L’autunno è iniziato. Una settimana fa, io mi son permesso di trattarlo ancora da estate, e così la nuova stagione mi ha punito: la fretta di tenere la porta aperta, di lasciar scendere Jimi in giardino a fare i suoi bisogni, e di seguire intanto con la coda dell’occhio la procedura di collegamento a una riunione via remoto… con un pezzo di pane e formaggio ancora in bocca, e – ahimé – spavaldamente, la maglia a maniche corte. Poca cosa un colpo d’aria, ma eccomi qui che mentre scrivo, tossicchio ancora un po’.
Sto bene, tranquilli tutti, sto solo giocando con le parole intorno ad un banale raffreddore. Quel che mi ha colpito di più, di questo incipit autunnale, sono le prime sensazioni: nelle belle giornate limpide, quel silenzio dall’aura sospesa, che conosco in realtà molto bene e mi suscita, forse da sempre, fin da quando ero bambino, una misteriosa malinconia. In lontananza intanto, sento il cinguettio delle cince, e così nella mente, incantata per un attimo, acuti allo stesso modo mi punzecchiano i pensieri e i ricordi.
Mi sento vivo. Non scontato, per me che fino a poco più di un anno fa sprofondavo sulla poltrona, tra i libri, mangiato da un senso di vuoto e incompletezza profondo, a momenti prossimo ad una sorta di spegnimento, per lo meno della psiche e dei desideri.
Mi svegliavo la mattina, e davanti agli occhi avevo immagini di bestie spogliate della loro vitalità. Di cani impallinati in mezzo al cranio, morenti sul ciglio di una strada, penzolanti da alberi di bosco come condannati alla forca. E uccelli senza più colori, e cavalli sospinti in mandria verso un unico obiettivo, quello del mattatoio e del sordo colpo della pistola storditrice. Tanto valeva che mi girassi dall’altra parte del cuscino, e quando non c’era altra urgenza rivitalizzante, continuassi a dormire, intorpidito, a tratti anestetizzato, e divorato da cicli di pensieri dolorosi e ripetitivi come non mai.
Ecco però arrivare lo spintone di un nuovo ritmo, di un’opportunità (lavorativa e di vita) che forse non mi aspettavo nemmeno – e pure quello di un supporto più mirato alla mia salute mentale, e menomale che ora, mese dopo mese, i pensieri che mi incatenavano ad una tale e profonda negatività, hanno cominciato a sbiadire. Non sono scomparsi: in tal caso si tratterebbe di negare, di nascondere artificialmente la mia sensibilità, il mio senso di giustizia, di ordine e così via, che a causa di certe esperienze poco edificanti sono stati fatti a tal punto vacillare. Quel che importa piuttosto, è che ora gli animali abbiano ricominciato a vivere – e via via, stiano riprendendo anche a morire, come è normale che sia, ma senza la preminente focalizzazione verso scenari atroci.
L’odore d’autunno però, e le sue luci, e i suoi silenzi – come già vi ho accennato – mi rievoca sensazioni. E allora, ecco momenti in cui mi ritrovo col pensiero a quella folle stagione che – in un modo o nell’altro – ha fatto da apripista al mio crollo: quella pavese, sul finire del 2022.
L’università, le piante dell’orto botanico, la botanica raccontata da Mancuso. Il volo degli uccelli nelle parole di Mainardi, e tra una pausa e l’altra il vuoto del mio parlare senza cementare alcun rapporto, del mio progettare scivolando ancora e ancora in una cascata di torpore. Il calore della casa, quello sì, coi primi freddi, fa sciogliere in un desiderio (a volte esagerato!) di rintnarsi, di questi giorni come allora. In quel periodo però era tutto effimero, drenante, e lo sguardo mi pesava sotto al sonno inascoltato, e il corpo cedeva alle maratone. Intanto, l’anima fuggiva a immergersi dentro a due begli occhi azzurri e a un dolce sorriso, e alla speranza tonificante di un pomeriggio tra pachidermi in tassidermia e rettili e insetti dalle magnifiche capacità mimetiche.
Il tramonto autunnale, anch’esso ha il suo fascino malinconico: quest’anno mi soffermo nuovamente a guardarlo, con un poco di struggimento certo, eppure senza sentire un pezzo di cuore sottovuoto, né la mente esausta o i piedi doloranti. E chissà, magari questa rinnovata sensazione di vigore, mi porterà a calcare con miglior tempra le vie (e le aule) pavesi…
Nel frattempo, torno a ricordare un posto… un posto che ho perso, un po’ come la morte si è portata via (anzitempo) chi me ne aveva aperte le porte, dopo anni che forzavo – per metafora, s’intende – simili cancelli.
Era proprio di questi tempi di inizio ottobre, ma prima che scoppiasse la grande pandemia, che mi trovavo a parlare con Sara – ancora tra il lei e il tu, in quell’impersonale un po’ goffo in cui mi mantengo per cortesia coi “più grandi”, spesso ancora adesso e pure quando il tu è già stato sdoganato da un pezzo.
“Cosa vuoi fare con il tuo cane?”, mi chiedeva. E spesso, si ritrovò a chiedermelo ancora, nei tre anni successivi, mentre io mi destreggiavo col buon Jimi per appena due minuti nella tenuta del riporto e per due altri nella condotta al piede – tanto correva il mio cervellino un po’ disordinato, e intanto mi si ingarbugliavano le gambe e mi correvano le parole, nella fretta di imparare, e nell’entusiasmo incredulo di avere una persona adulta che finalmente si fidasse di me – e mi stimasse – come cinofilo.
Se ho imparato a impostare una routine pulita e ordinata nel mio lavorare con Jimi e i suoi colleghi, lo devo a Sara. Anche e soprattutto, quando mi sgridava – eccome se lo faceva: “la prossima volta che dici che non sei capace… che usi la disabilità come scudo… io…”. E aveva ragione. Nel frattempo, non solo ci siamo divertiti tanto in campo, ma abbiamo cominciato sul serio a varcare i campi di gara. E – guarda un po’ – pure a prendere valutazioni eccellenti, e i complimenti dei giudici e dei concorrenti. Ahimé, anche di chi – oltre a Sara – ci ha allo stesso modo lasciati prematuramente.
Insomma, pensavate che non avrei dedicato un tributo a Sara? Ho dovuto digerire il tutto, anzi ancora lo sto facendo, per certi aspetti. Sto elaborando, perché ancora adesso, se c’è qualcosa che non mi torna, è proprio non poter fare ritorno al Campo, alla sua palta ed erba bagnata, col mio cagnone che sfreccia cercando le palline da tennis sparse qua e là. E a quella sensazione ormai familiare, di quando si cominciava già da subito a parlare, io e Sara. Quel parlare di animali, dei suoi cani, dei ricci, dei cavalli, delle gazze… e del disegno industriale e delle scienze naturali… e delle caratteristiche dell’allievo di prima e di quello dopo. E di ricordi belli e brutti di una cinofilia tutta piena delle sue ombre, ma anche delle sue luci, come quelle che Sara stessa ha saputo far brillare negli occhi di cani e conduttori… me e Jimi – e parliamo per noi – ma anche tanti altri, che conservo simpaticamente nel cuore di cinofilo. A tal punto, direi, che ci eravamo proposti di raccoglierle per iscritto, queste storie di cani e umani. Eppure, non c’è stato tempo.
E il tempo non c’è stato, nemmeno per passare in classe 2 di Obedience, non sotto lo sguardo rassicurante di Sara – anche se ci avrebbe comunque lasciati ad altri istruttori più specializzati nella disciplina. E da allora, da quello scorso dicembre 2024 così incerto e luttuoso, in cui tutti forse speravamo ancora nella tempra e nell’ottimismo esemplare della nostra maestra dei cani… tutta la mia, la nostra cinofilia, si è cristallizzata.
“In pochi arrivano dove sei arrivato tu con Jimi. Ricordatelo, e impara a vantarti un po’ di più di ciò che hai ottenuto, perché ne hai diritto”. Questo è uno degli incoraggiamenti di Sara che ho conservato fino all’ultimo, e a cui penso tuttora, tanto è stato l’effetto sulla mia autostima, pur nella sua pratica semplicità.
Esempio di tecnica, di amore per il cane, di severità verso allievo a due e quattro zampe che mai sfociasse in violenza o in giudizi pesanti – di quelli che vanno invece di moda in certi campi e (forse ancor di più) sul web. Dalle sue dritte ho ricavato un nome originale per il mio progetto cinofilo, ho imparato a valorizzare le mie idee originali e a volte un po’ artigianali, il mio occhio per i dettagli insoliti sia nel mio quotidiano fascino per la natura sia nel lavoro pratico col cane, e grazie alle sue ammonizioni almeno cerco di non essere troppo dispersivo. Nel corso dei mesi e degli anni, il Campo era diventato anche una tana sicura, in cui potevo guardare i cani senza sentirmi troppo guardato, lavorare al fianco di Jimi con relativa libertà, accolto da quella sensazione calmante che si ha quando si è consapevoli di essere ben voluti e degni di fiducia, e pure di essersela meritata. E potevo parlare sapendo di essere visto e capito – cosa non facilissima, a tal punto che alcune lezioni di addestramento si trasformavano in una sorta di confessionale, tanto pratico quanto umano.
“Vieni, ho bisogno di parlarti”. E così, sempre più debilitata dalla malattia pur con un contegno e una tempra ammirevoli nel non far pesare la sua condizione a noi allievi, capitava che mi invitasse personalmente a casa sua, a dare un occhio alle piccole Boston terrier, a mangiare una pizza, e a parlare e ancora a parlare.
Era bello lo scambio di opinioni, il fatto di sapere di avere l’ascolto e il ribattere di un “grande” che fosse al di fuori dell’ambito familiare e pure accomunato da quell’insieme di interessi un po’ particolari come i cani e gli animali in generale, spesso anche col mio stesso modo di percepire il tutto in maniera non esattamente “tipica”. Ed è stato ancor più gratificante sapere che uno dei messaggi fosse: “ho bisogno di te per portare avanti una parte di quel che intendo”. Penso sia stata una delle rare volte in vita in cui mi sia sentito necessario, utile nel senso più pieno della parola.
Così, con questo spirito di forza ritrovata, ho affrontato la fine del triste 2024 con l’entusiasmo di chi ci tiene davvero, a onorare qualcosa che gli è stato affidato. Allora ero felice di andare di sera al corso per educatori, ascoltavo le sue lezioni e a volte mi divertivo (al solito) a provocarla con domande strane, con elucubrazioni con cui farmi “riconoscere”. E devo molto anche a lei, se mi sono sforzato a tornare ad essere di buon umore.
Tutto però è successo troppo in fretta. A momenti mi sono sentito investito, non sempre comprendevo. E il mio entusiasmo non voleva morire con Sara, anzi al contrario, ho sentito che avrei dovuto usare quella manciata di ottimismo che mi era tornata dentro (e che forse lei stessa mi aveva lasciato?) per far brillare qualcosa che sentivo mi avesse affidato e che non volevo affatto far spegnere, pur nella sua natura semplice e a tratti un po’… cucita a toppe.
Ma boh, alla fine… quel cancello che con Sara mi si è aperto davanti, me lo son visto chiudere appena mi son voltato un attimo. Dinamiche che non capisco, che forse faccio bene a non capire. Il dono più grande? Il rinnovato entusiasmo, per le bestie tutte e per il mondo (pur duro) in generale. E questo, almeno in una certa misura, direi che me l’ha lasciato anche l’insegnamento di Sara, ben maggiore e più prezioso del vantaggio materiale di un pezzo di prato a disposizione in cui allenare Jimi o i miei eventuali allievi.
Che vada a caccia di strane piante o prepari nidi e trespoli per pennuti, son sicuro che Sara sarebbe – seppure un po’ perplessa dai miei modi disperisivi – sicuramente interessata e dalla mia parte. Allo stesso modo, qualora forse decida di tornare ad addestrare cani, a prepararmi per prove, brevetti e gare… so altrettanto bene che saprò conservare i suoi insegnamenti e il suo grande spirito. Quel che importa ora è che, come da sempre, amo i cani, mi piace averci a che fare, lavorarci insieme e godere della loro compagnia. E sicuramente, questo anche per Sara è ciò che contava di più, ragion per cui mi sento di dire di aver interiorizzato con profitto quel che mi ha voluto lasciare.
Grazie ancora. Nonostante la malinconia autunnale, e la voglia di tornare al Campo in certi sabati un po’ solitari, pulsione ora frenata dallo stato attuale delle cose. E dal senso di vuoto, che almeno un po’, tuttora permane.


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