, e il tentativo di farmele davvero amiche mi riesce tedioso, mese dopo mese. Mi dispiace, vederle scappare ad ogni movimento brusco involontario. E la distanza la sento, quando le vedo arrampicarsi sulle grate della gabbia o rifarsi il nido furtive: sono contento, almeno, che prendano ormai il boccone dalle mie dita, e se lo passino tra le piccolissime mani callose. Sbuffano un poco, giocano tra loro quasi come piccoli cani, ma le mie mani le guardano sempre con sospetto, nonostante qualche cauta arrampicata sulle maniche della felpa. C’è un abisso – oltre alle sbarre – che sembra separarci con una forza capace di mettermi pure malinconia. Forse abbiamo semplicemente poco feeling, e la nostra esponenziale differenza di dimensioni, ci rende circospetti da entrambe le parti…

Ho imparato quanto i ratti siano a modo loro puliti, come siano precisi nello sporcare in un solo angolo della gabbia e nel tenere le loro provviste alimentari all’altro lato della stessa. Ho osservato con curiosità ora zuffe e ora giochi, tra topi e gerbilli. Alla lunga però, che sia teca o sia gabbia, questa barriera mi spegne, e tiene a freno i miei interrogativi etologici. Del resto, il costo delle vere osservazioni in libertà, per animaletti così piccoli e fragili, mi sembra troppo. Comincio ad accettare i miei limiti quindi, per quanto riguarda questi roditori più o meno addomesticati.

Anche la piccola voliera o la gabbia da cova nella quale la quaglia nana fa avanti e indietro nel suo mondo di preda paurosa, mi danno un simile senso di limitatezza. Le piccole teche abbastanza anonime in cui si nascondono le blatte e i millepiedi, allo stesso modo sono sempre uguali.

In fin dei conti, almeno a parer mio, nulla eguaglia la sorpresa di levare di colpo gli occhi al cielo in risposta all’imprevedibile canto delle gru in migrazione sopra casa, o la tranquilla e distante convivenza quasi quotidiana, con una coppia stanziale di tortore dal collare qui in giardino. Allo stesso modo, rispetto al ripetitivo censimento degli scarafaggi esotici nel terriccio della loro scatoletta, ha poco metro di paragone la scoperta (la scorsa estate) di un inaspettato popolo di limacce e glomeridi nascosti, e del temibile Ocypus olens, in fuga nel sottobosco nonappena ho sollevato il “suo” ceppo in decomposizione, trovato quasi per caso, mentre rovistavo su un sentiero del parco.

Una dimensione magica perdurante, a dispetto della loro natura artificiale, trovo esista comunque negli acquari. Certo, non mi riferisco alle vasche spoglie o addobbate con piante di plastica più o meno orribili, ma anche solo i miei semplici e un po’ imbranati esperimenti di aquascaping, che durano ormai dalla prima adolescenza, non hanno mai mancato di sorprendermi.
Merito sicuramente dell’impatto estetico non da poco che aggiunge ad una stanza anche la più piccola vaschetta, ben illuminata e piantumata anche solo con un paio di steli rigogliosi di Egeria. Unito a questo potenziale visivo mediato da vetri, l’elemento liquido, con le sue primitive potenzialità vitali, mi ha sempre lasciato incantato.

Le radici del pothos coltivato in acqua si sono fatte lunga strada in una delle vasche, e la pianta è bella e rigogliosa ormai da più di due anni. Tra sabbie e ghiaietti, nel tempo ho potuto osservare la venuta quasi inaspettata di ostracodi, copepodi, piccoli gasteropodi di diverse specie, minuscoli vermi, misteriose planarie e pure eleganti idre.

Negli ultimi mesi, devo aver poi imparato a lasciare alla natura il suo corso, e in una quarantina di litri un po’ selvaggi posso finalmente godere in maniera continuativa degli stoloni della Vallisneria, del Ceratophyllum che ora marcisce un poco e ora si fa rigoglioso, dell’alternarsi tra le galleggianti Lemna e Azolla.

Anche con qualche pescetto, ho popolato i miei piccoli stagni sotto vetro: un personaggio degno di rilievo, elegante e a tratti brillante nello sforzo di reagire ai miei semplici stimoli interattivi, è stato Durian il Betta splendens. Antica passione personale per il piccolo pesce combattente siamese, questo maschio rosso porpora è vissuto poco più di un anno, dallo scorso febbraio 2023 ad un paio di settimane or sono. Non l’ho più trovato, e ci sono rimasto abbastanza male: un paio di giorni di disattenzione, e le chiocciole fameliche stavano già facendo il loro lavoro di spazzine. Insomma, un altro vivente bello e affascinante, ma anche lui, malinconicamente effimero e distante, nella sua veste di presenza domestica.

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