Con un certo sforzo di ricerca tra offerte e usati, giusto per non sbancare a causa delle mie cacce al libro, sto riuscendo ultimamente a concludere una sezione della mia biblioteca che mi sta particolarmente a cuore per interesse specifico: quella dei saggi storici di zoologia, e in particolare di comportamento animale.
Certo, quella che il mio archivio di libri abbia una conclusione ad un certo punto delle mie raccolte, so bene essere in larga parte un’illusione: ottimistica speranza di non svuotarmi le tasche, e nondimeno di evitare di sfondare mensole e librerie di casa a lungo andare. Per oggi posso dire in ogni caso di essere soddisfatto: ho trovato un usato prezioso e l’ho letto con attenzione, eppure… esso stesso mi ha ricordato che altre fonti e altri testi storici sono ancora lì ad attendermi per i miei prossimi approfondimenti!
Tornando comunque a noi, questo del 1984 è nientemeno che il testo fondativo che introduca alla etologia cognitiva, opera principale dello zoologo statunitense Donald R. Griffin. Il suo titolo originale è Animal thinking, e va dritto al cuore del problema: gli animali sono in grado di pensare? E soprattutto, sono capaci di pensiero cosciente?
< Nessuna verità mi appare più evidente del fatto che non solo l’uomo, ma anche le bestie, sono dotate di pensiero e di ragione >.
David Hume (1739)
Il discorso sull’intelligenza degli animali non umani è sicuramente vecchio di secoli, se non di millenni: alla luce di ciò, anche il trattato dell’Autore che vi racconto oggi, parte dalla storia della filosofia, che in un sottile limite disciplinare, va a braccetto con la psicologia.
Da lungo tempo superata – in realtà solo all’apparenza – la convinzione che gli animali siano nient’altro che macchine, le cui azioni e reazioni sono totalmente in balia di stimoli esterni, ritorna però con i modelli sperimentali dei behaviouristi, che preparano ambienti asettici per modelli animali che assumono i tratti di paradigmi puramente artificiali e idealizzati.
Dalla tabula rasa di Locke è dunque spontaneo evolvere verso le scatole di Skinner, in cui ratti e piccioni premono leve per ottenere premi o si spostano per evitare punizioni, allo scopo di avvalorare agli occhi dello sperimentatore la fondatezza dei quattro quadranti del rinforzo e i suoi vari corollari; in fin dei conti, di legittimare la sostanziale possibilità che abbiamo noi umani di controllare, di plasmare il comportamento degli altri viventi, e di altre intelligenze in senso ancor più lato. Ancor di più, alla luce dell’incipiente era dei computer…
Se poi – nei tempi moderni – si è sempre più diffuso lo studio degli animali nel loro ambiente, e quella scienza di più ampio respiro che è l’ecologia comportamentale, naturalisti ed ecologi si sono lo stesso lasciati spesso frenare nelle loro indagini, nel timore dell’eccesso di aneddotica, e in parte all’ombra di Darwin e delle leggi sulla selezione naturale.
< In effetti gli osservatori sul campo si sono lasciati inibire in misura eccessiva da critici scientifici che tendono a rifiutare come poco solide tutte le osservazioni descrittive del comportamento animale >.
Così, molti studiosi del comportamento animale si sono limitati a cercare di elaborare leggi e algoritmi, che descrivessero con rigore e relativa intransigenza ora le strategie riproduttive e ora quelle alimentari, oltre ai rapporti con le altre specie o con altri membri della propria, di una vasta schiera di animali più o meno selvatici.
Eppure, che dire dell’esperienza del singolo soggetto?
Storico pioniere dell’indagine sulla mente dell’animale come protagonista “in persona” è nientemeno che Lorenz, il padre dell’etologia. Dopo di lui però, davvero pochi tra gli scienziati furono abbastanza arditi da proseguire indagini così personali sugli animali, e la gran parte degli studiosi anche dei tempi moderni, preferirono rifiutare la tesi della mente e anzi… spesso paiono rasentare la cosiddetta mentofobia.
Forse, il primato gerarchico della mente umana su quella animale resta solido per una nostra paura di ammettere similitudini lampanti pur nelle ovvie differenze, tra noi e i nostri parenti non umani. In qualche modo ci fa comodo, credere che tutti gli animali rispondano semplicemente a stimoli meccanici o a impulsi puramente istintivi. Soprattutto, preferiamo pensare che essi non abbiano sensi di qualità e/o quantità sufficientemente raffinata per percezioni poi tanto complesse, tantomeno siano capaci di una coscienza di sè.
Nel discorso sulla mente – e sulla coscienza – degli animali, entrano in campo anche eminenti linguisti del calibro di Chomsky, che impugnano dalla parte dell’uomo l’unicità del suo linguaggio articolato, verbale. Sono sicuramente sconcertati dall’evidenza – seppur primitiva – delle grandi scimmie che imparano il linguaggio dei segni, e dopo un certo periodo di addestramento, riescono a formulare frasi di senso compiuto che talvolta superano le capacità espressive di un bambino piccolo.
E se il linguaggio degli animali non fosse “evoluto” quanto quello verbale tipico dell’uomo, per ragioni non tanto qualitative, quanto più di convenienza contingente? Del resto, forse a nessun cercopiteco o a nessun cane, è mai stato utile in alcun modo sviluppare vere e proprie frasi e parole: le loro stratregie comunicative e le loro intenzioni, più spesso che no sono semplicemente altre dalle nostre.
In una carrellata affascinante di studi e osservazioni, in questo saggio leggiamo di animali apparentemente semplici come i pesci rossi, che sono capaci di discernere forme, dimensioni e colori di oggetti per risolvere problemi e completare percorsi a cui vengono addestrati. Ci sono poi i cervi che riconoscono la propria sagoma e l’imponenza dei loro palchi sapendo osservare la popria ombra, e orsi capaci di escogitare tranelli per tenere d’occhio e allontanare dal loro territorio pescatori e cacciatori a due zampe. Ancora, scopriamo i limiti di alcuni animali come i gibboni, che a differenza dei cugini più sociali come i gorilla e gli scimpanzé, paiono non essere capaci di riconoscere sé stessi davanti allo specchio.
Ogni animale inoltre, custodisce in sé un insieme di mappe mentali che gli consentono di conservare e ritrovare efficacemente il cibo: è il caso delle immagini di ricerca, di cui si avvalgono sicuramente scoiattoli e ghiandaie, picchi e cinciallegre, per raggiungere col minor sforzo possibile le loro riserve di semi. Ancor più complessa sembra poi essere la capacità di pensare per immagini tipica dei castori, ingegneri del mondo animale: non si limitano infatti ad una visione del loro ambiente nel tempo presente, ma sembrerebbero capaci di valutare gli effetti a medio termine del loro agire sui bacini d’acqua come costruttori di dighe, canali e tane. Tutto questo, in armonia con gli schemi motori fissi ed istintivi che suggeriscono loro anche senza averlo appreso da nessuno, come rodere gli alberi e accatastare la legna: l’istinto dunque, non è un fattore contrastante bensì un fondamento funzionale, per la capacità di ragionare e di percepire attivamente il mondo intorno a sé, oltre che se stessi.
Sicuramente, nella mente e nelle capacità cognitive degli animali, pesa la complessità cerebrale specie-specifica: l’Autore ci presenta in questo saggio un ricco compendio di esperimenti e prove, di descrizioni a tema neuroscientifico, in cui noi e i cetacei occupiamo il podio tra i possessori dei cervelli più imponenti. Eppure anche qui, sorge un interrogativo che smonta – per certi versi – il primato del cervello voluminoso e soprattutto in posizione cefalica: del resto, da dove giunge allora la complessità comunicativa e l’ingegno strabiliante e adattabile degli insetti sociali come api e formiche, che altro non hanno a disposizione che complessi gangliari in posizone toracica?
Senza dubbio, siamo di fronte a spunti sempre nuovi sulla mente degli animali… tutti affascinanti, e tutti da approfondire nei tempi a venire!
(per arricchire le letture, suggerisco – per la forte similitudine che vi ho ritrovato – il saggio dei coniugi Chauvin, di poco precedente in linea cronologica a questo lavoro di Griffin)


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