Troppa roba (e troppi cani)

“Troppa roba” era uno di quei leitmotiv di mia nonna, che quand’ero bambino, mi irritavano in qualche modo. Non riuscivo a capire appieno quanta fosse la nostra rispettiva differenza di percezione sulla disponibilità di beni: allora, quel modo di dire mi sembrava un giudizio pensante, sulla mia ordinata collezione di giocattoli, di libri, di oggetti da cameretta.

Ora che sono diventato grande, per quanto ricordi i modi un po’ burberi della nonna… mi trovo ad avere io stesso questo genere di pensieri. Per la precisione, mi si è appena riaccesa una lampadina a proposito, in uno dei più recenti momenti insieme a Ilaria.
Stessa identica frase da parte sua, e come biasimare il suo giudizio? Le ho risposto allora coi miei soliti brontolii pensosi, mentre grugnendo il mio disappunto condiviso, scendevo dalla nuvoletta in cui mi ero temporaneamente rifugiato per eludere il gran fracasso del centro commerciale post-cinema.

Siamo davvero pieni di roba. Da una parte, eternamente circondati da suoni, luci, colori, odori… stimoli, in poche parole. Dall’altra, da oggetti fisici, da merci, da cibi e da ogni possibile entità sulla quale si possa mettere mano, alla quale si possa attribuire un valore e una scala di desiderio. Tutto il posssibile e immaginabile, raggiungibile, acquistabile, modificabile, potenzialmente riciclabile, tanto quanto facile da disperdere, sprecare, eliminare quando non ci va più bene.

I gadget e le più o meno vere utilità tecnologiche che si rinnovano a velocità spaventose sono un esempio che si fa molto spesso. Le mele sui banchi del supermercato sono un altro spunto abbastanza tipico: centinaia e centinaia di frutti… e chi li mangerà tutti, prima che marciscano via via? Chi farà in modo che quelli meno tondi e perfetti, quelli che nessuno ha ancora acquistato, non si perdano nel nulla?

E le piante del vivaio, che fine faranno? I vecchi vestiti… può darsi che verranno in qualche modo riciclati. C’è da essere ottimisti in tal senso, forse. Ma lo spazio per cose, ed entità più o meno viventi, oggettivamente su questo mondo, non è infinito.

Le piante, che avvizziscono giorno dopo giorno, spesso non riescono ad accontentare nemmeno chi come noi le apprezza come entità biologiche, oltre che come componenti ornamentali dei nostri spazi vitali. E tra gli altri viventi, ecco che il pensiero viene presto agli animali.

Cicli faticosi di produzione energetica, processi laboriosi sotto il profilo biologico, uno sforzo lungo come la vita sulla Terra per perpetrare i processi di divisione e moltiplicazione cellulare, per dar forma completa a innumerevoli esseri viventi. Anche per il nostro volere, anche per il nostro consumo: gli animali da allevamento nascono e crescono per sfamarci con i loro tessuti proteici, eppure… anche di queste vite in qualche modo “finalizzate”, in un mondo così ridondante e ricco, c’è una sovrapproduzione, che porta ad uno spreco al quale spesso non pensiamo.

C’è poi chi è attratto dagli animali da compagnia, da quegli animali ornamentali più o meno esotici: io non faccio eccezione, come sapete. E allora si passeggia tra i banchi delle fiere ad essi decicate, ed ecco l’occhio che cade sui piccoli box in cui ad ogni edizione di questi eventi, nuovi esemplari di pitone reale e di serpe del grano dai mille colori e varietà (tra gli altri), sibilano a nuova vita su questo pianeta addomesticato. Nuove covate teoricamente in attesa del loro nuovo proprietario, del loro nuovo terrario, residuo di habitat incastonato in qualche angolo di abitazione umana.

Il riferimento erpetologico è dedicato soprattutto a Ilaria, amante di questi eleganti esseri a sangue freddo. Io dal canto mio, ho sempre avuto occhi per i cavalli. E a proposito di equini, che dire? Producono un solo puledro a parto, di norma. Singoli aglomerati di cellule si affacciano sul mondo, formano tessuti complessi, a forgiare nel tempo organismi statuari e meravigliosi, sensibili e longevi, utili e millenari. Eppure, è risaputo come anche tra loro, esista una certa schiera di scarti viventi, per un motivo o per un altro… ed è pure una legione piuttosto nutrita.

Del resto, siamo davvero così tanti a voler scommettere il gioco della vita su migliaia di trottatori, e ad essere poi disposti a mantenerli in paddock per vent’anni e oltre? O è più facile spedire un certo surplus al macello, luogo dal quale solamente forse il corpo defunto della bestia di turno potrà almeno tornare nel ciclo alimentare di qualche altro essere vivente (noi inclusi)?

Ammetto, comunque, di essere più intimamente legato ai cani, di quanto non lo sia alla fine, ai cavalli: questi ultimi li ammiro e osservo fin dai tempi del passeggino, ma in un certo modo, mi riesce un po’ meglio fare un passo indietro nei loro confronti.

Il cane più che altro, fin dalla mia prima infanzia e culminando poi nell’arco dell’ adolescenza, posso definirlo un mio interesse assorbente. Il pensiero dei cani tuttora spesso mi penetra il cervello, fa ardere sinapsi e battere il cuore… non sempre (ahimé) in senso positivo.

Da adolescenti, ci si sente spesso molto, molto potenti. Più di quanto non lo si sia in realtà, rispetto all’effettiva complessità – e a volte bruttezza – del mondo reale.

Così, tra le scuole medie e il liceo, la mia fantasia e ingenuità, unite alla mia pignoleria e onestà fin troppo candide, alimentavano un sogno cinofilo: non solo quello di brillare accanto ai miei cani sui campi di gara nonostante difficoltà fisiche e pregiudizi altrui, ma anche quello di creare una piccola stirpe di cani curata e tutelata sotto ogni dettaglio.

“Se gli altri sono approssimativi, ignoranti, a volte disonesti e altre proprio cattivi, io voglio fare tutto per bene, per i miei animali e per chi se ne prenderà cura insieme a me”. Così mi raccontavo, protetto dalla mia già lunga bibliografia cinofila più o meno tecnica, da qualche grande che stimava i miei scritti e i miei pensieri, e dalla mia bella capacità di immaginazione.

Fatti due conti, ora potrei quasi farlo. Scrupoli intimi a parte, non mi è precluso il tentativo coscienzioso di crescere una fattrice o due, di studiarmi linee di sangue e pedigree, malattie ereditarie e titoli di lavoro e di esposizione… e mettere poi al mondo almeno una cucciolata con tutte le cure del caso.

Ma c’è davvero lo spazio per altri cinque o dieci cagnolini? Anche solo nel nostro piccolo, le risorse per loro sarebbero allocate saggiamente?

Escludendo razze e tipologie canine variamente ignote, o dalle caratteristiche troppo specifiche e così via… la mia fortuna sta nel Labrador, che nella forma bella e sana del mio Jimi esiste ancora, e ben si adatta a tante utilità reali, orizzonti sportivi, e posti preziosi nelle nostre famiglie.

Ma davvero, il mondo ha bisogo di altri Labrador, la razza canina più diffusa ad oggi sul Pianeta? Anche se sono belli e bravi, e protetti nientemeno che dalla ferrea volontà di trasparenza e precisione di Mattia Ceruti, istruttore cinofilo eccetera eccetera?

Siamo sicuri che l’offerta non superi la domanda?
Date un’occhiata a siti di compravendita alla portata di tutti, come Subito ad esempio: solo nella Lombardia dove vivo, gli annunci di cucciolate di Labrador disponibili, e le offerte di accoppiamento per stalloni e fattrici variamente adatti a scopi riproduttivi, stanno sull’ordine delle centinaia. Tra questi, a malapena un paio mi sono rimasti impressi come annunci degni di piena coscienza e fiducia, che descrivano obiettivi e responsabilità cinofile reali. Insomma, che vadano oltre al vezzo di mettere al mondo altri cagnetti “per vedere l’effetto che fa” e magari sperare di guadagnarci su due soldini.

E di tutti questi giovani cani, quanti non saranno adeguatamente gestiti nel corso del tempo? Quante associazioni specializzate dovranno recuperarli in un modo o nell’altro, e quanti dei loro “allevatori” saranno ancora reperibili per tutelarli fino alla fine?
Non sono mai stato un fanatico dei salvataggi a tutti i costi… ma il pensiero di questo enorme potenziale di spreco, mi fa pensare non una, non due, ma mille volte prima di imbarcarmi in un progetto allevatoriale.

I “cagnolini carini” mi sono sempre piaciuti fino a un certo punto. Per me il cane è sempre stato un compagno prezioso e complesso, entità insostituibile e perdurante entro il rapporto socio-affettivo che ben descriveva nei suoi scritti il grande etologo Mainardi. Non esiste solo per lavorare, né esiste solo per stare in poltona con noi mentre guardiamo la televisione o ci facciamo i selfie da pubblicare su Instagram.

Che aspettative abbiamo però, davvero, da Canis familiaris?
Perché continuiamo a produrne ed allevarne nuovi esemplari? Quanti sono i cani che alla fin fine “non ci soddisfano”, e di cui finisce che non sappiamo che fare?

Qualche sera fa, mi capitò di sbirciare in un gruppo Facebook australiano (non chiedetemi perché). Cani da pastore, di quelli notoriamente tosti, come l’Australian kelpie: e sapete quanti di questi “non sono abbastanza” per questo e quell’altro? Troppo molle per le vacche, troppo duro per le pecore… ma troppo attivo per il salotto, e forse pure per il giardino. E allora, tra un annuncio di cessione e l’altro, che si fa? Con che realismo, alleviamo tante tipologie di cane, oltre il mito e l’aspettativa che costruiamo intorno ad esse? E quanto davvero siamo capaci di affidare i nostri “prodotti” a mani sicure?

Pur con tutto il buon cuore e le buone intenzioni, quanto possiamo evitare che essi si disperdano, che vadano eventualmente a nutrire le popolazioni di cani randagi e le gabbie dei canili? E come possiamo fare a meno che alcuni di questi “scarti” non vengano poi, più o meno sommariamente abbattuti?

Torna allora, anche per il nostro più intimo animale domestico, il tema dello spreco. Spreco di vite, di muscoli potenti e abilità variabili, di cervelli complessi e di sensi acuti, di compagni fedeli e bravi aiutanti, a volte a modo loro insospettabili.

Forse però, in fin dei conti, come abbiamo invaso questa Terra di troppa roba, allo stesso modo abbiamo messo al mondo… troppi cani.

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