Ora che i roditori li ho conosciuti da vicino, mi sono reso conto di come non necessariamente si aspettino d’essere toccati, ammaestrati, insomma di interagire con me poi tanto direttamente: contratto stipulato, e viviamo di una certa distanza vicendevole, senza grande patimento da entrambe le parti.
Il maschio di quaglia nana (già rimasto vedovo della sua compagna in precedenza, per ignote cause) è un’eterna anima in pena, scappa e svolazza al minimo timore, e il nostro rapporto… per lo meno, può dirsi vocale. Il tondeggiante galletto in miniatura canta infatti come i più robusti cugini da cortile, e al mio fischio modulato, bene o male segue quasi sempre la sua curiosa risatina istintiva. Certo però, lui non posso prenderlo come grande esempio di uccello da compagnia: mi direi deluso senza mezzi termini, dalla classe Aves. Per fortuna, qualche ispirazione in più me l’hanno data i pappagalli di cui vi raccontavo lo scorso autunno, e forse su di loro come pennuti, non ho ancora chiuso parentesi sperimentali dal potenziale più sostanzioso.
Mentre riempio le ciotole delle bestioline minute, qualche pellet o camola o semino cade qua e là, e allora la porta socchiusa della stanza degli animali si apre a spintoni: è Jimi, che spera come al solito di rimediare qualcosa di buono.
La luce filtra di traverso nella porta a vetro, e gli occhi castani si illuminano: mi fissa interrogativo, all’occorrenza sputa a terra la pallina, leva il testone e annusa intorno. Di fronte a tutti quegli enigmatici animaletti dall’occhio sfuggente, lo sguardo profondo del cane mi dà un piccolo brivido: ricado nelle mie elucubrazioni.
Lui – va detto – è il Jimi: gli concedo l’articolo determinativo, perché è un’entità a sé stante. Il Labrador nero, il collega di lavoro, il sogno incarnato, morbosamente presente, che popolava di soppiatto i sogni del più piccolo me fissato coi cani.
Viene da una cucciolata fatta con ogni criterio, e fin da prima che nascesse è stato plasmato per essere un compagno ineffabile in famiglia e nello sport: come tale, è tra i migliori cani che possano essermi capitati accanto, e – visto come va il mondo in generale – a volte mi chiedo cosa abbia fatto io di così grande, per meritarmi la custodia di un animale del genere.
Non ho mai pensato che fosse il mio bambino peloso: piuttosto, una preziosa bestiaccia con cui ho un contratto di responsabilità e intima convivenza. Un fascio di pelo e muscoli appassionato di acqua sporca e prati umidi, di oggetti da trasportare e di tracce di conigli. Gli piace anche il divano, e va bene così.
Non so nemmeno fino a che punto sia il mio migliore amico: di certo è la mia ombra, è una presenza stabile, uno stimolo e uno spunto, un compagno a tutto tondo.
“Il cane è il migliore amico dell’uomo”, afferma ciclicamente qualcuno, almeno fin dalla lontana età dei Lumi. Bella frase, riassuntiva e di successo. A me però sembra piuttosto, che da secoli la scriviamo sui fogli di carta igienica: di quegli strappi ben inscritti poi, facciamo l’uso a cui quel tipo di carta è destinato.
Cinofilia è il nome di un sentimento, è il nome di una comunità. Un concetto di cui ci si riempie la bocca, e l’etimo antico greco vede rabbrividire quella filia che compone la parola. L’amicizia, l’affinità, la cura. Quella che si perde troppo spesso, appena si va oltre la natura artificiosa dei bei testi specialistici, dei precisi codici deontologici di gara e di allevamento, e così via nel mondo del cane più o meno “formale”.
Se è vero che il cane si è addomesticato per conto suo – almeno nella sua forma più primitiva – allora per secoli ancora popolerà i margini dei villaggi antichi, e gli angolini dei paesi. Qualcuno di loro sfuggirà al nostro controllo, almeno in parte: a poco serviranno le esche, le pallottole, le camere a gas, le iniezioni. A qualcosa forse le sterilizzazioni, ancor di più i microchip, le registrazioni, le sanzioni. Non necessariamente, le adozioni, con buona pace ahimé di tutti coloro che vorrebbero ogni cane piazzato più o meno a forza sulla poltrona del salotto.
Il cane corre dietro alla lepre, scova il fagiano, sente il cinghiale: lo fanno la cugina volpe e l’antenato lupo, lo fa la sua famiglia, e guai a negar loro l’antica venaticità. Certi cani però, inseguono la lepre per una sola stagione, forse poco più: meglio non interrogarsi troppo sul dopo, sul concetto di rapporto che hanno certi esseri umani, rispetto agli animali che ci sono da sempre più vicini. Semplicemente, la già citata filia ci mostra in modo primitivo la sua caduta in un tetro oblio.
Effimero. A volte, più spesso di quanto forse vorremmo, anche l’amico cane diventa tale. Lo diventa anche nelle forme, quando il gusto umano distorto rammollisce palati e chiude narici, o la statuaria purezza di forme – per quanto perfetta e ammirevole – riduce famiglie di cani titolati e di valore, a deboli rottami, a fugaci speranze di vita di un lustro scarso.
Ancora ai tempi del liceo, tutto questo intrico di nodi problematici canini mi entusiasmava. Ora, a tratti, più che altro mi angoscia: non so, davvero, quanto sia io a sufficienza “un uomo di cani”.
Scrivo da sempre, e anche di cani scrissi, e mi infervorai pure: pensavo di sapere tante cose. Più tardi, ne scopersi… forse troppe. Costruivo su polemiche di tarda adolescenza, scritti che allora avevano il loro senso. Ma davvero – ora mi chiedo – ci sono quarantenni e oltre, insomma persone adulte, che tuttora hanno voglia di far guerra sulla foggia del collare e della pettorina, sul lessico del mestiere, sulla purezza o meno della tal razza canina?
Sono grato al mio buon Jimi e a chi mi ha aiutato a trovarlo, a crescerlo e a renderlo il mio attuale, prezioso compagno. Sono pago dei miei diplomi cinofili, della medaglia d’oro e di quel che probabilmente ancora mi aspetterà. Lo nascondo un poco, ma ancora mi brillano gli occhi, quando vedo un cane particolare, quando Jimi esegue un bell’esercizio in campo, quando qualche bravo cane accompagna bene il suo conduttore o mette in mostra le proprie caratteristiche più affascinanti.
Eppure in fin dei conti, ora ho nel cuore un fardello. Mi manca il piccolo Mattia, ragazzino ingenuo con l’enciclopedia dei cani sempre tra le mani. Ammirava i Retriever, i Setter, i Dobermann… il suo eroe era il cane da soccorso, il cane da pastore, il cane da caccia. Ignorava l’uomo e i suoi sotterfugi, si lasciava rapire: per fortuna anche dalla fantasia, piuttosto che – fin troppo lucidamente – dalla malinconia.


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