C’era una volta un cane nero che – no, non è quello che sta sdraiato sul divano dietro di me in quest’altra giornataccia di pioggia. Sono, però, della stessa razza, e se si chiude un occhio su ogni singolo angolo e dettaglio, direi che sono pure non troppo dissimili per struttura.
Insomma, vi sto parlando di un altro Labrador famoso, il secondo… almeno, per come ci eravamo lasciati nientemeno che nel lontano dicembre 2021 con “Bolo”. Ho fatto passare un sacco di tempo con questo scritto in sospeso, e ancora una volta ammetto la mia colpa, la mia lentezza, la mia pignoleria nel produrre, che tanto mi intasa il cervello.
Dico però, candidamente, che più passano gli anni e più i cani li digerisco come la proverbiale peperonata a ferragosto, e capita pure che andare in cerca di dati e storie su di loro mi faccia quasi l’effetto di un tuffo in acqua fredda dopo il pasto appena citato.
Quindi, per oggi prendetemi così: ho voglia di raccontare di cani, di concludere questa storia che – a quanto ne so – non si trova in giro in lingua italiana. Buttando l’occhio al web, pure gli algoritmi furbetti mi hanno fatto venire un nuovo, improvviso accesso di fissa-Retriever, e allora per stasera, eccovi serviti.
“Mattia, vero che lo vorresti un Golden da lavoro, dopo che Jimi avrà passato la pensione sportiva? Di quelli snelli, color rosso volpe, quelli che ti son sempre piaciuti fin da bambino?” – queste sono le vocine di oggi, e mentre le lascio tacere, un lumetto di entusiasmo cinofilo mi brilla negli occhi mentre scrivo.
Tornando a noi, eccoci all’aprile del 1948. Stato dell’Illinois, sette cuccioli di Labrador vengono alla luce, e una volta svezzati, uno di loro viene acquistato dai coniugi Howard.
Gran pedigree, si direbbe, tanto per cominciare: la madre è Alta of Banchory. Vi suggerisce qualcosa? Esatto, stessa famiglia di Bolo, il cane della puntata precedente, primato dei Labrador moderni.
Anche il padre – Timothy of Arden – ha un blasone non da poco per il mondo Labrador: quel “cognome” Arden, che è lo stesso di Blind, il primo campione di lavoro degli Stati Uniti, unico cane ad essersi guadagnato la copertina della Life Magazine, dieci anni esatti prima della nascita del piccolo Buck.
Buck, per il resto, nome comune di cane, facile e veloce da pronunciare per una bocca anglofona. E i sette cagnetti – specialmente per l’epoca – possiamo dirli pure piuttosto fortunati: visitati dal veterinario, ricevono la profilassi vaccinale, e crescono come cani di casa prima di essere allenati come cani da caccia.
Nonostante ciò, il cimurro trova la sua strada nell’organismo dei piccoli Labrador, e condanna a morte precoce almeno uno dei fratelli noti. Anche il giovane Buck non viene risparmiato, e giace nella sua cesta sempre più privo di vigore: viene ventilata addirittura l’eventualità di doverlo sopprimere.
Eppure, i suoi padroni non si arrendono e lo curano fino all’ultimo finché… come per miracolo, il cucciolone si riprende dalla malattia. Da allora, il suo nome non è più semplicemente Buck, ma “King Buck”, di buon auspicio e mai meglio azzeccato.
Problemi di gestione e opportunità economiche invitanti, ed ecco che Buck passa di mano in mano negli anni a seguire, venduto a nuovi proprietari che ne portano avanti l’addestramento. Buon cane, brillante e docile sul campo di caccia, si distingue per i primi successi nelle prove di lavoro, e un certo vigore che lo fa distinguere, soprattutto considerando i suoi trascorsi giovanili.
Le sue performance sono però fin troppo altalenanti. Voci di giudici severi e a volte maligni, parlano di un cane capace solo di correre, più che di individuare con profitto la preda abbattuta, eccetera eccetera.
Contraria è invece l’opinione di Cotton Pershall, esperto addestratore delle “Nilo Farms” di John Olin: nel 1951 viene dunque acquistato da loro, e allenato con costanza e senza alcun pregiudizio.
Ed è così, che l’anno seguente, il nostro Buck vince la National Retriever Field Trial Championship, il più prestigioso premio per Retriever da lavoro degli Stati Uniti. E vince anche l’anno successivo, e… continua a piazzarsi egregiamente, fino all’ammirevole età di nove anni compiuti. Oltre alle gare poi, caccia le anatre nei boschi allagati, segue con entusiasmo la sua natura, e si affeziona ai suoi conduttori, che hanno per lui riguardo e buona cura.
La solerzia del cagnone nero nel recuperare ogni uccello abbattuto durante le uscite a caccia, e l’attenzione pionieristica di John Olin ad una caccia responsabile – in cui la preda non va mai sprecata, e l’aiuto del cane va sempre valorizzato – attirano l’attenizione del Ministero dell’Interno, impegnato a propagandare idee di conservazione ambientale soprattutto rivolte agli uccelli acquatici, di cui l’attività venatoria indiscriminata fa strage.
Nel 1959, il pittore Maynard Reese fa conoscenza col vecchio Labrador ormai in pensione, e ne realizza il ritratto che oggi tutti gli appassionati conoscono. In quell’anno, il Ministero emette il primo francobollo ufficiale dedicato ad un cane: gli occhi magnetici di Buck guardano all’orizzonte, mentre tiene delicatamente in bocca un maschio di germano reale. A commento dell’illustrazione, questa nota: “Retrievers save game”. I Retriever salvano la selvaggina.
Insomma, questa è la storia di Buck, cucciolo sfortunato ad un passo dalla morte. Una storia di resistenza e fiducia tra cani e umani, con l’aggiunta di un’interessante morale ecologica.
Il tenace Labrador nero, ha infine lasciato questa terra alla ragguardevole età di quattordici anni, nel 1962. La sua umile luce canina brilla però ancora, come tutti gli insegnamenti che possiamo trarre dalla sua avventura.


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