Bestie stecchite (e soprattutto, una beccaccia)

Seduto in bagno, non vi dico dove: ci arrivate da soli, voi lettori. Sto lì a riflettere, e non penso certo di essere l’unico ad eleggere regolarmente quella postazione a trono di grandi pensieri.

Sono in compagnia, oggi: una compagnia non banale, e nemmeno umana (per fortuna). Insomma, non il solito Jimi ficcanaso che sbatte la coda contro il lavandino e si siede sui miei piedi, o mi insidia puntando al bidet e a un sorso dell’acqua corrente che tanto lo attira.

Ronza, atterra e si appoggia alle piastrelle. Mi torna intorno a una gamba, schiva una mia manata e scompare dalla mia vista: bella grossa, per essere una zanzara tigre, e resistente. Direi che è sempre lei, che mi osserva dal suo mondo da almeno un paio di giorni, riparata nella stanza da bagno.

Ebbene sì, qui le zanzare le trovo ancora: non tante, per fortuna, ma piuttosto attive, in questo autunno. Del resto, tra pioggia e botte di caldo improvviso, non c’è da sorprendersi: giusto ieri, mi mancava – al parco – l’ippocastano in fiore… e siamo quasi a novembre. Per non dire dei meno appariscenti fiori di campo, che ancora però sbocciano a tratti, direi un po’ impazziti: la bianca silene e il giallo del tarassaco, ma anche il timido fiorire del lamio purpureo, piccola macchia cladestina, lontana dal suo mese di aprile.

Nel frattempo, io mi son fatto una sudata senza accorgermene. Poi devo aver avuto un attimo di freddo, e non essermene accorto ancora. E aver sudato nuovamente, tra sera e notte, tra dentro e fuori. Adesso quindi, mentre scribacchio, ogni tre per due mi schiarisco la gola…
Sapete che verso fa il leopardo? Ruggisce, più o meno, ma non esattamente: come mi diceva tanto tempo fa la guida sudafricana sul campo, sembra più che stia facendo partire una motosega. Ecco, oggi faccio anch’io come il felino maculato… ma rispetto a lui, ammetto il mio fascino decisamente minore.

Rantolamenti e motoseghe a parte, alla fine la zanzara tigre – un po’ felina pure lei, mi pare giusto – si fa ritrovare sdraiata sul mobiletto del bagno. Quella che si definirebbe, brutalmente, una bestia stecchita: le zampette rivolte al cielo, e un’assai improbabile posa (per un simile insetto): tipo il buon Jimi, quando dorme sul divano steso sulla schiena, come fanno i cani che stanno bene dove hanno scelto di riposare.

Il dittero forse sarà stato stordito, ma io lo facevo proprio morto, di colpo: così, lo sposto leggermente con un dito e… sorpresa, il suo motorino da aereo stanco si riattiva, e plana nuovamente, perdendosi con un fluire scomposto verso la finestra. Tanatosi in stile zanzara. allora? Boh… mistero!

Le bestie morte non mi fanno granché impressione. Anzi, la curiosità scientifica prevale quasi sempre: mi fermo, le osservo, e se possibile – confesso – le fotografo, le voglio catalogare, e qualche insetto lo raccolgo pure, per conservarlo.

Così, col mio occhio attento, per sentieri e luoghi ancor meno usuali, mi imbatto più spesso che no in queste piccole carcasse, in un elenco non indifferente di metazoi privati del soffio vitale. Schiacciati da qualche mezzo su ruote. Tranciati a metà, come i piccoli roditori avanzi di pasto degli uccelli rapaci. Con le ossa e ossicina ben pulite da tempo e microorganismi spazzini. O perfettamente integri, come lo sfortunato tipetto nell’immagine di copertina: Sorex alpinus, un toporagno, assai difficile da avvistare vivente, e invece incontrato senza vita sulla ghiaia di un itinerario trentino.

Ritornando ai tanto invisi roditori – che nulla hanno a che fare con i topo… ragni, nell’ordine zoologico degli Insettivori – mi viene ora da citare i ratti. Loro (Rattus norvegicus), sì che sono cugini dei topi, ma non si chiamano così in alternativa: informazione non diffusa, fa bene ricordarlo. E proprio loro, una decina d’anni fa ormai, avevano fatto una bella tana complessa, tutta buchi e gallerie, nientemeno che in un’aiuola del centro di Monza.

Per chi è monzese, li si potrebbe ricordare come “i ratti di via Cortelonga”: uno di loro, saltellando allo scoperto, si era limitato quella volta a suscitare le voglie venatorie del vecchio Clint, ma un altro ancora ebbe un’idea ancor più mondana: avventurarsi in direzione del Liceo Zucchi.

Non ci è arrivato: è morto prima, non tanto distante dalla rampa di scale dell’ingresso. A me e al mio amico Lorenzo – che si scherzava sul rinvenuto rattazzo – direi che è andata molto meglio, nonostante il faticoso quinquennio! E – a parte le battutacce – il grosso muride defunto, con la lunga coda e le mascelle serrate, il ventre bianco e il resto del pelo grigio-bruno tutto arruffato – ci fece fare un balzo di sorpresa con annesso brividino di atavico ribrezzo. Evidentemente, non mi ero ancora fatto amico di topi e ratti, almeno nella loro versione più addomesticata…

Tra i pennuti di città, in ogni stadio di conservazione post-mortem si trovano ovviamente quelli più diffusi nelle piazze, che non nomino solo per fare un favore presonale proprio all’amico nominato sopra, e alla mia altrettanto fobica genitrice, che scommetto mi leggerà con fatica. Per il resto però, nella classe Aves, direi che sono più originali da notare gli esili resti delle alucce di rondini e rondoni: altri esemplari sfortunati, parte degli stormi monzesi che volano in gran numero attorno al palazzo del Comune durante la bella stagione.

Tornavo proprio dal liceo. Non ricordo quando, né in che stagione, ma di sicuro non avevo con me il telefono, impaccio e distrazione superflua a fronte di cinque minuti scarsi di strada di andata e ritorno rispetto a casa. Niente foto quindi, ma solo piuttosto, uno dei ricordi più vividi, tra queste “salme” animali.

Composta, perfetta, riposava sul dorso con la testa reclinata di lato. Era lì, all’angolo dell’edificio del liceo, sul marciapiede laterale, riparata tra il muro e la canna di un pluviale. Una manifestazione magica nella sua natura selvaggia, e un poco malinconica nel suo essere così isolata, e priva di vita: una beccaccia.

La mia silenziosa sorpresa me la fece registrare indelebilmente nei miei ricordi zoologici: ragazzo di città, non ne avevo infatti mai vista una. E men che meno, mi sarei aspettato di trovarne in centro a Monza.

Non so se fosse passato di lì qualche altro esemplare in volo, né ho idea di cosa abbia causato il decesso di quello che ho sorpreso sui miei passi. Così intonsa, così isolata, così lontana dal suo bosco, da essere una presenza inquietante.

Sapevo a grandi linee del passo delle beccacce: cose a sfondo venatorio, curiosità su cui il mio giudizio si imbatte con opinioni altalenanti. Uccello dall’espressione a mio avviso poco rassicurante, dalla morfologia e tassonomia singolari, è parente di uccelli per lo più marini, e non tanto distante nemmeno dai gabbiani. Lei però – Scolopax rusticola – è abitante delle selve, tanto che in inglese è nota come woodcock, “gallo dei boschi”, e il Cocker spaniel è il cane più adatto a stanarla. Anche il suo epiteto specifico latino richiama alla sua casa silvana, in cui è maestra di mimetismo: dote inutile però, sull’asfalto monzese.

Chi le dà la caccia la chiama addirittura “la regina dei boschi”: invola e frulla infatti con tale velocità e leggerezza, da tradire spesso i sensi del cane, e ancor di più la mira del fucile. Complimenti a lei, che ne ha tutto il diritto. Solo, a me personalmente spiace constatare un dato: credo sarà improbabile che ci si incontri di nuovo, io e la nostra celebre, misteriosa signora beccaccia.

Lascia un commento

Scopri di più da di Pagine e di Bestie

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere