Un anno con le ali

Che il tempo vola si dice comunemente, e senza dubbio c’è del vero, soprattutto per chi come me non ha una percezione esattamente lineare del tempo, e passa da modalità bradipo a sprazzi da ghepardo. E così, abbiamo già introdotto – come al solito – la tematica zoologica, metaforica e reale insieme: certo, perché quest’anno è volato anche grazie ai miei nuovi amici, ovvero agli uccelli, e in particolar modo ai pappagalli.

Ne parlavo, quasi distrattamente – con curiosità un po’ meravigliata – assieme a un compagno di università in quel di Pavia, ormai tre anni pieni addietro. Ara, parrocchetti, calopsitte, inseparabili… un mondo che conoscevo solo per una simpatia a tratti superficiale, quella che ho comunque per qualsiasi bestia immaginabile.

E poi, venne l’occasione di fare una sorpresa alla mia compagna di avventure animali. Dovevo tenerglielo nascosto, ma ad organizzarsi via telefono con il nostro istruttore di pennuti, ci fu poco modo di coprire i gracchianti schiamazzi e… dopo una serie di tortuosi giri sempre attraverso la campagna pavese, ci trovammo con una sorpresa praticamente smascherata, il fischietto in bocca, una manciata di semini sul palmo della mano, e un conuro del sole (Aratinga solstitialis – bellissimo e chiassoso animaletto arancione) educatamente appollaiato a far merenda, a turno sul mio e sul suo polso.

Nel cortile di questa “pappagalleria didattica” (concedetemi il neologismo) passeggiavano con aspetto tronfio pure una coppia di polli di razza Brahma: tipico duo gallo-gallina dall’andatura dondolante e lo sguardo severo, con le piume eleganti damascate di bianco e di grigio e le zampe ornate di penne sbarazzine che sfregano giù fino a terra. Oh, i miei brillanti amici della famiglia Phasianidae: i fagiani insomma, le galline più o meno selvatiche e compagnia chiocciante… chissà mai che spazio e occasione non mi concedano in futuro di conoscerli meglio (e sovrascrivere gli esperimenti un po’ infelici fatti con quaglie piccole e grandi, che ci hanno lasciate, di colpo o in malo modo).

Butto l’occhio sugli imperiosi esemplari di ara, mi confronto con lo sguardo indagatore di una bella amazzone… ma prima ancora, senza che nemmeno abbia piantato bene i miei piedi sul suolo ghiaioso, mi ritrovo un curioso, invadente cacatua sul braccio. Il primo pappagallo in assoluto, col quale abbia avuto un contatto così libero e spontaneo: “hei, ma quanto sei leggero!” – penso tra me rivolgendomi al pennuto. Sono sorpreso, un po’ ingenuamente forse, vista la natura del mio nuovo collega dalle ossa cave, ma va detto che sono sempre stato abituato agli enormi cavalli e agli esuberanti cani, dai quali ho dovuto spesso “proteggermi” anche solo per il confronto col mio handicap motorio.
E invece… beh, questo nuovo mix di misterioso intelletto animale e assoluta leggerezza corporea – possiamo proprio dirlo – ha favorito un nuovo amore a prima vista.

Come mio solito allora, da quella ormai passata avventura autunnale del 2023, ho cominciato a documentarmi pian piano. Sarà forse andata così: il conuro, il cacatua, l’amazzone e i loro cugini, avranno tenuto da parte qualcuno dei semini a loro destinati, per piantarne qualcuno nella mia mente e qualcun altro nel mio cuore. E dopo un 2024 in gran parte da dimenticare, ecco questo nostro 2025 in via di conclusione, che anche e molto grazie ai pennuti ha ripreso a brillare.

In principio furono le quaglie – le delicate e “diversamente sveglie” Excalfactoria chinensis – seguite dalle comuni Coturnix coturnix, le quali mi hanno sorpreso con i miei primi esperimenti di “clicker training aviano”… ma lo stesso hanno lasciato il mondo terreno in una maniera improvvisa e in larga misura inaspettata. Non è più tra noi nemmeno il povero colombo domestico al quale non molto tempo fa stavo finendo per affezionarmi, e allo stesso modo è mancata una tortorella diamantina (Geopelia cuneata), perita proprio con un uovo dentro di sé. Per fortuna però, suo marito ha superato la vedovanza e ora se la passa bene con la sua nuova consorte, in casa di un’appassionata che sta ottimamente colmando per me il mio debito verso la famiglia Columbidae.

Anche gli uccellini “minori” mi hanno fatto i loro scherzi dolorosi di inizio anno, ma a quanto mi raccontarono poi allevatori ben più navigati di me, purtroppo c’è da aspettarselo di tanto in tanto: un incauto colpo d’aria e i miei primissimi pennuti “del cuore” – i diamanti mandarini (Taeniopygia guttata), specie che amo fin da quando ero bambino – si son fatti trovare senza vita entrambi, troppo presto e inaspettatamente. E chissà che con più accortezze, prossimamente possa rifarmi e creare anch’io la mia prolifica colonia di questi piccoli australiani dal divertente richiamo. Non nego però che il timore di perderne altri, mi frena da nuovi acquisti di natura così minuta… (al pari dei simpatici passeri del Giappone – Lonchura sp. – e dei coloratissimi eppure un po’ troppo effimeri canarini).

Quel che ho imparato a spese di un paio di perdite “più importanti” ancora, è che nel caso dei pappagalli (i miei favoriti in ogni caso) conviene sempre optare per voliere con gli sportelli a molla e non a ribalta, e assicurare il tutto con moschettoni per ulteriore sicurezza: fu così che se ne volò via senza possibilità di sopravvivenza la mia prima kakariki (Cyanoramphus novaezelandiae), esemplare particolarissimo dal piumaggio pezzato di cobalto e crema, che dopo appena un giorno, forse per caso, fece scattare lo sportello della gabbia e finì presto fuori dalla finestra aperta nel ripostiglio di quello sbadato di mio zio.

Lancia spezzata a favore dello zio – una volta ogni tanto che non combina guai – non posso evitarla però nel lodare le sue doti di… accalappia-calopsitte. Ero fuori per lavoro, e meno male che, con un improbabile balzo felino a dispetto di pancetta (eufemismo) e galoppante vecchiaia, pare aver messo in salvo quella furba della Nilde, appunto la calopsitta (Nymphicus hollandicus), pennuto che cominciamo a chiamare per nome tra gli altri, perché ha una storia tutta sua.

Intanto, in questo frangente, questa Nilde si è fatta riconoscere per le sue abilità di evasione, ancora una volta rese troppo facili da uno sportello non ottimale nella voliera. E… beh, forse che si volesse liberare del fidanzato, in effetti poco simpatico? Perché alla fine, quello che ha preso la strada sbagliata e con tutta probabilità è “andato a trovare i gatti” è stato Niso. Giallo, bellissimo, eppure… non pensavo nemmeno io (e neppure le mie mani), potesse esistere un uccellino di appena una spanna coda esclusa, a tal punto capace di far la carogna, deliberatamente, soffiando e beccando umani o altri animali che fossero. Pace all’anima sua però, perché comunque, col suo canto assordante e l’espressione da piccolo demone, almeno un po’ mi manca, e mi rammarico della mia sbadataggine anche nel suo caso.

Ora, tornando alla specie calopsitta più in generale, la stessa Nilde mi ha fatto sorgere degli interrogativi non da poco: ovvero, come fanno questi cacatua nanerottoli e trapana-orecchie ad avere un tale successo di pubblico per quanto riguarda gli uccellini da compagnia, ormai a quasi due secoli dal loro arrivo, dai deserti australiani alle voliere delle nostre case? Sarà davvero una questione di sola pettinatura affascinante?

Sono dei piccoli selvaggi, fatemelo dire. E a momenti – soprattutto i maschi – sono agguerriti. Anche il piccolo Mida infatti, non si è fatto mancare dolorosi tentativi di staccarmi pezzi di falangi al mio minimo tentativo di contenimento. E questo Mida, erede di Niso e “toy boy” della più matura Nilde, dovrebbe essere pure un soggetto “allevato a mano”, come si definiscono i più domestici tra i pappagalli, almeno in teoria (o da allevatori particolarmente seri) svezzati a pipette di pappa al fine che si affezionino all’umano come a una sorta di madre adottiva.

Ora Mida è un piccoletto un po’ meno spennato e con una coda piumata come si deve, che ultimamente gli fa da timone in voli sempre più aggraziati e degni di uno dei piccoli pappagalli più veloci sulla Terra. La Nilde ha smesso di mostrargli il posteriore per chiedergli di essere coperta, e spero abbia capito che le ci vorrà almeno un anno ancora perché il maschio immaturo (e imbranato, come tutti i pappagalli maschi e… ehm, forse non solo loro) possa farle da marito. Intanto, si lui si allena a cantare e fischiettare motivetti più o meno comprensibili, plana male giù dai trespoli, e lui e la femmina mi aspettano con ingorda confidenza sempre maggiore (ma anche per i loro giretti in libertà vigilata).

Ecco, le calopsitte hanno qualcosa di felino, e dimostrano di essere fondamentalmente indipendenti. Ce ne vuole, perché abbiano voglia di farsi toccare, o vogliano posarsi su di te, toccarti a loro volta… tu, umile distributore di mangime, per caso catalogato nella specie umana. E anche ora che questi due tornano nella loro voliera per conto proprio come rientrassero a casa (e come dovrebbe essere), mai che mi diano la piena sensazione di aver “obbedito” al mio invito in tal senso.
Non sono sicuro che le sceglierei ancora tra i miei primi pappagallini, né le consiglierei a chiunque, eppure mi hanno insegnato una cosa: la pazienza, loro forse più di tutto il resto dello zoo da cui sono ormai circondato. Perché nulla è scontato, nemmeno la quieta amicizia di un uccellotto crestato che raccoglie il semino dalla tua mano, ti mordicchia un’unghia per curiosità, o ti guarda di traverso mentre si ingegna a tornare goffamente al suo trespolo per riposare al sicuro.

Senza dubbio comunque, abbonda la gente che non merita fiducia nemmeno da parte di mezza piuma di pappagallo: come quei personaggi che hanno abbandonato, al tempo che fu, la bella Nilde con tanto di anello ufficiale e il suo piumaggio grigio da manuale, davanti al canile, tanto per farla rimettere a nuovo da altri dopo essere stata “assaggiata” da un felino. Non c’è limite alla cretineria umana, e soprattutto alla totale mancanza di responsabilità verso i nostri compagni animali. Eppure tutto sommato, possiamo essere contenti sia io sia Nilde di esserci trovati, a questo punto della nostra storia.

Altra adozione felice, e gran colpo di fortuna – mi azzardo a dire per entrambi, il brianzolo un po’ spilorcio e il pennuto in attesa di una seconda chance – è quella che mi ha fatto ottenere la vera star della stanza degli animali, il mio primissimo amico pappagallo (sia cronologicamente sia per affetto personale): si tratta di Giannino, il tipo che vedete nella foto di copertina mentre con aria soddisfatta sgranocchia una fettina di peperone.
A volte ci sono circostanze serie per cui non ci si può prendere più cura del proprio animale domestico, e questo è sicuramente stato il caso del precedente proprietario del Gian (ex Raudo). Così, il suo allevatore, onesto a sua volta, ha avuto la bella idea di dirmi che… con questo Pyrrhura molinae di circa tre anni come primo pappagallo, mi sarei potuto trovare molto bene. E, in fin dei conti, mai scelta fu più azzeccata, perché mi son trovato un vero e proprio piccolo amico appoggiato sulla spalla.

Il Pyrrhura (“coda di fuoco” in greco antico, dato il bel sottocoda rosso che risalta sul resto del piumaggio per lo più verde scuro) è un conuro, cuginetto minore di quell’Aratinga pavese che fece colpo su di me e Ilaria al tempo della nostra prima esperienza didattica. Volgarmente detto “conuro guanceverdi”, non è forse tra i pappagalli più colorati, né più imponenti, ma è per lo più silenzioso, gran pregio per un pappagallo da compagnia. Curioso, invadente quanto basta per essere simpatico senza dare troppe noie… è di poche parole, ma buone. Come quel “Ciao” un po’ robotico che il buon Giannino usa per attirare la mia attenzione, senza però essere molesto, o quel fischio che non arriva davvero a trapanare le orecchie come i richiami di certi suoi altri colleghi.

Parte della famiglia Arinae, è, sotto molti aspetti non solo tassonomici, un ara in miniatura. A differenza di altri pennuti, vi posso garantire che gli piace farsi fare i grattini sulla testa, giocare tra le mie mani e farsi trasportare di qua e di là in confidenza. Impara pure qualche giochetto col clicker e il semino come premio, trasporta oggetti col becco, in più è un appassionato della doccia sotto il getto del lavello. Insomma, alla fine io lo so che ne vorreste uno, di Pyrrhura. Ma io vi freno. Non solo perché si tratta di un contratto di amicizia più o meno alla pari di durata idealmente trentennale, ma anche perché… beh, ora io ci gioco e lo conosco quasi come il mio cane, ma prima di questa dimestichezza reciproca, ho passato momenti di crisi, aggiustamenti di gestione sotto vari aspetti, e pure tamponamenti di buchi alle mani. Niente di grave eh, ma pur sempre piccole pugnalate da parte del signor becco del pappagallino non ancora pienamente fiducioso né propriamente domestico. Quindi in ogni caso, anche se Giannino vi suscita simpatia, pensateci duemila volte, prima di volere in casa un suo collega.

Un buon ripiego, mi vien da dire, se non avete troppe pretese per quanto riguarda l’affetto fisico con il proprio pennuto (comunque mai scontato) è il kakariki. Una specie che alla fine ho ripreso come parte della mia “scuderia aviana”, molto interessante per chi come me è appassionato di osservazione tranquilla e contemplativa del comportamento animale.

I miei nuovi amici, dopo la fuggiasca senzanome, li ho battezzati Galeazzo e Verdiana. Son verdi, colore ancestrale, ma pare che ora la loro varietà domestica più diffusa sia quella lutina, ovvero diluita nel colore giallo. Io infatti, pur di trovare dei verdi “come l’originale”, ho portato pazienza. Nel frattempo ho superato la scossa della prima kakariki perduta, e ho assicurato gli sportelli di una nuova voliera più adeguata.

Ora, questi due me li godo mentre divorano verdura e frutta come dei piccoli tritatutto, o mentre si chiamano svolazzando e… belando, più che fischiando o cinguettando. Non per niente sono detti anche pappagalli capra (in inglese), anche se io la vedo pure in un’ottica di innegabile, vorace erbivoria. Sono bestioline silenziose, interessanti, sono in sostanza dei pappagallini atipici… e hanno, ebbene sì, un “difetto” da polli: razzolano e analizzano ogni loro cibo a suon di pedate. E – stavolta come le anatre – non mancano quasi mai di tuffarsi nelle ciotole-abbeveratoio. Viene facile capire quindi, che anche loro non sono esattamente animali da appartamento… e a voi ulteriori conclusioni pure sul loro conto.

L’ultima aggiunta alla mia banda alata è una coppia di parrocchetti testa di prugna (Psittacula cyanocephala). Belli, particolari, e direi pure piuttosto rari. Mi son preso questo vezzo, e li tengo come piccole reliquie con le piume: lo so, loro probabilmente non mi considereranno mai come un amico umano, né come un distributore di semini abbastanza conveniente da sfruttare. Voglio osservarli in silenzio, e guadagnarmi un po’ della loro fiducia nonostante la loro natura schiva e selvatica. E magari un giorno, vorrei poter sperare nella loro progenie.

Ora però vi lascio, perché più che volare coi pensieri e coi nostri amici alati, conviene a tutti noi andare a nanna. E soprattutto, prepararci all’anno nuovo, che sia un fiorente 2026 per tutti noi e per i nostri cari, umani e non.

E… quasi dimenticavo: se avrete tanta voglia di andare a festeggiare sparando botti e petardi, beh, mi auguro che un fitto stormo di pennuti di ogni specie possa poi scaricarsi abbondantemente sulla vostra casa, sulla vostra vettura, o ancor meglio sulla vostra testa (vuota)!

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