Un paio di sere fa, mi è nuovamente capitato di restare sdraiato a letto, ma insonne. Tranquillo, per fortuna, stavolta, e con il solito cervellino nemmeno troppo ingombrato. La tarda sera è però diventata notte fonda, e mentre pensavo ancora, a storie e racconti e ricordi, mi sono messo ad ascoltare i suoni provenienti dalle tenebre.
Una notte fortunata, per il mio udito zoofilo: lo stridere dei rapaci notturni non mi è mai parso tanto chiaro e comunicativo. Col parco così vicino a casa, so della presenza di questi predatori alati dai richiami misteriosi, ma questa volta appena passata hanno fatto un tale concerto da farsi decisamente riconoscere.
Impigrito all’idea di alzarmi e prendere il telefono per andare alla finestra a indagare meglio e registrare, mi sono lasciato andare a fantasia e intuito: l’autore più probabili di questo stridere ripetuto, a fasi addirittura urlato, quasi indispettito… dovrebbe essere la civetta comune, la più urbana tra i rapaci.
Athene noctua – lo suggersice anche il nome scientifico – è fin dai tempi antichi un animale carico di significati simbolici e valenza mitologica: è l’uccello associato ad Atena, la dea greca della conoscenza.
Con i suoi occhi specializzati e altre sorprendenti abilità bioacustiche, naviga agilmente nel buio più cupo, e con successo vive e si nutre. Così, da entità biologica a simbolo mitologico, con i suoi poteri rischiara le tenebre della mente umana, conducendola alla comprensione delle complesse cose del mondo.
Forse ho sempre voluto fare come la civetta, anche senza accorgermene: in questo modo, mi sono ritrovato di fronte a mondi e realtà, e tanto ho voluto fissare questo sole a momenti nocivo, che mi sono lasciato colpire gli occhi dai suoi fasci luminosi brucianti, il cui dolore è perdurato, è tardivamente ritornato e viene e va talvolta ancora, quasi come un moto ondoso della mente.
Così – scava di qui e scava di là – mi ritrovo un’estate a districarmi nella pungente flora erbacea mediterranea, riprendendo poi il sentiero di polvere e pietre mentre scanso rifiuti e sozzure di sacchi e corde, fango e sterco e decrepiti materiali da costruzione. Mi segue Jimi: è ancora un cucciolone, e scorrazza nella macchia, pronto all’avventura con un’ingenuità canina che quasi somiglia alla mia di giovane umano.
Ormai sono visioni, immagini a modo loro quasi lontane. E siamo io e Jimi, quella volta, che ci avventuriamo sempre insieme, con la cautela che abbiamo imparato ad assumere nel corso dei nostri giorni di mondo parallelo. Catapecchie, stalle, pecore: da lontano, almeno due grossi cani bianchi abruzzesi ci guardano male abbaiando, e noi giustamente manteniamo la nostra distanza.
Non ho idea di chi siano questi cani, dove vivano esattamente e se siano custoditi da qualcuno, se abbiano o meno un nome, e credo di non volerlo neanche sapere. Ci guardiamo: latrano ancora, arretrano verso le pecore. Percepisco in loro una quasi selvaggia aggressività, e noto le loro orecchie, che sono mozzate così corte da dar loro un’infida aura ursina, di primitiva barbarie dal fascino a tratti disturbante.
Da un angolo periferico, ci giunge incontro un cagnetto dagli attegiamenti più neutrali: un anonimo lupetto dal pelo arruffato, color focato con la sella nera. Si muove in maniera strana, cosa avrà che non va?
Ho deciso di risparmiare almeno lui dall’anonimato, dall’essere indicato a cenni e pronomi più o meno personali: per questa storia, ve lo presento dunque come Pendolino. Perché, ebbene sì… qualcosa del suo corpo penzolava, come un’appendice abbandonata al suo peso verso terra, dopo ogni suo passo in avanti. Era quel che gli restava, in parte disarticolato e in parte guarito non si sa come, di un arto posteriore. “Gli sono passati sopra con la falciatrice”, mi dicono.
Un altro cane ancora mi viene vicino. Poco più che un cucciolo, somiglia in qualche modo ad una razza ormai abbastanza famosa, di cui ha quasi identico il colore grigio-blu moschettato, la taglia e la propensione per gli animali da mandria. Mi guarda. Presto però mi accorgo che non so esattamente dove stia guardando. Volta la testa leggermente e incede piano, via da me, con gli occhi vuoti. Qualcosa mi suggerisce che sia cieco o quasi. Gli faccio un altro cenno per attirare la sua attenzione: nulla. Visto così, potrebbe essere pure sordo.
Chiedo a chi è con me: qualcuno ne sa qualcosa. Forse.
Mi perdo a riflettere, e nel frattempo il buon Jimi mi porta un pallone rotto e sporco di fango. Sbucato anch’esso dal nulla, ma si sa… Jimi non ne perde uno, né si lascia sfuggire altro tipo di palla od oggetto variamente sferico. Sulla via del ritorno, è giusto il caso di giocare un po’: lo assecondo con piacere.
Si torna al campo base. Lì c’è il Secco, uno smilzo segugio fulvo di quelli classici ad occhio malinconico e orecchie a penzoloni. Non so molto nemmeno di lui, se non che è lì che ha il suo riparo abbastanza al sicuro, in compagnia di altri segugi. Sgranocchia un po’ del carniccio che sta sbattuto per terra, gli ossi e gli zampetti di maiale crudi, intorno a cui aleggiano le mosche imperterrite.
Un altro segugio, di quelli piccoletti e pezzati, avanza brontolando verso me e Jimi. Si volta allora di scatto e si gratta con foga, si morde nervosamente la base della coda. Gnam gnam, sento avvicinandomi ad esaminarlo: larve di mosca indaffarate, in un piccolo cratere di carne viva, proprio in quel punto. Impressionante, ma c’è di peggio – penso tra me. Forse inevitabile anzi, visto il contesto…
Mi volto, e un nuovo magro quadrupede mi raggiunge e si strofina contro di me: è un gattino, col quale io e Jimi abbiamo fatto presto amicizia. Cedo alla tenerezza, e lo raccolgo per gioco, mentre Jimi lo lecca e spinge col muso, ben disposto com’è verso ogni altro animale domestico che non lo minacci personalmente.
Un locale lo indica distrattamente e lo chiama ‘o miciello: da allora – complice la mia attrazione per lingue e dialetti – questo è il nome che ironicamente affibbio a quasi tutti i gatti che mi capitino a tiro, nella mia vita circondata per lo più dai cani. ‘O miciello, però, ha anche lui qualcosa che non mi torna: rantola lievemente, e giorno dopo giorno, miagola sempre più piano. Un giorno non lo trovo nei dintorni: è morto, mi dicono. Forse.
Le bestie da cortile razzolano nel caos. I cani intanto, mi lanciano le loro occhiate, tra una grattata di pelo untuoso e l’altra. La loro cornice è la rete elettrosaldata, coi suoi spuntoni e il suo strato di ruggine. Il loro sfondo è una cuccia di pallet sfasciati. Il loro pasto, lo condividono con le mosche.
Anche Jimi ha imparato da lì, a modo suo. Anche Jimi mi ha guardato dalla stessa prospettiva. Per noi però è stato un momento, il tempo di qualche scatto da anacronistici fotomodelli. Un esperimento spericolato e temporaneo, che ha però fatto breccia nei miei più oscuri interrogativi, umani e zoofili insieme.


Lascia un commento