Vita, morte e resoconti settembrini

Qualche anno fa, mi seguiva una psicoterapeuta che aveva una curiosa teoria: l’anno va fatto iniziare a settembre. E a me, questa teoria, piacque molto.

Del resto, a settembre l’umanità riprende la sua tipica routine dopo la lunga pausa estiva. Insomma, quel periodo di stasi e noia che una persona come me – insofferente non tanto al caldo quanto alle “vacanze” (anche da bambino, ebbene sì), aspetta con ansia più che altro per fare ordine nei suoi progetti, quando le mandrie di conspecifici sono in gran parte migrate fuori dal vicinato, le strade sono semivuote, e almeno per qualche istante in più, aleggia il silenzio.

E allora, facciamo resuscitare il blog, in questo pomeriggio di metà settembre. Caldo ma non caldissimo, e finalmente, per questa estate a dir poco rovente: ecco allora che forse ricominciano a connettere, i miei neuroni da scrittore, e potrei quasi produrre qualcosa di decente.

A questo punto, direi che conviene ripartire facendo il recap, come si dice usando un anglicismo quasi simpatico, che mi ricorda il pulsante di reset dei vecchi lettori DVD e VHS, forse a sproposito, ma con una punta di nostalgia infantile, di quando mi avventuravo sotto al mobiletto della TV a mandare avanti e indietro nastri di cartoni animati, documentari e trasmissioni registrate.

Ecco. Lo vedete, quel cane nella foto di copertina?
Io lo so benissimo, che lo conoscete praticamente tutti: è Jimi, il Labrador nero, quello dell’obedience e delle maratone attraverso il parco, l’esploratore di ogni pozza d’acqua sulla faccia della Terra, l’atleta dal trotto indefesso accanto alla mia bici a tre ruote. Quello che mendicava pure l’insalata e il becchime dei pappagalli, e che in quel momento sfoggiava anche il suo nuovissimo guinzaglio color porpora.

Già. E per lui, il tasto di reset, non esiste. La foto di copertina l’ho scelta apposta: è l’ultima, per lo meno non di puro documento, e che abbia lui come protagonista entro un certo spessore compositivo.

E ancora, a quasi otto mesi di distanza dal fattaccio, capita di rado che un’uscita in centro città non equivalga all’ennesima spiegazione dei fatti, a domande tipo “ma tu non avevi mica un Labrador nero?”

Lo metto per iscritto allora, oggi, quasi a caso, facendo finta di aver ripreso la mia vita cinofila con leggerezza, come se già il lutto umano intorno alla nostra istruttrice non fosse stato abbastanza.

Jimi è morto. Si è soffocato. In un momento di sfiga e ingordigia, a suo modo, si è suicidato. Pochi minuti, una corsa convulsa attraverso la stanza degli uccelli, ansimando e sputando una robaccia biancastra e viscida di saliva: sapone, o che altra porcheria appetibile solamente a un cane? No, un intero spicchio di grana. E quella crosta, rigida ed elastica allo stesso tempo, grande a sufficienza da ostruirgli la trachea, a bloccargli le vie aeree senza poter essere espulsa con un paio di colpi di tosse.

Basta una porta aperta. E uno zio sempre più disordinato e assente dalla sua testa, e una cucina in cui spesso il cestino dell’umido aperto e le cibarie buone in bella vista sul tavolo non hanno soluzione di continuità. E io e mio padre fuori vista, per un attimo distratti a pulire le voliere dei pappagalli. E l’atavica fame canina, più forte ancora da essere proverbiale, se è quella di un Labrador.

Scendono le cugine, scende la zia. Non può essere – dicono. Non è morto – dice mio padre, o così si convince che sia.

Intanto crolla, Jimi, sul fianco. Sotto all’acero nano, appena pochi metri davanti alla stanza degli animali. Io mi siedo accanto a lui, sul bordo della panca: “Non ora, ti prego, non…”. Ma ho capito tutto. E l’ho visto morire davanti a me. Ricordo ancora il bianco della sclera mentre sforzandosi mi guarda per l’ultima volta. E l’ultimo scodinziolio, quel colpo pensate della coda sul freddo prato invernale, rivolto ai miei vani incoraggiamenti.

Mi alzo di colpo, avanzo nel buio del giardino. Un’eternità, durata meno di cinque minuti. Mia zia mi trattiene e mi dice di non agitarmi. Ma la faccenda è diversa: io ho visto tutto, tutto concentrato in quegli istanti di impotenza. Non sono spaventato, non sono triste, non sono in preda al panico: piego la testa di fronte alla vita, che mai si risparmia nel portarci via ciò a cui teniamo di più, ciò per cui ci impegnamo giorno dopo giorno.

Anche Jimi piega la testa, mentre mio padre, con uno sforzo non indifferente, si carica in braccio quei ventisette chili di peso morto, che non abbiamo saputo sollevare in altro modo. Peso morto davvero, nonostante la convinzione del papà, che è oggettivamente più scosso di me. E che è stato il primo a versare una lacrima, per il nostro cagnone, che aveva imparato ad amare così tanto, e a considerare a suo modo speciale.

La lingua blu, a penzoloni. La corsa alla clinica con mia cugina alla guida. Mio padre che trattiene Jimi invano sul sedile posteriore. Io che non faccio a meno di imprecare a mezza voce: non invano. Le vie aeree del cane sono state presto disostruite, ma lui è già morto. E io lo sapevo.

Incrocio lo sguardo dei veterinari. Ci capiamo. Pelo lucente, fisico muscoloso, sette anni e mezzo portati come ad averne poco più che la metà. Gite, momenti, prove di lavoro, gare, sport. Tutto svanito in un attimo di sfortuna. Accarezzo il pelo lucente, il corpo steso sul tavolo operatorio. Non faccio a meno di dare sfogo alla mia curiosità veterinaria: gli alzo delicatamente una palpebra. Eccolo lì, l’occhio vitreo: ed è quello del mio migliore amico e collega.
A quel punto (e quasi anche adesso mentre scrivo) – pur con tutta la mia razionalità biologica, e la rassegnazione alla negatività da cui già sono stato temprato… ecco, mi lascio scendere almeno una lacrima. E sul manto nero che accarezzo ancora per un poco, mi si appanna la vista.

16 gennaio 2026, sera. E il recap del primo mese penso basti e avanzi, per dare un volto generale a quest’anno che sta volgendo ora oltre il suo quarto abbondante.

13 febbraio 2026. Resisto meno di un mese. Anzi, secondo me resistono ancora più a fatica i miei. Credo, soprattutto, a vedermi senza cane, dopo tutti questi anni di cinofilia pervasiva e quasi maniacale.

Ho già fatto le mie ricerche, io – questo sì. E non voglio un doppione, non un altro Jimi: ho deciso che sarà il turno di un Airedale terrier. Così, perché è un cane che ho sempre ammirato, perché da piccolo “chissà se da grande…”. E anche perché, alto e snello, simpatico e barbuto, sportivo e lavoratore e cacciatore e difensore, terrier sui generis con quel pizzico di segugio e cane d’acqua e chissà che altro tra i capostipiti, mi pareva (e ci ho visto bene), una bella fusione di spiriti tra Clint e Jimi. E non da ultimo, perché non è mai stato un cane di moda, e si salva da mercati senza scrupoli, e fortuna vuole che i miei buoni contatti già li avessi.

Così, gli Airedale, andiamo a trovarli. Ed eccola lì, Luath: ammetto che non me l’aspettavo, quasi di colpo, dalla mattina alla sera, ma tant’è. Morbida e ispida insieme come un pelouche dall’eco vintage, alta – altissima, dicono – e con le proporzioni di un puledrino più che di un cane, la piccola belva dai denti di coccodrillo, le unghie da orso e il nome da antico cane celtico ed eroe a quattro zampe disneyano “per intenditori”, mi sta ora facendo vivere situazioni a loro modo nuove. Anche troppo, oserei dire…

Eh già, ve lo confesso: la piccoletta, tra una pipì in casa e l’altra (ormai eccezioni, va detto) e gli sbalzi d’umore e di crescita e di temperamento, mi dà conferma di un mio sospetto. Ovvero, che i cuccioli li trovo carinissimi nell’aspetto generale… ma non vedo l’ora di avere accanto un cane adulto! E che Jimi mi manca – eccome se mi manca – non tanto perché sia morto (cosa triste, nel suo caso pure atroce e prematura, ma inevitabile per ogni vivente in quanto tale), quanto piuttosto per la stabilità che avevamo, la fermezza che ormai emanava, la maturità con cui sapeva ora attendere e ora agire. Perché insomma, lui, al guinzaglio o senza, potevo gestirlo quasi a occhi chiusi, e non penso di esagerare nella mia affermazione.

Ora, va detta una cosa – e ottima in verità – sul conto di Luath: per essere una teppa di dieci mesi appena, a volte non sembra neanche un cucciolone. Non ha mai fatto disastri irreparabili, di quelli in stile “io e Marley” per intenderci, come non ne hanno mai fatti di tanto grandi né Clint né Jimi, pur essendo entrati in casa nostra ben più tardi che a nemmeno tre mesi. E per essere un terrier, genere di cani noto per la caparbietà e una punta di iracondia, dimostra una docilità a momenti disarmante, una socievolezza a volte esagerata verso il genere umano, e una certa ingenuità verso gli altri cani, di fronte ai quali spancia se son grossi e maturi, e sotto il cui naso, alla peggio, si premura di lasciar cadere ancora qualche gocciolina di pipì pacificatoria.

Inoltre è senza dubbio un cane allegro, quanto mai giocoso e amichevole, con me, con la gente e con gli altri animali (inclusi capre, asini e tutte le strane bestie che ormai conosce bene grazie a me). Stravede per la pallina e per ogni giochino e oggetto a portata di bocca, ma senza eccedere nelle fissazioni. Punta e insegue piccioni, conigli, gatti (e accenna pure alla “canizza” dei suoi lontani avi segugi), ma non parte mai senza cervello, o sulla traccia senza darmi più retta: e anche questa è una gran cosa, che mi sto premurando di plasmare nella maniera migliore per tutti e due.

Eppure… beh, abbiamo un problema. Lo abbiamo a fasi, ma confesso che non è – per entrambi – un problema indifferente.
In parole povere, a volte si fanno sentire i nervi a fior di pelle. E la storia si fa peggiore quando ci sono di mezzo i rumori.

Certo, perché il mondo non manca mai di essere popolato, e pure in proporzioni abbondanti, da emeriti deficienti, alcuni dei quali hanno evidentemente deciso di eleggere i dintorni di casa nostra a campo di battaglia notturno.
Così, qui in zona si sparando vere e proprie bombe con tanto di brillio luminoso, per non si sa quale marcio istinto a festeggiare o barbaro modo di comunicare a distanza. E un paio di mesi fa, il cancello era socchiuso e – benedetta la targhetta al collare e il mio numero di telefono! – menomale che dei ragazzi dai riflessi pronti mi hanno accalappiato la fuggitiva (terrorizzata) e son riusciti a chiamarmi nel giro di meno di un quarto d’ora.

Il bis, però, l’abbiamo fatto qualche giorno fa, e il nuovo folle bombardamento ha fatto tremare le gambe pure a me, affacciato sul giardino a chiamare la povera cagnona in panico, che (stavolta per foruna coi cancelli ben chiusi), correva avanti e indietro tra la cesta e le scale e il prato davanti, gocciolando pipì e arrivando a buttar giù ciotole e vasi e persino il supporto (pesante) della canna da irrigazione arrotolata.

Tutto è bene quel che finisce bene, va detto, ed è finita bene in entrambi i casi. Nel secondo incidente ce la siamo cavata con un richiamo tutto sommato buono, nonostante la coda tra le gambe sua e l’ipertono dei muscoli di entrambi ora che ci si è rifugiati dentro casa.

Eppure, tutto questo scombussolamento di orecchie e di nervi, ci ha lasciato una sorpresa tutt’altro che gradita: sensibilizzazione, si dice in gergo tecnico. E negli ultimi giorni, basta a volte lo scatto di un tombino sotto le ruote di un’auto, o lo scoppio del motore di una moto, che… parte, il cavallino imbizzarrito in veste di cane. E così, mi son trovato un paio di volte a terra, perché quei venti chili, nel momento d’emergenza, si trasformano in un piccolo proiettile.

E, detto col cuore in mano, pur con tutta la passione che ho per il comportamento animale e l’addestramento – questo è l’ultimo tipo di lavoro che avrei mai voluto affrontare, per giunta con il mio cane, e un cane nel suo piccolo già così “speciale” come la nostra Luath.
Ma in fondo l’abbiamo detto, questo 2026 è l’anno delle sfighe, e di quelle maggiorate pure, o a sorpresa, e chi più ne ha più ne metta. Dunque, ci toccherà ingegnarci, piantar bene i piedi a terra e fissare stabilmente guinzaglio in mano, e collare e pettorina e tutto l’armamentario insieme, e superare queste fasi un po’ nere.

Può, inoltre, in quest’anno turbolento, mancare un posto, quasi più del povero Jimi? Un posto, insomma, come il campo cinofilo? E a maggior ragione, un campo che avevamo finalmente imparato – io e Jimi – a considerare “casa”, molto di più di quanto invece sia capitato in passato a me e Clint? Certo che può succedere, evidentemente…

E può mancare non solo un cane, un campo, un giro sociale e affettivo ad essi connesso… ma anche una bestia strana ed eccentrica come un pappagallino, di quelli lunghi meno di una spanna esclusa la coda? Ebbene sì, anche questo succede. E sempre in questo splendido 2026. Perché anche loro, la speranza di vita tra i venti e i trent’anni, a volte la hanno scritta solo sui manuali di zoologia e veterinaria…

Ora però – conviene! – cerco di concentrarmi su argomenti un po’ meno lugubri. Promesso. E al prossimo resoconto!


(… che poi tanto l’avete già capito, secondo me: all’inizio di quest’anno di merda è morto pure Giannino. Da un giorno all’altro, di un male non chiaro. E quindi prima o poi, sarà pure il turno di un epitaffio pennuto…)

(Rip… ehm, volevo dire… cip!)

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