Penne che vanno, penne che restano (si spera)

Dicevamo, appunto, l’altro giorno: può mancare – oltre a un cane, un campo, un mondo sportivo e relazionale – uno strano uccellino dal becco ricurvo e dalle piume colorate, pesante poco più di settanta grammi e col vizio di attanagliarsi alle falangi qualora contrariato per ragioni spesso oscure?

Sì, certo che se ne può sentire la mancanza. Non tanto di un eccentrico animale da compagnia, di un pappagallino addomesticato che ti si appoggia sulla testa e sulla spalla e attira la tua attenzione con il più classico e roco dei “ciao”. Non del vezzo di un uccello al tuo comando, che può allettare i più con aspettative dagli esiti incerti. Nel mio caso, proprio di Giannino – quel conuro a guance verdi – il mio primo piccolo amico alato.

Pyrrhura molinae: dubito di non avervi mai raccontato in precedenza, che il suo nome scientifico significa in greco coda di fuoco, e si riferisce alla loro bella appendice di penne color rosso vivo. E molinae – tributo a Juan Ignacio Molina, naturalista cileno del XVIII secolo che ne ha scoperti i primi esemplari.

Una bestiolina giovane, ma già al suo secondo padrone, e per cause decisamente serie che non sto qui a raccontare: si potrebbe dunque dire che, per metà, l’ho adottato. Ed è stato quello il salto di qualità aviano: non più solo un simpatico spunto elementare come erano già stati i diamantini, ma un vero e proprio collega di questioni animali. Non dico come Jimi, ma ci siamo arrivati vicini. O forse, visti i momenti di facilità alle pinzate e agli sbalzi d’umore, potrei dire più come Clint… ma di certo più da cagnolino volante, come rapporto, rispetto a quello che si tende ad avere di solito con i più minuti canterini da voliera.

Così, una sera di questo marzo 2026 – la casa vuota dalla fedele presenza di Jimi, ma già riempita dal saltellante pisciottare della piccola Luath e dei suoi amati fogli e rotoli di cartone da fare a pezzi, ho l’accortezza di scendere a controllarli, Giannino e colleghi, nella loro stanza al piano terra. Mi porto dietro una fetta di mela. Accendo la luce.

Ed eccolo lì, Giannino. Non fischia, non saluta, non parlotta. Si scrolla un poco. Piega la testolina all’indietro, socchiude gli occhi in una maniera che gli ho visto addosso ben di rado: fotofobia, sarà? Ho forse acceso di colpo la luce, e per così “poco” l’ho infastidito?

Cerco di non farci troppo caso e gli offro il suo spicchio di mela serale. Lo prende, ingolosito e un pizzico sospettoso come al solito. Lo manipola, ma perde l’equilibrio sul trespolo. Se lo porta al becco, ma mangia con sforzo, si sporca tutt’intorno.

Chiaro direi, c’è qualcosa che non va. E serve il veterinario… ma è quasi notte. E menomale che non ero già a letto, e che per caso mi era venuto in mente di buttare un occhio agli animali portando con me qualche leccornia. Inevitabilmente, in clinica si vola o quasi, ma il mattino seguente.

Ed è lì, alla mattina, un po’ rimbambito e arruffato, ma nutrito e presente. Certo, mai come al solito, e allora presto nella gabbietta da trasporto, con me e mio padre che accompagnamo il piccolo infermo alato in clinica, lo affidiamo ai veterinari e aspettiamo il nostro turno per sapere che ha combinato il pennuto.

Nel frattempo, aspetta anche Luath. Si fa il solito, piccolo bagno di fan. E io mi lascio prendere dalla mia irrefrenabile curiosità zoologica e veterinaria. Finisce che intervisto lo scalare nell’acquario, e ancora il coniglio in sala d’attesa con noi – o per meglio dire, i suoi proprietari. E finiamo a parlare di Jimi, della sua fine – immancabilmente. E per fortuna, anche a guardare alle prospettive e promesse che la piccola Airedale sua erede porta con sé.

Il nostro turno, finalmente. Entriamo, nel piccolo dedalo di stanze: mi accomodo, ma sono teso. Il medico intuisce, e ci capiamo in fretta: non sono il primo sprovveduto, mi oriento. Radiografie, esami ematici, esami delle feci. Il tutto condito da attesa – e dubbio, manifestato anche dal veterinario.

Questo è il destino di tanti animali nostri compagni meno comuni, e spesso pure dei cani e dei gatti e dei cavalli che conosciamo ben di più: l’ignoto, il tentativo di aiutarli, di salvarli, e finire ad affrontare lo stesso l’inevitabile venir meno della forza vitale, ghermita da un morbo difficile da catalogare.

Degenza? Altri esami? Nemmeno il tempo di riflettere sul da farsi, e le infermiere tornano alla nostra stanza: “l’uccellino è morto”.

E anche qui, ammetto il pizzico di sollievo: quantomeno, non ha sofferto molto a lungo, né ha richiesto terapie invasive anche suo malgrado, o di esito incerto oltre che dai prezzi variamente impegnativi. Ma la seconda botta dell’anno, inaspettata come la morte di Jimi, è arrivata quasi di colpo. Eccola, fredda come il suono di una lugubre campana.

Il mio inaspettato amico con le ali, mi ritorna ora in mano avvolto in qualche strato di garze e tovaglioli assorbenti. Ne riconosco giusto la sagoma, e la codina lunga di penne appuntite. Inerme.

E stava giusto imparando a farsi trattenere per gioco a testa in giù, e a prodursi in piccole performance quasi canine come lanciare una microscopica pallina retata aspettando a sua volta il mio tiro a mo’ di gioco del riporto. Conosceva il suono del clicker, sapeva che ad esso corrispondeva l’arrivo di un semino-premio. Quando pareva a lui (testardo e indipendente, si direbbe se fosse un cane), si degnava pure di rispondere al richiamo. E, animale canoro per eccellenza come del resto la gran parte degli uccelli, ci si divertiva a provocarsi a vicenda con fischi e richiami. Per non parlare di quella fiducia sorprendente – proprio perché non scontata, e spesso recuperata con la pazienza – con cui si faceva trattenere nella mano senza beccare, e la sicurezza con la quale io stesso ho presto imparato a farmelo passeggiare sul braccio fino alle spalle, meta finale le mie orecchie e le basette, suo punto di grooming reciproco preferito.

Posso dirlo senza problemi: in un modo o nell’altro, eravamo (e abbastanza presto) diventati amici. Ed era anche un bravo collega, che mi aveva infuso per primo una rinnovata passione per il comportamento animale e il loro addestramento, il dialogo tra noi e questi nostri compagni non umani.

Ma non c’è più, il piccoletto. A meno di cinque anni – contro i venti o trenta che i suoi congeneri possono raggiungere senza problemi – s’intenda, se ben custoditi, lontani da predatori o… semplicemente, più fortunati. Così come Jimi, il mio altro illustre collega non umano: sette anni e mezzo, poco più della metà della vita completa di un Labrador atletico e in buone mani.

E così, in copertina, ve li beccate tutti e due: è una foto brutta, ma significativa. E bella allora, a modo suo. E chissà mai che riesca a riprodurla in un disegno come si deve, degno tributo dei migliori coinquilini non umani che potessero capitarmi ad oggi. Mi ricorda, devo dire, un dipinto vittoriano abbastanza famoso, che vi lascio qui di seguito: Her Majesty’s favourite pets, del grande pittore animalista Edwin Landseer. Certo, anche se i personaggi canini sono di più, e l’ambientazione circostante è giusto un pizzico più lussuosa!

Congelati allora, i miei esperimenti di animal training. Quelli che mi avevano animato nuovamente, in un inizio di 2025 in cui proprio i miei amici animali mi spingevano via via sempre di più a uscire da momenti bui di un certo rilievo. E morte le piccole e grandi ambizioni sportive in obedience o che altro sarebbe potuto essere, con Jimi, e non da ultimo, con la nostra istruttrice, il “nostro” campo e tutti gli annessi, che ormai si erano fatti routine rassicurante.

Che dire poi dei miei progetti ornitologici – o per esser più precisi, di ornicoltore? C’è chi li chiamerebbe zootecnici, anche se a me pensando ad uccelli esotici non entusiasma, come definizione – e li vedo più come piani zoologici, più o meno conservazionistici, di allevamento captivo e osservazione etologica sperimentale. Alterne fortune, anche qui, ma in linea di massima, soprattutto ultimamente… direi sfortune.

Vi parlo di pennuti anche per questo, stasera: per lenire. Lenire dolore del silenzio, il vuoto delle voliere e della stanza tutta, la macabra sorpresa della morte. Decesso improvviso. Cause difficili da sondare. Anche i miei altri piccoli amici, i kakariki – Cyanoramphus novaezelandiae, i pappagallini neozelandesi che avevano ormai imparato ad accogliermi con i loro ridicoli versetti a metà tra un belato caprino e lo squittio di un giocattolo a trombetta. E che nonostante nessuno li avesse allevati a mano, si fidavano sempre di più dei semini che gli passavo dallo sportello della voliera. Quei pennuti tutti particolari che erano così affascinanti da osservare, tra i loro schiocchi e baci quasi umani e saltelli e scenografici bagni nella ciotola dell’acqua. Sono scomparsi, insieme, di colpo.

Un morbo ignoto? Incursioni estrane… predatori? Avvelenamento? Si va a pensarle tutte, ma è ormai già tardi per un esame necroscopico. Scarsi mezzi e poco tempo – e la cosa mi duole – per volare nuovamente in clinica.
Nella voliera di sopra, venuti meno dal mondo dei vivi pure i due giovani parrocchetti testa di prugna (Psittacula cyanocephala): assai selvatici e nervosi, proprio ora cominciavo a vedere maggior serenità da parte loro alla mia vista nel momento dei pasti, e più affiatamente tra i due petulanti. Inoltre, la mia affezione cresceva col rinnovarsi del loro bel piumaggio – pur ancora immaturo – sempre più completo, soprattutto nel caso del maschio.

Quante perdite insomma, in quest’anno a dir poco sventurato. Unica magra soddifazione, un paio di uova dei poveri kakariki, ma sterili, sicuramente prodotto di una coppia ancora non matura a sufficienza – per quanto (ed era bello osservarli!) sicuramente affiatata.

Allora non mi resti che tu – tra i pappagalli – Nilde la calopsitta, forse il più banale tra i pennuti di media taglia più noti al grande pubblico. Adottata per simpatia e un po’ per pietà – perché a volte anche gli uccellini finiscono davanti alla porta del canile, con la loro gabbietta e una qualche scusa, da parte degli immancabili cretini. E pure un bell’esemplare, inanellato, grosso, crestato, giovane e con un bel piumaggio color grigio e giallo ancestrale, come appunto è la nostra Nilde.

Fermamente decisa a rimanere single, e ha fatto valere la sua posizione anche nonostante i miei vani tentativi di affiancarle un marito. E sempre un pizzico ostile, convincente nel soffiare e nel fare il gesto di mollare testate quando la mia presenza non le va a genio… ma almeno, è quasi incapace di beccare e mordere, a differenza dei suoi due (poco acuti) predecessori di sesso maschile. E allora lunga vita alla Nilde, anche se non parla e se la prodezza più loquace da parte sua è fischiare ogni tanto (ma, va detto, con l’affidabilità di un cane da guardia). Lunga vita a Nymphicus hollandicus nonostante sia una specie di interesse zoologico poco più che minimo.

Intanto, i miei progetti zoologici si sgonfiano come il palloncino vecchio di un bambino che abbia atteso troppo in una stanza chiusa. Come i sogni di quel giovanotto dagli occhialini tondi che parlava di fattorie didattiche e di collezioni zoologiche e di razze canine già a sette anni e poco più. Ed è vuota e silenziosa la mia misera, sudatissima “stanza degli animali”, tutta accrocchi e risicature. Sempre più vuota è anche la parte del conto ad essa dedicata, e così restano un miraggio voliere meglio gestite, protocolli sanitari più azzeccati e soprattutto previdenti.. Un ritorno agli sport cinofili è solo magra consolazione, finché il campo sarà anch’esso un’entità lontana, sia per i cani miei sia per quelli altrui. Per non parlare degli altri animali… e che serve, dirvi pure che mi manca la sella, e i miei vecchi amici equini che tanto mi hanno dato sollievo nel passato?
Forse, questa sarà un’altra storia.

(e magari una storia nuova, col mio cuore e la mia mente un po’ meno vuoti di ora; perché sognare non costa nulla, e continuare a nutrire fiducia in una svolta, costa poco allo stesso modo)

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