Il colonnello Konrad Most (1878-1954) ha servito nell’esercito prussiano prima, e nella polizia tedesca in seguito. Noi appassionati di animali però, non lo ricordiamo in prima istanza come militare: di lui ammiriamo la passione e l’acume con cui si è dedicato allo studio del comportamento animale, e in particolare a quello del cane.
Insomma, se l’addestramento del cane esiste come disciplina sottoposta a un rigore scientifico e non è il frutto di semplici opinioni personali e pratiche improvvisate, è a Most che dobbiamo essere riconoscenti. Ancor di più, se questa sua scienza l’ha condensata in un manuale che, dal lontano 1910 della sua prima edizione, ci è possibile studiare ancora oggi.
Il principale intento di Most è sicuramente stato di ordine utilitaristico: addestrare con maggior successo in origine cani da guerra, e in tempi di pace le unità cinofile della polizia. Eppure, si capisce fin dall’inizio che nell’Autore vive un sincero affetto per i suoi allievi a quattro zampe, e quindi egli avverte l’urgenza di conoscere al meglio la loro mente e i loro processi di apprendimento.
Il primo capitolo del manuale è infatti il più importante, perché introduce la materia fondamentale: la psicologia canina, tema di assoluta avanguardia per l’epoca.
Prima ancora che gli studi di Pavlov sul condizionamento classico diventassero fruibili dal grande pubblico, e almeno cinquant’anni prima degli esperimenti di Skinner sul condizionamento operante, Most illustra in maniera primitiva eppure chiara e tuttora utilissima concetti come stimolo primario e secondario, rinforzo e punizione, tempismo, desensibilizzazione, associazione indesiderata… il tutto alla luce di un rispetto per la natura e l’integrità del cane degni davvero di profonda stima.
Tra tutte, un’affermazione preliminare del nostro Autore sono sicuro che finirà quasi per uscirvi dagli occhi, come è successo a me: la mente del cane non va osservata da un punto di vista antropomorfo!
Beh… il cane è un cane, deve stare al suo posto, direte voi… del resto è un addestratore vecchia scuola. E invece no! Ciò che intende sottolineare a oltranza Most in questo frangente è che non bisogna assegnare al cane una morale, e specialmente per una ragione: per non crederlo volutamente disobbediente, cattivo, pigro sul lavoro, e quindi evitargli punizioni tecnicamente inutili oltre che crudeli. Del resto, la traduzione italiana del manuale (purtroppo ancor meno reperibile di quella che ho trovato io in lingua inglese) recava nel sottotitolo la specifica “senza punizioni”. Questa in effetti sembra una contraddizione, visto che allo stesso tempo Most spiega come sia impossibile evitare ogni forma di coercizione e correzione durante il lavoro. Eppure, non lo è: in psicologia canina applicata non hanno senso le punizioni morali, ma vanno impiegati in maniera accurata dei semplici stimoli (gradevoli o sgradevoli), dai quali aspettarsi delle risposte da parte dell’animale. Di conseguenza, nessun cane è disobbediente di proposito o davvero incapace di lavorare: semplicemente, non è stato addestrato a sufficienza, tantomeno con la dovuta attenzione alla sua indole naturale.
Non nego che ci sia qualche eccesso di behaviourismo ante litteram in tutto questo, ma sfido chiunque a trovare qualcosa di criticabile sia tecnicamente che come presunto maltrattamento del cane, alla luce di questi principi…
Va inoltre specificato che la “coercizione inevitabile” di cui parla Most si limita a qualche occasionale strappo del guinzaglio accompagnato dalla semplice reprimenda verbale, e che egli ripeta spesso come i metodi basati sulla forza bruta rovinino l’affiatamento tra cane e conduttore, siano causa di associazioni indesiderate durante l’apprendimento e rendano il cane un ausiliario timoroso e quindi inaffidabile.
Spero adesso che gli illuminati del “metodo gentile” possano serenamente tacere delle loro presunte scoperte innovative… in gran parte vecchie di più di cent’anni, inclusi il rinforzo positivo e i bocconcini.
La mia maggior speranza è però aver messo la pulce nell’orecchio a tutti i neofiti che (come me anni fa) si affidano senza discutere a coloro che riducono l’addestramento “tradizionale” a una serie di strattonate a cani prostrati dalla soggezione e quasi incapaci di fare un lavoro compiuto: quegli stessi che con la nuova trovata pubblicitaria dell’“addestramento classico” si riempiono la bocca del nome di Most, probabilmente dopo aver aperto il suo manuale… una volta sola, e pure al contrario.
Prima di salutarci, vi accenno il contenuto della parte di addestramento pratico presente nel libro, nella speranza che possiate leggerlo anche voi e prendere spunto: obbedienza, attacchi, pista, abitudine alle distrazioni, gestione dei corsi di addestramento. Possiamo notare qui come esistesse già allora l’intento di addestrare anche gli umani, in un vero e proprio programma cane-padrone… e come di fatto, non molto sia cambiato nei corsi odierni di utilità e difesa, appunto della “scuola tedesca”!
Ah, dimenticavo: un ultimo motivo di riflessione ci viene dalla sezione sugli attacchi.
Non lasciatevi impressionare da coloro che interpretano l’addestramento sul finto criminale come una ostentazione di prestanza pugnace da parte del loro cane. Most ci avvisa un’altra volta saggiamente: il cane troppo aggressivo, che vuol mordere con foga, che trattiene il costume del figurante con eccessivo ardore non va incoraggiato, anzi trattenuto, e non è di certo l’esempio più brillante di scaltro difensore del suo padrone. A questo proposito, forse ci sarebbe da farsi qualche domanda in più anche sugli ultimi e più scenografici indirizzi di allevamento, oltre che di allenamento…


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