Mario Lodi, “Il mistero del cane”

Ci sono certi libri, letti quando si era appena bambini, che restano impressi per sempre nella memoria: nel mio caso, uno di questi è senza dubbio Il mistero del cane, di Mario Lodi (edito da Giunti, 1989).

Deve avermi entusiasmato anche l’ambientazione del racconto, tra cascine e prati, cortili e pioppeti e spiagge di fiume… e poi ovviamente, il cane: uno Spinone, scelta calzante per un ambiente simile, nella pianura rurale in quel di Cremona, terra natia dell’Autore. Il fatto che sia un irsuto cane da ferma deve aver contribuito al mio attaccamento al personaggio canino, perché già da bambino provavo una misteriosa attrazione per questi cani dinamici e bonari, dolci nell’espressione del muso incorniciato da lunghe orecchie pendule.

Allora mi piaceva anche che questo cane venisse accudito da bambini come me e che fosse così disponibile nel seguirli, e forse mi incuriosiva già notare com’era bravo ad accorgersi degli animali selvatici intorno a sé, nonostante tutto dinamico e completo nelle sue pulsioni naturali. Perché Febo è infatti un cane gravemente zoppo, sottratto a una prospettiva di morte certa da un gruppo di bambini forse un po’ romantici, ma di certo coraggiosi. Può anche darsi che la mia simpatia verso il cane Febo nascesse da una sorta di auto-identificazione: anch’io, come lui, non ho mai rinunciato ad esplorare la natura avventurandomi come è nel mio istinto, nonostante le mie gambe… non sempre della stessa opinione!

Nella mia prima lettura da bambino, lo Spinone bianco deve però aver rapito troppa della mia attenzione semplicemente in quanto cane, quindi oggetto del mio massimo interesse dentro e fuori la storia. Deve, insomma, avermi fatto perdere di vista alcuni profondi particolari del racconto: dunque, freschissimo di rilettura “da grande”, passerò in rassegna le mie nuove impressioni in questa recensione.

Notte di Natale di un passato non troppo remoto: Febo lo Spinone si ritrova riverso in un fosso, a seguito di un urto quasi mortale. Da quel poco che si riesce è capire, è stato scaricato da un camion in moto: quel che si comprende senza dubbio è che il suo contesto di provenienza è proprio di infimo spessore. Presto però, il nostro povero cagnone trova il quartetto di piccoli amici e salvatori – il protagonista-narratore col fratellino Silvano, e Paolino e Rossella… insieme ad una schiera piuttosto nutrita di “grandi”, tutti bene o male dalla sua parte.

Ed ecco qui già il cuore del racconto: da un lato “i piccoli”, dall’altro “i grandi”… e nel mezzo, il cane.

Fortuna per i nostri ragazzi, da subito c’è la disponibilità dello zio di Rossella, veterinario, di grande aiuto nel rimettere in sesto il cane malconcio. Eppure, lui è proprio uno dei primi “grandi” ad entrare in scena, che per quanto vicino agli intenti e sforzi dei giovani cinofili, resta decisamente pratico sulle sorti dell’animale…

<Un colpo e lo liberate dalla sofferenza […] è conciato male, povera bestia. […] Se non ha lesioni interne se la può cavare. Ma resterà un cane zoppo e deforme, avrà perso tutto quello che un cane della sua razza deve avere: la sveltezza, la velocità, il mestiere del cacciatore>. 

Altro “grande” di simile avviso, per giunta burbero nei modi e che forse vorrebbe così passare per l’antagonista dei nostri piccoli eroi, è il guardiacaccia. Personalmente non mi viene da considerarlo “il cattivo” in assoluto, ma cominciamo a capire anche il suo punto di vista…

[il guardiacaccia] <È un bello spinone. Bravo da lepri, da quaglie, da tutto. Povera bestia, sei conciato male […] E ora che ne fate?>

[il protagonista-narratore] <Niente. Se lo lasciavamo là, moriva>.


[il guardiacaccia] <Era meglio […] perché non avrebbe sofferto e non avrebbe messo voi nei pasticci […] Non camminerà più […] Voi pensate di salvarlo e lo fate solo soffrire!>


[Rossella] <Ma lui è contento di essere vivo […] Se gli faccio una carezza, muove la coda…>

[il guardiacaccia] <Sì, capisco, ma se vi piace avere un cane come amico, perché non prendete un bel cucciolo? Ve lo allevate, lo educate come volete voi. Bello, sano, svelto, non una carrozza come questo qui […] Se lo date a me, vi assicuro che non soffrirà, anzi non se ne accorgerà nemmeno. L’ho già fatto tante volte con i cani infelici. Me lo prendo e domani vi porto qui il cucciolo. Ho là fuori il furgone, lo carico e voi avete finito di tribolare. E anche lui>.

Se consideriamo anche il contesto e l’epoca, secondo me si riesce a capire come il guardiacaccia non abbia tutti i torti: Febo rimarrà un cane fondamentalmente inutile, peraltro con gli arti fratturati ormai male saldati e quindi facilmente doloranti. Per quanto esemplare possa essere lo sforzo dei ragazzini, siamo davvero sicuri che un animale nato per correre tra campi e selvaggina sia davvero felice così, al di là del legame che può provare verso i suoi piccoli compagni? Per tenere un cane in maniera adeguata rispetto alla sua specie e alla sua razza non bastano cibo e amore, e questo invece è il pericoloso messaggio che questa storia può passare! Mi duole dirlo, ma spesso mi ritrovo dalla parte del guardiacaccia.

<Lui è un cane da caccia, se non va a caccia soffre>


Non a caso, nelle pagine appena precedenti la citazione, cosa fa il povero cane, pur inciampando sulle zampe deformi? “Il gioco della caccia”, dicono i bambini stessi. Non è solo un gioco però, è la manifestazione della sua stessa natura di Spinone! Di gran tempra nonostante tutto, il nostro Febo per campi ferma infatti una lepre, uccide una biscia e… i bambini lo ostacolano, lanciando un altro dannoso messaggio ai loro coetanei lettori, nel rivolgersi così al cane…

<… che male ti ha fatto [la lepre, la biscia]?>

Semplicemente diseducativo direi, negare la natura del cane predatore, dunque bene o male cacciatore di altri animali sia per svago che per nutrirsi, e animale domestico, quindi associato all’uomo nelle sue battute di caccia.

Fuorviante in maniera simile è anche il contenuto del sogno del protagonista, che si trova nei panni di un cane da caccia e così dice…

<Io facevo quel che mi insegnava [il cacciatore] ma mi dispiaceva fare uccidere le lepri e facevo finta di non sentirle e di non vederle>.

A questo punto occorre proprio ribadire il concetto: alla stragrande maggioranza dei cani, in quanto tali, piace moltissimo cacciare lepri! Detto questo, che senso convincere dei bambini ad andare contro la natura del nostro più intimo amico animale? Soprattutto se nello stesso contesto si cerca di insegnar loro la preziosissima, sacrosanta sensibilità nel trattare bene il proprio cane, non come un mero strumento, e nel riconoscere il suo linguaggio ascoltando i suoi versi e i moti della sua coda e del suo corpo? Questo “animalismo” così semplice e gradevole da leggere e raccontare, così lontano dai toni sguaiati di oggi, crolla così su di sé, in una fantasia veramente esagerata che segue canoni squisitamente umani… che delusione inaspettata, insomma!

Ora però risolleviamoci di tono, con il personaggio che lascia secondo me il messaggio più importante e senza tempo, prerequisito per la sana cinofilia dei piccoli e dei grandiil custode del canile, che ci ricorda che nessun cane va sprecato, non va perduto per sbadataggine o incuria, non va preso senza un perché, per poi non sapere dove metterlo, e non va nemmeno tenuto con sé con troppa superficialità.

[il protagonista-narratore] <Da dove vengono quei cani?>
[il custode del canile] <Li prende il guardia[…] Sono bestie abbandonate dai padroni>
[il protagonista-narratore] <Ma perché li abbandonano?>
[il custode del canile] <Perché sono più bestie dei cani […] Quando si tiene un cane bisogna volergli bene, come a un figlio>.


Anche quest’ultima affermazione, è vero, si presta ad equivoci: un cane non è un figlio umano, quindi non è da essere umano che va trattato. Però, se per “voler bene come a un figlio” si intende aver premura nei suoi confronti, tenerlo al meglio possibile, evitare che finisca male fin dall’inizio e fino alla sua fine, allora non posso essere più d’accordo con questo pensiero, quasi commovente, piuttosto all’avanguardia anche per l’epoca del racconto.
Da quanto si nota a proposito di Febo, si tratta di un cane scaricato da un personaggio spregevole non tanto perché è un “cacciatore cattivo” (messaggio che trapela anche a sproposito nella storia) quanto più perché è un gretto ignorante, che in quanto tale si è liberato con odiosa facilità di un compagno prezioso con cui non ha mai avuto la sensibilità di stabilire un legame sincero, per farselo amico e quindi vero ausiliare anche nella caccia. E in questo stato di gratuita brutalità, dei ragazzini si sono presi l’onere di riparare un errore culturale altrui: errore che però, volendo poi negare la natura stessa della caccia col cane e per il cane, finisce per non venire corretto in maniera equilibrata… e ancora, che peccato!
Si sarebbe magari potuto trovare tutti insieme, al di là degli schiarmenti etici e di “grandi contro piccoli”, un ragionevole sentiero nel mezzo, per il bene degli uomini, dei cani e… delle lepri.


Per concludere, vorrei spendere qualche parola anche sul delicato tema della morte che, per quanto possa essere un fatto doloroso da constatare, come tutti sappiamo è cosa inevitabile. Forse però non se ne accorgono appieno i bambini a cui questo racconto è rivolto. E allora, perché nasconderla, perché presentarla come un male in assoluto, sia riferita alla selvaggina (preda per natura) che riferita ai cani (anch’essi mortali)? 
Se dovessi mettermi nei panni di un cinofilo nel contesto del racconto, temo che io stesso prenderei il coraggio di imbracciare il fucile per sopprimere il mio cane ormai debole e spento. Sicuramente sono il tipo che lo farebbe col peso nel cuore e le lacrime agli occhi, ma ecco… almeno a parer mio, esiste una certa differenza tra una morte procurata a fin di bene e secondo l’ordine della natura, e il brutale spreco di vite operato da semplici ignoranti, fenomeno questo davvero da debellare con una vera cultura zoofila, e non coi luoghi comuni animalisti.


Questa storia cinofila per ragazzi resta comunque tra le mie preferite, eppure non ho potuto non notare che qualche conto non mi è tornato, una volta cresciuto: mi perdonino allora i bambini se ho parlato troppo “da grande”, anzi spero che non leggano proprio questo mio scritto e abbiano il tempo di farsi le loro idee crescendo, come ho fatto io. E prima di tutto, spero che vogliano leggere questo libretto, perché leggere fa sempre bene, specie qualcosa di scritto con tale grazia e semplicità. 

Ah, dimenticavo: c’è poi ancora bisogno di qualcuno che aiuti i piccoli eroi del racconto a risolvere il vero, ultimo mistero del cane. Quindi… bambini, fatevi avanti con le vostre indagini, e buona lettura!

4 risposte a “Mario Lodi, “Il mistero del cane””

  1. […] a Il mistero del cane, ecco un’altra piccola storia cinofila che mi accompagna con piacere fin dalle scuole […]

    "Mi piace"

  2. Anche questo è uno di quei libri che ti restano dentro per sempre: https://wwayne.wordpress.com/2020/08/23/un-sogno-da-realizzare/. L’hai letto?

    "Mi piace"

    1. Grazie per il commento 🙂
      E grazie anche per lo spunto di lettura, non ho letto questo libro: seguirò volentieri!

      "Mi piace"

      1. Colgo l’occasione per dirti che mi sono appena iscritto al tuo blog. Grazie a te per la risposta! 🙂

        Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Renate Welsh, “Con Hannibal sarebbe un’altra cosa” – di Pagine e di Bestie Cancella risposta

Scopri di più da di Pagine e di Bestie

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere