Il passeggero verde

Il sole è tornato, e nonostante sia ormai timidamente autunnale, nascosto sotto a coltri estese di nuvole lattiginose, non posso più usare la scusa della pioggia battente, per lo scritto di oggi, che è almeno in parte casuale.

Piuttosto, mi chiedo come mai sia stato qui davanti al computer per una buona mezz’ora prima di far andare le dita sulla tastiera: un brividino mi trapassa la schiena. Eh sì, la mia tana non può dirsi calda di certo, e anche l’aria inspirata nelle narici mi dà un po’ di fastidio.

Forse ispirato dalle mie simpatie animali ectoterme, rallento, influenzato dal punzecchiante fresco che mi circonda. Come i miei ritmi interni, anche il mio affollato cervellino ha un momento di freno graduale. Faccio allora una passeggiatina per il web, tanto per svegliarmi; non so come, finisco a controllare i dati tassonomici degli scoiattoli di Sri Lanka. Argomento che ora mi è più chiaro, ma… ammetto, non c’entra nulla con il pezzo di oggi, che da qualche giorno mi affiora e riaffonda a fasi nella mente.

Butto infine l’occhio alla finestra che mi illumina da sinistra: la luce è praticamente bianca, un poco abbagliante. Quella luce che a volte trovo quasi nauseante, ma stavolta non mi altera granché. Solo, il tutto è un po’ malinconico. Sbadiglio, mi stiracchio contro la sedia di legno.

Mi scalda la lampada sopra di me, che mi illumina la tastiera, e mi culla prioprio come un rettile assonnato. Ed eccomi qui, ora sto scrivendo.

Domenica scorsa, levataccia e altra gita. Fino a Verona – o meglio a Cerea – per il Verona Reptiles. Sì, la fiera grande, quella di animali strani di cui vi ho già raccontato ormai un po’ di tempo fa: anche stavolta, ho voluto farci un giro.

Mi ha sfiorato – quasi – quel fenomeno descritto dall’acronimo inglese di FOMO: fear of missing out. “Paura di perdersi qualcosa”… che poi, nel mio caso paura è un gran parolone, sia chiaro!
Alla fine, quasi sempre le stesse cose (e comincio pure a memorizzare una parte delle posizioni degli stand). Meno libri, ancor meno di quelli usati ed economici che mi piacciono tanto. Diversi articoli fuori dal mio budget per stavolta, e solite visioni variamente discutibili. Non granché soddisfatto quindi, direi… con tanto di zero aggiunte alla collezione, vivente e non.

Ma boh, diciamo che è la fiera grossa, quella che attende un po’ tutto il mondo social che come me si dedica agli animali insoliti. Allora, ho preso la macchina, e mi son messo alla prova: guidatore solitario, sempre più resistente e sempre più lontano. Obiettivo, trapassare un nuovo confine di Regione.

Da tanto tempo non ho avuto la necessità di usare l’autostrada, o l’ho potuta evitare. Una mano al volante tenendo fermo il cerchiello dell’accelleratore, un’altra al freno manuale, e un’altra col braccio teso ad inserire biglietti e carte nel lettore del casello…

Un momento… avete fatto giusto il conto delle mani?
Esattamente, c’è qualcosa che non quadra: le mani sono solo due, ma la mia coordinazione con i “comandi speciali” deve trovare le sue strategie. E nelle ristrettezze temporali e spaziali di un casello autostradale, non tutto è agevole a risolversi. Se pure quella voce ripetitiva che fa “inserire il denaro o la tessera” s’incanta per un misterioso problema tecnico, ecco che il me guidatore inesperto, qualche anno fa si è fatto prendere – se non dal panico – da una certa “superstizione” verso le autostrade in quanto tali.

Le strane bestie veronesi però – e la gran voglia che avevo di far presto – stavolta mi hanno fatto sfidare lo spazio e il tempo. Ai caselli, ci sono arrivato con calma. Ho messo in folle, ho fermato per un attimo la vettura, e l’ho data pure vinta alle mie gambacce rigide: mi sono sporto fuori dalla portiera, evitando inutili contorsioni con le braccia attraverso il finestrino e perdite di equilibrio sui piedi. Qualche brontolio prevenuto da parte mia, ma – bip! – la carta di credito viene inserita correttamente, e la sbarra si alza. Stranamente, tutto senza intoppi.

Immancabile l’incidente non molto dopo l’inizio dell’avventura autostradale, e apprezzabile da parte mia il fortunato cambio di tragitto che – comunque – non mi ha fatto perdere più di una mezz’ora. Per il resto… eccomi, alle prese con la velocità.

Era tanto che non mi capitava di filare così: ho le mie resistenze pure su questo, perché i miei sensi a volte mi suggerscono che la velocità sia mia nemica. Ma in fondo, non è sempe così, anzi!

Piena visibilità, ovvia cautela, e all’andata non c’è quasi nessuno in giro, perché tutto sommato è ancora presto. Sui rettilinei sicuri, mi capita di sfiorare il limite dei 130, e ammetto di godermi il breve momento di vuoto d’aria, la sensazione della vettura che… a modo suo, parte al galoppo.
Stabilita una velocità costante e restando pur sempre sulla corsia di destra, mi viene pure di sorpassare i guidatori più lenti, e di farlo fluidamente: così, il velo del vecchio me automobilista imbranato, mi cade pian piano, spinto indietro dalla brezza del mattino veneto.

Parcheggio, e presto mi faccio strada tra i padiglioni della fiera. Perdo il conto dei giri e rigiri che faccio. I padiglioni sono quattro, le ore che passo a camminare – con appena una merenda per pausa – sono almeno cinque. Su questo, non sono cambiato nulla da quand’ero bambino, dalla proverbiale camminata “di tre ore di fila” al giardino zoologico!

Mi godo – stavolta – la completa autonomia, e soprattutto il fatto di non dover sottostare agli orari dei treni. Così, mi perdo in chiacchiere pomeridiane con qualche conoscente ed espositore, ora di cose entomologiche e ora di pesci e acquari. Torno a casa a mani vuote però, come già detto.

Ora di sera, prima dell’imbrunire, risalgo in macchina. Carico lo zaino vuoto e penso ironicamente tra me che sono stato risparmioso. Rimanderò eventuali acquisti, meglio ponderati: i famosi pesci e forse quegli invertebrati di cui già ho detto.

Toc! Eccolo lì però, un invertebrato svolazzante, che atterra proprio sul mio parabrezza con un rintocco tenue e sordo. Lo osservo per un attimo: è una cimice verde, e incontra la mia simpatia, per lo meno rispetto alla ormai diffusissima alloctona asiatica.

Halyomorpha halys è il nome scientifico della seconda, ed è lei ad essere diffusamente considerata come “l’aliena”.

Non che mi sia fatto mai grandi domande sulle caratteristiche fisiche degli alieni – per meglio dire degli extraterrestri, insomma di quelli antropomorfi – ma pare che tanti li intendano, e li raffigurino, di colore verde. Dunque a modo suo, anche la cugina verde – che di nome scientifico fa Palomena prasina – la si può considerare un piccolo alieno. Un altro, in ogni caso, all’interno della sua famiglia entomologica, e a maggior ragione rispetto a noi umani, nel suo mondo di elitre ronzanti e occhi composti di piccoli ommatidi.

Non ho avuto tempo di guardarla da vicino e notare ogni suo dettaglio: potrebbe anche essere una Nezara viridula. Questa a sua volta, pare essere giunta dall’Africa orientale, ma talmente tanto tempo fa da essere ormai… naturalizzata europea. Fregatura, però, dei nomi comuni: anche lei, la si chiama – con poca fantasia – cimice verde.

Con le sue sei zampine scivolanti sul vetro, pensavo proprio che si fosse nuovamente involata, mentre io mettevo in moto la mia automobile. Convinto fosse così, almeno finché non l’ho vista prendere il volo davanti al garage, verso nuovi cieli e nuove piante… non veronesi, bensì monzesi!

Un nuovo concittadino Pentatomide insomma, abilmente nascosto sotto al tergicristalli, si è fatto ben tre ore di viaggio in autostrada: posso ben dire quindi di aver avuto con me un… “passeggero verde”. Sicuramente poi, almeno rispetto a me, di aver “viaggiato con un alieno”. E – volente o nolente – di non essere tornato dalla fiera esattamente a mani vuote.

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