Susan McHugh, “Storia sociale dei cani”

Il ricchissimo comparto iconografico che inframmezza le pagine di Storia sociale dei cani (2004, edizione italiana 2008 per Bollati Boringhieri) è forse il tratto che suscita la più immediata curiosità per questo piccolo saggio. Per il resto, si tratta di un libro poco corposo solo all’apparenza: insospettabilmente pesante da tenere in mano… ma anche da leggere.


Certo, si parla di cani, e io sono senza dubbio allenato a varie letture sull’argomento, ma… stavolta si tratta di cani in una maniera veramente particolare, per non dire al limite del cervellotico. Nonostante tutto, mi sono comunque mosso con interesse tra queste pagine.
Nota curiosa di partenza: la nostra scrittrice cinofila, la statunitense Susan McHugh, per una volta non è l’addestratrice o biologa o romanziera di turno, bensì un’insegnante universitaria di letteratura inglese (dunque una voce tecnica umanistica, una volta ogni tanto).

La mia lettura preliminare (ad inizio 2020) l’ho fatta a letto malato, e con trentotto di febbre, leggere ogni decina di righe di qualche implicazione razzista o sessista affibbiata ad una o ad un’altra tipologia canina e ai suoi estimatori, oppure incappare in vividi resoconti di qualche massacro di cani presente o passato, non è che giovi proprio alla serenità anche in perfette condizioni di salute… ma, battute e vera angoscia a parte, mi sono preso lo stesso la briga di concludere questa lettura e prendere le mie note.

Il primo capitolo – Le origini del cane – parte indagando la genesi del cane e il suo rapporto con la nostra specie: nulla di nuovo né speciale, se si è già abituati a letture cinofile.

La prima tesi di fondo dell’Autrice vuole che uomini e cani siano legati da una sorta di doppio legame, che come un’arma a doppio taglio ci porta spesso a perdere la consapevolezza dei punti di contatto e lontananza tra le nostre due specie, e soprattutto a sottoporre il cane a criteri di valutazione esclusivamente umani e contraddittori: potrebbe anche essere un buono spunto, se non fosse che lo scheletro scientifico sull’argomento risulta veramente poco articolato.
L’evoluzione del cane dal lupo viene presentata con evidente superficialità, con la giustificazione che per un animale polimorfo come il cane, i legami tra morfologia ed ecologia possono essere interpretati in maniera troppo varia.

Pace, del resto non si tratta di un saggio di zoologia: quel che è raccontato in maniera interessante in questo capitolo è più che altro la ricchezza di riferimenti simbolici e culturali che il cane ha assunto fin dalla preistoria. Animali sacri, portatori di salute, oggetto di sacrifici rituali presso diversi popoli indigeni dalle Americhe alla regione himalaiana, oppure animali impuri perché associati alle epidemie di rabbia in altre parti del mondo, o ancora compagni leali, leggendari guardiani dell’oltretomba, guide verso mondi oscuri… dalla cultura egizia a quella dell’antica Grecia fino a quella celtica delle saghe irlandesi.

Oltre ad un curioso excursus linguistico sulla parola “cane” come epiteto spesso insultante, il tema che segue, con i miti delle origini, è poi uno tra quelli a mio avviso più affascinanti: il cane è un lupo pervertito, in quanto parassita asservito all’uomo? Oppure è una creatura magica, vicina all’uomo in quanto suo stesso progenitore? Ecco che con il mito degli antenati si aprono finestre da cui uomo e animale perdono addirittura i confini di specie, tra divinità e uomini-cane: da questo punto in avanti, il cane comincia ad assumere il suo ruolo di metro simbolico di distinzione tra le diverse culture umane. Che siano cani di razza o meticci, oppure maschi o femmine, i nostri quadrupedi di fiducia cominciano ad acquisire nel saggio una serie di significati che si allontanano sempre più dalla loro natura di compagni, commensali e colleghi di lavoro dell’uomo.

In qualità di ausiliari e compagni dell’uomo, in questo libro i cani non figurano praticamente mai, visto che non c’è nel testo alcun reale riferimento al loro ruolo attivo nella civiltà umana, se non qualche richiamo alle attività venatorie. Come animali domestici descritti dall’uomo alla luce della loro varietà vengono liquidati in qualche generico riferimento che parte dalle prime classificazioni di Senofonte e si conclude con alcuni trattati di qualche zoofilo britannico dei primi del Novecento.
Lo strano messaggio che si vuol passare qui, è che tutta l’opera di catalogazione di specie e razze animali è stata finalizzata esclusivamente al progressivo porre barriere tra culture umane, attraverso criteri più antropomorfi che zoologici. Per certi versi c’è un sicuro fondo di verità in tutto questo… ma la teoria viene talmente rimarcata da assumere connotati a dir poco esagerati!

I capitoli portanti del saggio si fondano su un solo dualismo di base: Razze Bastardi. Ancora una volta… un argomento trito e ritrito, per i più avvezzi lettori cinofili!
La particolarità sorprendente è che questa “divisione” figura in questo libro come una profusione di richiami umani sessisti e razzisti simbolici riferiti alle due categorie canine, che si ripetono talmente di frequente da risultare spesso disturbanti.
Comunque affascinanti sono, ad esempio, la differenza che viene delineata fin dall’antichità tra cane levriero e cane da compagnia, e l’associazione del primo all’uomo cacciatore e alla lealtà, mentre del secondo alla dama e alla lussuria. Oppure, la storia delle esposizioni canine nell’età vittoriana, o ancora i simpatici aneddoti di alleanza tra umani senzatetto e cagnetti di strada. Ma… tutto questo resoconto non si limita a semplici tratti di carattere storico-culturale, bensì assume una martellante aura di giudizio che si ramifica per tutto il corso del saggio.

A leggere bene, il comune lettore appassionato al cane come semplice animale domestico dalle tante razze e varietà, rischia di finire per mettersi le mani nei capelli: ogni cane che provenga da una determinata storia di allevamento legata a qualche zona particolare del Globo viene associato praticamente sempre a spinte umane di imperialismo o presunta superiorità razziale, che lo hanno portato al differenziamento rispetto agli altri tipi canini.
La separazione della specie canina in tante razze diverse, almeno secondo l’Autrice, è da addurre alla pressione di preconcetti per lo più xenofobi o sessuali riversati dagli allevatori su altri esseri umani per mezzo del cane “di razza” come simbolo.
Nulla a proposito di adattamento funzionale al contesto di vita dei diversi cani, o altri cenni per lo meno un po’ più scientifici…

Gli ulteriori interrogativi che emergono nel corso della trattazione sono, per fare esempi diretti: perché Lassie è proprio una femmina, mentre Rin Tin Tin è un maschio? E perché sono cani di razza, e come mai rispettivamente un Collie e un Pastore tedesco? Perché la prima è un’eroica aiutante del genere umano e il secondo un cane militare? E ancora, perché Lilli è una femmina di razza e il vagabondo un meticcio maschio? E così via, in una specie di vortice di congetture.

Alla luce di tutto questo intrico, personalmente sono molto consolato a non avere mai avuto un particolare amore per il Pastore tedesco: in caso contrario, pare che dovrei sentirmi addosso qualche scomoda, intima convinzione nazista…
D’altra parte, non posso certo dirmi del tutto tranquillo e innocente in fatto di gusti canini, perché ammetto di aver sempre avuto una grande simpatia per Lassie e per i suoi parenti Collie: forse sono dentro di me un conservatore accanito, nostalgico dell’era vittoriana, fautore di eccentrici miti borghesi?
Povero me, che ho sempre pensato di preferire il Collie a tanti altri cani, semplicemente per via della sua malleabilità di cane utile e particolare eleganza lupoide…

Chi se la passa meglio in quanto a reputazione, sembra essere chi ama i cani meticci. I “bastardi” infatti non sono soggetti serializzati come i loro parenti d’allevamento, sono figli della selezione naturale, incarnano la mobilità sociale e la libertà di espressione, tanto da diventare metafora di impegno e attivismo sociale, che si tratti di diritti delle donne o degli omosessuali, eccetera.
Io personalmente vedo ancora grosse forzature in questo senso, e parlo da persona sicuramente attenta ad ogni forma di diritto civile…
Sicuramente il cane vagabondo è spesso una vittima, senza dubbio l’eccessivo utilitarismo e la brutalità di ogni epoca sono da condannare. Però, direi che costruire un mito simbolico su chi è “privo di beni materiali ma libero”, oppure è “brutto fuori ma bello dentro” e farlo ancora sulla pelle di tanti sventurati cani, sia proprio una forma di disservizio ai nostri amici a quattro zampe… e forse anche a certi umani meno fortunati.

Inoltre, la categoria delle razze canine naturali, soprattutto di quelle nate in seno alle culture ancora primitive e davvero “libere” dagli stereotipi occidentali, viene totalmente messa da parte, o assimilata con superficialità a quella dei “bastardi”. Definire questa famiglia di cani aborigeni come bastardi e renderli immediatamente una metafora della segregazione razziale (da condannare a priori, indipendentemente dai simbolismi canini) evidenzia sicuramente una certa superficialità zoologica.
Assodato che gli Europei colonizzatori hanno agito secondo l’orribile logica dello sterminio verso molti popoli umani, lo stesso hanno fatto con i loro cani: eppure, non arriverei a pensare che si siano mossi in questo senso semplicemente “perché quelli sono cani meticci”. Anzi, tra questi, molti cani di tipo dingo, o cani da villaggio asiatici o africani, sono presto diventati ricercati soggetti da allevare nei giardini zoologici come rarità, oppure pet esclusivi per eccentrici cinofili occidentali.
Ancora una volta, la ricerca di una morale e di una scissione tra “razze” e “bastardi”, mi pare qui un’impresa fortemente tirata per i capelli.

La conclusione – I cani di domani – mi ha permesso finalmente di tirare una boccata d’aria: ora si parla davvero di studi scientifici legati alle diverse popolazioni canine e alla loro biologia, e si mettono in luce gli svantaggi realistici del favorire la proliferazione di “cani sciolti”, dalle malattie che veicolano agli squilibri ecologici che possono causare.

Fa poi quasi sorridere la scelta di ripercorrere il rapporto tra cani, ambiente e umani con la considerazione storico-simbolica della loro… cacca!
Un tempo le deiezioni canine erano presenza costante per le strade, ora invece sono un rifiuto urbano. Presso alcuni popoli tradizionali, la “cacca di cane” è considerata addirittura una medicina, tanto per rimarcare il rapporto viscerale che noi umani abbiamo da sempre con i nostri compagni canini.
Non mancano ancora attacchi all’allevamento dei cani e spunti dai risvolti angoscianti (spesso attinti da fantasie distopiche, cinematografiche e letterarie), ma in questo contesto assumono almeno dei tratti più pratici: mettono davvero in guarda, ad esempio, dai rischi dell’eccessivo scientismo e dai limiti delle sperimentazioni animali, temi da non sottovalutare senza dubbio, nella nostra era di progresso sfrenato.
Infine, per chi se ne intende (io ben poco), si arriva anche a qualche riferimento “cino-politico”, perché i cani non ci abbandonano il nostro fianco, in carne e ossa o per metafora… nemmeno nelle questioni più squisitamente umane.

Tirando ora le fila della mia recensione… non è che questo saggio non mi sia piaciuto del tutto, anzi. Solo, vi ho trovato troppe strane falle, e salti ideologico-umanistici a volte davvero dubbi. Si tratta di un libro per lettori tenaci insomma, per ottimisti convinti e stomaci forti, che ripagherà anche solo con una ricchissima galleria di dipinti e illustrazioni, vignette e tavole, come di indici di titoli di altri saggi, romanzi, racconti e film, da cui poter prendere nuovi spunti tra cultura e cinofilia.

2 risposte a “Susan McHugh, “Storia sociale dei cani””

  1. […] sì, un’altra storia sociale del cane: dopo aver letto quella di Susan McHugh, mi è rimasta la voglia di proseguire le mie ricerche su questi aspetti sociologici della storia […]

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  2. […] a quello di Jill Bough fa parte della collana Animalia di Nottetempo: è Il cane di Susan McHugh, che io ho già recensito in un’altra edizione. Rispetto a McHugh però, Jill Bough non scade nel pietismo e nel giudizio esagerato, dunque questa […]

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