Quegli insospettabili Retriever varesini

Son qui che riprendo in mano il blog, proprio parlando di cani. Certo è che prima dei cani dovrei raccontare di cose pesanti, addirittura luttuose. Queste però le rimando ancora una volta, perché le sto in qualche modo elaborando tuttora nella loro complessità, nel loro vuoto, umano e, guarda caso, proprio cinofilo. Quel che di bello mi basta pensare ora, è che la “persona di cani” a cui penso in questi termini, sarebbe già contenta di questo mio scritto, e del fatto che abbia permesso alla mia vecchia passione canina di brillare ancora un po’ tramite la parola scritta.

Questo mio 2025, oltre ad essere iniziato esponenzialmente meglio del 2024 – anno tra i peggiori a mia memoria – è partito con una nuova fissa, ovvero quella per i pennuti. Dunque, ecco che due sabati fa, mi trovavo in macchina sotto un tempaccio di fine estate, a serpeggiare tra stradine secondarie in quel di Varese e dintorni, alla ricerca di… pappagalli. Gli allevamenti di animali però hanno i loro orari, e quelli pieni di bestie strane non fanno eccezione: si dà il caso infatti, che fossi giunto al mio luogo d’interesse ornitologico proprio poco prima che facesse pausa fino al primo pomeriggio.

Nessun problema per me, però, che sono ormai abituato a vagabondare in cerca di alternative intanto che attendo mete più impellenti. Devio quindi tra le strettoie di un paesino antico, che ha un nome curioso e uno stemma ancor più insolito: Morazzone, proprio come il moro di profilo con tanto di bandana, che è raffigurato sull’effige dell’edificio comunale. Capito qui, in realtà, guidato dai cartelli a logo FAI, che segnalano un posto particolare, che porta un cognome che nella zona non mi era affatto nuovo: Casa Macchi.

Parcheggio e mi avvio, dopo aver evitato un bello scroscio di pioggia. Giungo allora alla porta di un emporio: è da qui che si entra infatti in questa villa borghese, che si nasconde tra le altre case più modeste come è tipico dell’impianto urbano della zona. Pare di entrare semplicemente in un vecchio negozio, con le alte credenze di legno scuro e gli espositori colmi di cartoline, vecchi libri, souvenir, e ancora generi alimentari e vasi pieni di caramelle artigianali tutte colorate. Curioso e titubante arrivo al bancone. Ebbene sì, la villa è accessibile, il percorso inizia proprio dalla porta lì accanto, sul retro.

Una delle guide mi accompagna alla scuderia, non perché debba impersonare qualcuno dei miei amati equini – di quelli che lì riposavano ancora meno di un secolo fa, accanto al loro calesse e alle razioni di foraggio – ma per prendere posto a vedere il breve documentario introduttivo che veniva proiettato proprio lì.

Una ventina di minuti seduto su una panca in mezzo a un buio rustico e rilassante, coinvolto dalla voce calda e vivace di Lella Costa, che con maestria narrativa mi accompagna a conoscere la famiglia Macchi.

Nel giro di pochi minuti, sento qualcosa di stranamente familiare pervadermi mentre ascolto il racconto e osservo le fotografie della presentazione: quella dei Macchi non è una villa lussuosa, né mostra sfarzi materiali ed eccessi architettonici. Si tratta più che altro della dimora di una famiglia della media borghesia, che è stata conservata con grande cura, per preservarne in maniera profonda e a tratti magica il sapore di quotidiano, ma… cristallizzato almeno alla metà del secolo scorso. E così, appena inizio a esplorare le stanze, coi pavimenti ruvidi e un po’ accidentati, mi pare di starmi introducendo nella bella casa di un qualche avo – abbiente certo, ma molto più ordinario di quanto possa sembrare a primo impatto.

Entro da una stanza di servizio, e il mio occhio appassionato non può non farsi incuriosire da una grande voliera in legno, antica e polverosa, ma spaziosa e piena di piccoli confort da pennuti, soprattutto per l’epoca a cui risale. “Se la cavavano bene, gli uccellini Macchi”, commento tra me.

Mi sposto poi alle altre stanze e, da un lato del corridoio, mi vedo osservato dall’occhio vitreo di un paio di trofei di caccia ancora ben tassidermizzati, tra cui un abbastanza insolito esemplare di strolaga. Alzo lo sguardo, e comincio a lustrarmi gli occhi: in ogni stanza dipinti e illustrazioni venatorie, e soprattutto, tributi e fotografie di famiglia… canina. Bracchi, Setter, Pointer, Spinoni, qualche segugio più dimesso… eccoli spuntare da ogni angolo, con la loro storia, coi loro nomi, a volte anche in pose familiari e tenere accanto ai proprietari che ne accarezzano le orecchie pendule o i bambini che vi si aggrappano al collare.

Rovisto con gli occhi poi tra vecchi vestiti ben impilati tra loro, pentole di rame appese ai muri e confezioni di paglia da cucina e ampolle di medicinali dal sapore vintage, riposti ancora in cassetti semiaperti e credenze dalle ante accuratamente appoggiate. C’è di tutto, per tutti i gusti e gli intressi, per lo meno per chi come me è affascinato dagli oggetti antichi e… come me, e proprio come i Macchi, non butterebbe via nulla, dal disegno dell’albero genealogico di famiglia alle pagelle di scuola, fino ai vecchi giornali, poi usati per proteggere e conservare altra oggettistica più o meno preziosa.

“Le cose si conservano con cura […] perché si è fatta fatica per ottenerle”.

dal racconto introduttivo di Lella Costa, a proposito della “società conservatrice” e la filosofia della famiglia Macchi.

Così, salito poi al secondo piano, passeggio per il corridoio principale che guarda sul giardino da un’ampia vetrata. Mi giro dal lato opposto, ed ecco appunto i famosi giornali, di cui leggo con curiosità i titoli. Il Corriere della Sera, di tanti, tanti anni fa. E guarda un po’, la mia calamita animale mi fa scoprire nientemeno che la copertina promozionale di un film Disney praticamente ignoto ormai, avvolta col resto del foglio ingiallito intorno ad un altrettanto vecchio ombrello: è L’incredibile avventura del 1963, che sarebbe stato proiettato per la prima volta in Italia durante le festività natalizie di quell’anno. Per un po’ stentai a credere al mio ritrovamento: uno dei film che scopersi per caso e ascoltavo e riascoltavo in lingua originale, per allenarmi con l’inglese mentre mi lasciavo incuriosire dalle scene costruite con gran semplicità nel loro effetto, in cui un Labrador giallo, un Bull terrier bianco e un gatto Siamese affrontavano le più eroiche peripezie per tornare a casa dai loro padroni.

Proseguo poi in una delle camere da letto e… su un affollato comodino, mi spunta sotto il naso un altro cimelio canino: un vecchio manuale che ovviamente non mi è ignoto, Cure e consigli per il tuo cane, tradotto dall’inglese di E. Fitch Daglish, cinofilo piuttosto in vista nei primi decenni del secolo scorso.

Tutto affascinante, ma la climax della mia involontaria indagine da cinofilo mi porta su e su ancora… nientemeno che a indagare su alcuni cani specifici, immortalati in vecchie foto in bianco e nero. Cani molto particolari soprattutto per quei primi decenni del Novecento in un paese dell’Italia settentrionale, che si discostano dai loro colleghi di caccia e compagnie borghesi più ordinari e diffusi, come i Setter e i Bracchi già citati.

Ecco questo bel terzetto, in posa accanto a un avo dei Macchi in tenuta da caccia: il più classico dei tridenti canini inglesi. A sinistra uno Spaniel e un Setter, uno abile ad alzare in volo la selvaggina da penna e l’altro a scovarla e indicarla con la posa della ferma. E a destra, un cagnone nero a pelo corto… e chi esclude che sia proprio un Retriever, un cane da riporto, e forse proprio uno dei primi Labrador ad essere giunti nel nostro Paese? La fisionomia è proprio quella, con le sue marcature bianche segno di antica origine e tempi ormai lungamente passati per lo “standard di razza”… ma ecco che mi esalto per un po’, ad aver scoperto proprio qui, un vero, insospettabile antenato del mio caro Jimi e di quella che ormai è la mia razza canina del cuore!

E non è il solo del suo genere, a destarmi la voglia di detective dei cani tra le fotografie storiche dei Macchi. Va detto infatti che una volta, poca era l’attenzione a differenziare le tipologie di Retriever, ed esistevano anche soggetti a pelo lungo, spesso neri, simili in un modo o nell’altro al più famoso Terranova, di cui del resto sono, e allora erano ancor di più, parenti abbastanza stretti. Eccolo lì, sdraiato accanto a una sedia, in un’altra foto di famiglia ormai sbiadita, ma ornata da una bella cornice lignea.

Lui forse, oggi lo chiameremmo Flat-coated retriever, ma in questo frangente poco ci importa: è una bella testimonianza del cane che ha preceduto i nostri ormai diffusissimi Retriever dal pelo frangiato, come il Golden – che, non dimentichiamolo, è semplicemente derivato di questi quadrupedi neri, a cui è stato fissato il tratto del color dorato mediante incroci (a volte fin troppo) selettivi. Chissà, forse questi due cani si saranno ancora sentiti chiamare pure “piccoli Terranova” o “cani di St. John”… ma questo fa parte del mistero della storia degli animali e degli umani, e dell’avventura di cui vi ho voluto raccontare oggi.

Grazie quindi a Maria Luisa Macchi, che donando al FAI la sua bella dimora e permettendo una così vasta conservazione di “care cose”, non solo ha potuto “dare lustro” al piccolo paese di Morazzone, ma ha anche lustrato il mio sguardo curioso e… lubrificato il mio cervellino di cacciatore di storie di animali!

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