Spartaco Gippoliti, “L’ultimo bambino dello zoo”

Di recente, mi sono addentrato in alcuni gruppi Facebook dedicati ai giardini zoologici, ed ecco che in men che non si dica, tra uno scrollar di post e l’altro, il mio occhio è caduto su un nuovo libro: un resoconto storico dello zoo di Roma!
Insomma, direi che si tratta di un epigono contemporaneo del testo vintage che ho tirato fuori da un banchetto di fiera nello scorso autunno… lo salvo quindi, deciso ad aggiungerlo prima o poi alla mia biblioteca.

Non ci penso per un po’, mi passa di mente, ma il nome dell’Autore mi resta impresso. E allora, sempre in una fiera appena sabato scorso, mentre passeggio distrattamente per non far troppo caso alla folla e alle mie elucubrazioni (stavolta di pappagalli)… ancora una volta è il libro, a trovare me.
Un poco scontato, unica copia presente: pochi tentennamenti, e già mi segue nello zaino.

Lettura scorrevole con cui ho concluso e iniziato la settimana, mi ha permesso di ritornare a pensare – come mi accade a cicli regolari – ad un altro di quegli argomenti che mi accompagnano fin dall’infanzia: le strutture in cui noi umani usiamo ospitare, allevare ed esibire animali. Insomma, zoo, parchi, eccetera eccetera.

Forse voi lettori conoscete meno questo lato dei miei interessi, ma fin dal principio delle scuole elementari anch’io, un po’ come il famoso Durrell di cui abbiamo già raccontato anche qui, ho avuto modo di pensare al mio personale giardino zoologico. Uno dei primi momenti totalizzanti in questo senso, è stato proprio durante la conclusione estiva della terza elementare, in cui adoperai le noiose vacanze al mare per farmi spiegare da mio padre di planimetrie e prospettive, e allora progettare da me percorsi e recinti e habitat per animali in un terreno immaginario.

Più o meno da sempre a mia memoria, non c’è stato viaggio italiano o europeo e non solo, in cui non sia riuscito a trascinare i miei a visitare – oltre a città e luoghi di interesse turistico più ordinari – il giardino zoologico di turno. Da bambino piccolo era semplice attrazione calamitica verso ogni forma animale, poi divenne anche un interesse storico, tassonomico, architettonico, oltre che volto a riflessioni sulla riproduzione delle specie in pericolo e così via.

L’incipiente mondo virtuale che si diffondeva tra la mia infanzia e prima adolescenza mi aiutava a dar sfogo alle mie fantasie zoologiche: c’erano i videogiochi come la saga di Zoo Tycoon, e pure da grande ho giocato per poco – data la mia scarsa resistenza videoludica e agli schermi in generale – al decisamente realistico sequel Planet Zoo.
Tra la fine delle scuole elementari e l’arco delle scuole medie, Wikipedia e altri siti via via più specifici mi aiutavano a imparare a menadito i nomi scientifici delle mie specie d’interesse, e il web mi portava a studiare gli archivi fotografici degli zoo del mondo, i parchi nazionali e la zoogeografia, e le trovate affascinanti e innovative dello zoo design.

Proprio nelle vacanze di Pasqua della prima media – aprile 2009 – la gita di famiglia ci avrebbe portati a Roma. Dunque, il giovane me tutto infervorato dalle sue originali fisse, si era messo ad approfondire questioni di architettura. Piuttosto che alle chiese e ai monumenti storici della Città Eterna, beh… diciamo che allora pensavo alle più sobrie case in cui avrei visto ospitati gli abitanti del Bioparco. Intanto, alla fine di ogni ora di lezione, annotavo che avrei voluto vedere e fotografare il mandrillo, il kulan, il tahr, e qualche altro animale ignoto ai più, che mi mancava nella mia collezione fotografica ed esperienziale.

Sono sempre stato un collezionista: che si trattasse di biblioteche o musei o… collezioni zoologiche appunto, questi ordinati archivi e modelli di conservazione, non hanno mai mancato di affascinarmi e farmi sentire coinvolto.
Dall’interminabile camminata tra i recinti del serraglio romano rimasi quanto mai soddisfatto, anche visto il successo con cui avevo archiviato “scientificamente” nomi e specie viste, caratteristiche dei percorsi e descrizioni delle strutture didattiche.

Nella Pasqua successiva… fu però il turno dello zoo di Zurigo, sul cui conto mi ero fatto una cultura, e fu il primo grande parco non italiano in cui mi recai in accurato pellegrinaggio. Qui potei vedere strutture molto realistiche con cui venivano replicati gli habitat degli animali, entrai nella foresta tropicale del Madagascar e ammirai dietro alle vetrate che tanto mi affascinavano viste su internet, ampi reparti senza barriere e diverse esposizioni multispecie.

Negli anni a venire passai per lo zoo di Londra in cui mi interessai ai cinghiali barbuti e ai colobi bianchi e neri, e poi in vacanza studio feci tappa autonoma ai parchi di Dublino e di Edimburgo, dove tra gli altri potei osservare da vicino gli okapi e gli orsi malesi. Nel frattempo passai per Berlino, grande classico zoologico. Finito il liceo fu la volta di Singapore, e qui – armato di reflex e pignoleria – immortalai nientemeno che le scimmie nasiche. Insomma… col privilegio che ebbi di viaggiare qua e là, lo zoo della capitale, in cui ricordo a volte semplici sbarre e qualche ambientazione un po’ spoglia, finì per passare in secondo piano.

Ciononostante, l’interesse storico mi ha riportato nel nostro Paese, e il saggio che vi presento oggi mi è piaciuto molto.
Quel che invidio un poco all’Autore – figlio di altri tempi rispetto a me – è la grande autonomia con cui si è potuto fare amici fin da bambino sia gli animali dello zoo, sia i loro custodi, di cui anno dopo anno, come collaboratore volontario, ha potuto conoscere da vicino i “segreti”. Anch’io, ammetto, soprattutto da piccolo covavo la fantasia di poter passeggiare in un parco zoologico potendo cautamente superare qualche barriera, e soprattutto poter rompere le scatole a qualche grande addetto agli animali, facendo domande più o meno tecniche ad libitum.

Nella sua riassuntiva chiarezza, questo libro ha soddisfatto alcuni interrogativi che ora ho lasciato sopiti, o ai quali mi è capitato di fare meno caso: ho appurato alcuni perché strutturali delle gabbie di contenimento, e le strategie per mantenere sicuri gli ambienti sotto il profilo sanitario, con strutture a volte nude e sterili ma necessarie per la corretta gestione degli animali in alcune circostanze. Spunti interessanti ne ho tratti anche dalla descrizione degli arricchimenti ambientali e degli studi applicati al comportamento delle varie specie ospitate in cattività, ambiti che sono cresciuti di complessità e importanza nel corso dei decenni, insieme alla consapevolezza nostra verso il benessere animale, sia fisico sia psichico.

Certo, alcuni pensieri a modo loro gravosi sorgono, sulla liceità di certe catture in natura, o sugli standard non sempre esemplari secondo i quali diversi animali sono stati mantenuti negli zoo, soprattutto nei tempi passati. Eppure, le lucide descrizioni dell’Autore aiutano a scremare le informazioni dalla voce spesso fanatica degli animalisti, e a rivedere la preziosa opportunità di contatto e protezione, che ci consente l’allevare con criterio diverse specie selvatiche. Anche e soprattutto, per salvarle dall’estinzione, ma non da ultimo, per preservare noi stessi dall’alienazione rispetto ai nostri compagni non umani.

Negli ultimi tempi, nella mia biblioteca di saggi a tema animale ho raccolto un certo numero di testi storici e tecnici proprio sulla gestione degli animali negli zoo, e prima o poi penso che ve li presenterò anche qui. Per cominciare ad introdursi razionalmente in questo argomento, direi però che L’ultimo bambino dello zoo, è un primo spunto che vi consiglio vivamente.

Una replica a “Spartaco Gippoliti, “L’ultimo bambino dello zoo””

  1. Avatar Spartaco Gippoliti
    Spartaco Gippoliti

    Grazie della bella recensione!

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