Durante questo ottobre in via di conclusione – forse complice l’autunno, insomma ancora il cambio di stagione – sia sul lavoro sia nella vita personale mi ha preso la brutta china del fare le cose in ritardo, o al limite estremo dei tempi. Mi succede a fasi, ammetto, e come spesso accade, non ho vie di mezzo: in questi giorni, all’opposto, son tutto euforico e voglio sempre far presto, quasi in anticipo.
Dunque, ecco che mi affretto a scrivere… ciò che ho lasciato indietro da un bel po’ di giorni, intanto che il materiale, le nozioni e le emozioni accumulati giravano e rigiravano nella mia testolina come panni nel cestello di una lavatrice. Insomma, oggi vi racconto dell’ultima conferenza a cui ho assistito: una ConferENPA ad essere precisi, e un tuffo serale nelle mie conoscenze ippologiche, nel mio antico amore per i cavalli.
Guarda caso, quando sono motivato ed entusiasta, arrivo tra i primi e mi accomodo presto. Sembra che stia giocherellando col cellulare, e che eluda lo sguardo della docente… la dott.ssa Tiziana Gori, medico veterinario, al cui cospetto provo un vibrante impeto di nostalgia universitaria. Il sentirsi fuori posto a cui troppo spesso associo le aule, fa spazio presto all’entusiasmo, un’euforia sottile che mi fa ondeggiare sulla sedia come in sella ai miei vecchi amici con gli zoccoli, mentre la nostra relatrice racconta e spiega, e io intanto mi nutro delle sue parole come fossero un tonico per le mie originarie passioni.
Alzo lo sguardo e ancora lo abbasso, mi guardo intorno, butto un occhio alla sagoma della docente, e ancora guardo in basso: il mio smartphone pullula di link e articoli scientifici, che salvo e scarico in tempo reale mentre mi affretto a prendere appunti, facendo un minestrone di spunti ben condito anche di fonti raccolte da me.
Non ho così tanta ruggine scolastica, dopo tutto! E allora eccomi qui a fare ordine, in quel che ho imparato, e in quel – non poco – che ho ripassato, o che mi si è risvegliato dal torpore delle conoscenze in fondo al mio cervellino di patito di animali.
Iniziamo allora da un appunto storico: ENPA è un’associazione nata per i cavalli. Fondata nel 1871 nientemeno che da Garibaldi – l’eroe del Risorgimento era un grande amante degli animali e in particolar modo dei suoi fidati equini, dunque proprio lui fece in modo che anche l’Italia – su modello britannico – si dotasse di una associazione deputata alla protezione di questi utili animali e non solo, dall’incuria e dai soprusi ad opera dell’uomo.
Va infatti ricordato che fino a meno di un secolo fa, gli animali da tiro, da monta e da soma, ovvero in prima linea gli equini, erano il mezzo più diffuso e affidabile, alle volte indispensabile, per diversi tipi di spostamenti: compagni di lavoro, ma spesso anche vere e proprie macchine viventi, e così… come tali, più spesso che no, venivano trattati. Chi di noi non ha mai tirato un pugno alla vecchia unità centrale del PC in un momento di impazienza causato dalla lentezza del dispositivo ad accendersi o a caricare i documenti richiesti? Ecco…
Qui potremmo aprire un breve dibattito di classe, soprattutto se pensiamo che tra le categorie equine maggiormente maltrattate a cui si faceva riferimento fin dalle origini c’erano quelle degli animali da lavoro dei vetturini urbani, sottoposti a stimoli e turni di lavoro massacranti, spesso incitati dalle percosse dei proprietari e curati col minimo indispensabile dei mezzi. Questo però, riflette anche le condizioni dure nelle quali gli stessi lavoratori umani vivevano e a volte vivono tuttora. Non a caso, la crescente sensibilità per gli animali – che è spesso andata di pari passo con quella per i bambini nel contesto dell’apprendimento e del lavoro – ha avuto origine dal pensiero e dall’agire di classi sociali relativamente agiate e acculturate. Da qui, probabilmente, si apre questo divario di satus e percezione delle cose, un punzecchiante retropensiero classista che può quasi pesare anche a chi come noi, ora come allora, simpatizza per ogni bestia non umana più o meno “indifesa”. E che dire del fatto che nella stessa epoca di fondazione delle associazioni di protezione animale, nascevano i registri di razza volti a chiudere via via le tipologie canine in vincoli di stirpe e graduatorie di prestigio sempre più stringenti, con le conseguenze sia genetiche sia sociali che tuttora conosciamo e a volte pure critichiamo? Classi di cani, classi di cavalli, classi di umani… perché tutto è collegato, ma mi rendo conto che, forse, sto già divagando.
Tornando a noi, va detto che se non ci fosse stato nessuno con una certa sensibilità, saremmo ancora in troppi a comunicare con le bestie soltanto a colpi di bastone: basti solo pensare alle schifezze che avvengono su base quotidiana anche tra componenti della nostra stessa specie… Quindi, ben vengano la prevenzione e l’educazione zoofila, e ogni forma di didattica in tal senso, per la quale io stesso mi prodigo quotidianamente, pur nel mio piccolo.
Visto il contesto, anche la componente etica del discorso sulla gestione dei cavalli, tanto nel mondo antico quanto e ancor di più in quello moderno e contemporaneo è stata esaustiva e interessante. Senza dubbio vien da chiedersi la liceità e il senso di certe pratiche sportive estreme nelle quali coinvolgiamo i nostri compagni equini, o per quali vie e in quanti tra i nostri umili ausiliari finiscono più o meno precocemente (e legalmente?) sui banchi delle macellerie. Ci sarebbe anche da raccontare delle fogge e utilità di bardature e finimenti, alcuni dei quali sono vere e proprie opere d’arte, altri sembrano più strumenti di tortura e a volte lo sono davvero… ma siccome qui si rischia di finire nella stessa spirale di “collari e pettorine” in campo cinofilo, permettetemi di sorvolare ed evitare per questa sera reazioni urticanti.
Al netto della bella serata, quel che vi voglio raccontare in maniera organica oggi, riguarda nientemeno che la zoologia, più o meno pura – potremmo dire, in senso lato. Ovvero, quel che mi ha tanto gasato e fatto frizzare il cervello, è la disamina, partita dalla Preistoria, sul cavallo come specie animale, come Equus caballus, con la sua storia evolutiva di famiglia, di genere, di specie, di varietà e di razza nel corso dei secoli e dei millenni, con e senza l’influenza dell’uomo.
Qui, la scienza si fonde e confonde con la storia, e dove la paleontologia fa da apripista, nel frattempo la prima zoologia ed etologia di Aristotele e di Plinio e di Senofonte ci raccontano con fascinazione uno dei nostri più preziosi alleati e compagni non umani, senza il quale non avremmo davvero portato avanti la nostra civiltà, trasportato oggetti, persone e idee, finanche scoperto mondi.
A questo punto, più che tediare voi lettori con una caterva di link ad articoli scientifici, riassumo per me e per voi i miei vari ritrovamenti, seguendo gli spunti e ponendoci qualche domanda.
Eohippus, dunque. Dal greco eos, è il “cavallo dell’aurora”: una bestiolina grande quanto un cane di taglia media a dir tanto, che si aggirava cautamente nelle foreste preistoriche, facendo brillare della sua prima luce – come suggerisce il suo nome – la famiglia degli equini. Trotterellava su quattro dita (non ancora specializzato a correre su una sola unghia) e… coi suoi denti canini tutto sommato sviluppati, pare non si limitasse a sgranocchiare vegetali, ma si nutrisse anche di piccole prede animali.
Insomma, ci affacciamo già da ora su una scomoda realtà: il cavallo, comunemente considerato un pacifico brucatore, ha ascendenze carnivore almeno in parte, che rendono molto più complessa la sua eredità biologica e comportamentale, sia per quanto riguarda la sua anatomia funzionale, sia le sue dinamiche etologiche e caratteristiche fisiologiche legate all’alimentazione.
Del resto, almeno per quanto mi riguarda, non mi è nuova l’immagine di cavalli di razze nordiche o desertiche abituati in condizioni estreme a mangiare pesci essiccati o parti di carcasse in decomposizione. E che dire delle mitologiche cavalle carnivore di Diomede, eroe del ciclo troiano? Suggestione, simbolo, ma… probabilmente, anche un retaggio di primigenia realtà.
Da qui si passa a parlare di denti, e… di problemi odontoiatrici, ai quali i cavalli sono piuttosto suscettibili, tanto è vero che tutti sanno che “a caval donato non si guarda in bocca”! Battute a parte, e ricordi un po’ inquietanti riguardo all’apribocca visto in funzione su una mia conoscenza equina quand’ero bambino, il canino vestigiale detto scaglione ci rimanda a intrichi evolutivi e a nuovi potenziali percorsi d’indagine. Limitandoci però a guardar reperti, ecco spuntare dai meandri della paleontologia resti di molari, talvolta di crani interi, di equini antichi che raccontano storie remote. Una è quella dello Equus stenonis, che ha galoppato con le sue sembianze da zebra primitiva anche nelle zone che oggi ricadono nella nostra Italia centrale, segnando una parte dell’esordio del vero e proprio genere Equus, ramo filogenetico da cui è disceso il nostro E. caballus.
E poi ci sono i resti di un predecessore sui generis, la cui terra d’origine è quello che oggi consideriamo il Continente americano: si tratta di Pliohippus, un curioso antenato che si è estinto prima di conoscere l’uomo, e i cavalli propriamente detti. Dunque, quello del cavallo nelle Americhe è stato un ritorno… una storia di viaggi e migrazioni, conquiste e abbandoni, che hanno fatto sì che il nostro moderno ausiliare domestico si diffondesse sotto forma di diverse popolazioni e razze più o meno inselvatichite attraverso il “nuovo mondo” (inclusa l’Oceania, ma a questo punto non basterebbe un altro articolo per parlarne).
Restando sulle tracce dei cavalli d’America, facciamo un balzo avanti nel tempo ed entriamo in epoca storica, se per “culture del cavallo” per antonomasia intendiamo i famosi Nativi americani, che hanno saputo fare del nuovo animale importato dagli Europei non solo un compagno e aiutante prezioso, ma anche un oggetto di culto e leggenda. Culti equini in senso lato, in realtà si attestano anche prima nei secoli, e in ogni angolo del globo che abbia conosciuto il cavallo come conterraneo selvatico o vero e proprio animale domestico.
Potente, veloce, misterioso, ma anche docile e intelligente, l’abilità nella sua doma e nel suo allevamento valeva prestigio nel mondo antico, arabo e mediorientale, dalle civiltà preromane passando per il mondo classico e l’epoca medievale e oltre, tra simbologie ed eroismo bellico, alacre lavoro agricolo o indispensabile servizio di trasporto.
Tipi, razze, varietà esistenti da secoli, ma… anche ibridi, e illustri cugini, a volte, almeno in parte, dimenticati. Forse non tutti sanno che agli albori della civiltà umana e della domesticazione degli animali, il primo equide ad essere propriamente reso adatto al nostro serivizio è infatti stato l’asino, in una zona geografica compresa tra il Nordafrica e il Medio Oriente. E che dire di quell’equino noto come onagro (dal greco onos e agros, letteralmente “asino selvatico”), di cui si fa ampio riferimento anche nell’Epopea di Gilgamesh, parlando di un animale indomito e straordinariamente veloce? Da queste testimonianze antichissime scopriamo infatti il primo ibrido della storia umana e animale, nato proprio in Mesopotamia dall’incrocio tra asina domestica e asino selvatico (Equus asinus x Equus hemionus onager, a voler essere tecnici). Possedere uno di questi animali, noti col nome di kunga, era un simbolo di grande prestigio economico e sociale – ben prima che Egizi, Greci e Romani diffondessero l’allevamento dei muli (di mamma cavalla e papà asino, a differenza dei bardotti, nel cui caso i genitori sono invertiti), ormai quasi dimenticati o relegati a ruoli marginali. Purtroppo però, già in tempi antichi questo particolarissimo ibrido, docile sebbene mezzo selvatico, finì per estinguersi.
Chi non si è estinto tra gli equini primitivi è il più famoso cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii), e alla sua sopravvivenza e al conseguente successo di reintroduzione in natura nella sua Mongolia dobbiamo lo sforzo di decenni di allevamento in giardini zoologici all’avanguardia. Diverso destino è stato quello del tarpan (Equus ferus ferus o Equus ferus gmelini), il più prossimo progenitore del cavallo domestico, originario delle steppe dell’Europa orientale ed estintosi in Ucraina entro la fine della prima decade del secolo scorso. Piccolo, tozzo e grigiastro di manto – quel colore che a seconda del tono si dice falbo o grullo – ha subito diversi incroci sia con i cavalli domestici, sia (quando già era sull’orlo dell’estinzione) tentativi di ricostruzione, tanto nel secolo passato quanto in anni più recenti. Tutto ciò, in una spinta goffa a riparare gli errori di una caccia e un’ibridazione senza scrupoli, o ancora in una corsa, anche zoologica, ad un presunto “mito delle origini” – idea che pesso però si rivela in un progetto effimero, oltre che a tratti discutibile. Così, ancora oggi alcuni facsimile di questo fantomatico tarpan si aggirano a mandrie per le praterie dell’Europa dell’Est, fino alla Germania, dove prendono il nome di cavallo di Heck – dal nome dello zoologo che tentò per primo la ricostruzione del tipo. Intanto, il vero e proprio antenato, è scomparso nell’oblio dell’evoluzione biologica e della storia umana.
Anche il nostro racconto di stasera sta ora volgendo al termine, come i miei pensieri si rivolgono con prepotenza al mondo dei sogni. Ringrazio in conclusione quindi anche il presidente di ENPA Monza e Brianza Giorgio Riva per il suo entusiasmo ippofilo dimostrato nell’arco della serata, che spesso mi trova su una simile lunghezza d’onda. Non da ultimo, anche per aver concluso la serata ampliando il mio bagaglio di cultura musicale con… caso vuole, La ninna nanna del cavallino, di Renato Rascel!
(se il link incorporato è misero, la colpa è mia che non son pratico con gli incorporamenti… ma cliccando lì, la potete ascoltare)


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